Una giornata di fine estate in Piemonte

Sono gli amici di sempre, quelli che “dai, facciamo qualcosa” e, senza sforzi, si organizza una giornata bella sotto tutti i punti di vista.

Santa Maria di Vezzolano
Il punto di contatto è un anonimo autogrill in autostrada, la prima vera tappa è l’Abbazia di Santa Maria di Vezzolano. Le prime notizie di questo luogo di culto risalgono all’XI secolo, come Canonica dell’ordine regolare di S. Agostino. La chiesa era evidentemente molto attiva, come testimoniano la ricchezza di donazioni risalente a quegli anni, ma ebbe il suo massimo sviluppo tra il XII e il XIII secolo. Seguì un lento declino che si protrasse fino al 1800 quando, sotto Napoleone, fu ridotta a cappella campestre della parrocchia di Albugnano. Oggi è considerata un gioiello architettonico curato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
Il complesso ecclesiale è immerso nella campagna, in mezzo a boschi di querce e pioppi. La facciata si presenta maestosa, con tre ordini di logge e sculture disposte in schema gerarchico.

Santa Maria di Vezzolano

Al centro, in un’ampia bifora, la statua del Cristo benedicente tra gli Arcangeli Raffaele e Michele.
Nell’ordine superiore, due serafini appoggiati a due ruote sono sovrastati dal busto di Dio Padre.
Bellissima è la lunetta che sovrasta il portale d’ingresso, l’Annunciazione: la Vergine è seduta in trono mentre lo Spirito Santo, in forma di colomba, le parla all’orecchio.

Santa Maria di Vezzolano, Annunciazione
L’interno presenta la pianta basilicale, con pareti in arenaria e mattoni. Appena superato l’ingresso si viene catturati dalla vista del Pontile, realizzato in arenaria grigia del Monferrato dipinta, ed è costituito da una serie di cinque campate di archi a sesto acuto retti da colonnine in pietra con capitelli fogliati: un doppio registro di bassorilievi policromi raffigurano le scene della Dormitio, Ascesa al cielo ed Incoronazione della Vergine, e dalla serie degli antenati della Vergine assisi e recanti in mano un cartiglio con il proprio nome.

Santa Maria di Vezzolano
L’eccezionalità del valore artistico di questa opera – cui contribuisce anche la preziosità delle coloriture, con l’uso del costoso lapislazzuli proveniente dalle montagne del Caucaso (per il manto della Vergine e del Cristo) – induce a supporre un committente di grande autorevolezza (forse l’imperatore Federico Barbarossa). La verifica della originalità delle coloriture, mai ridipinte, che il restauro del 2003 ha messo in luce rimovendo lo strato di sporco che le appannavano, indica questa opera come un rarissimo esempio di scultura policroma medievale.
Superato il Pontile, ci si affaccia alla navata, dove l’attenzione è attratta dalle sculture che ornano l’altare. Sotto un pizzo di legno lavorato, una terracotta policroma raffigura la Vergine e il bambino con, ai lati, S. Agostino e Carlo VIII in ginocchio.Santa Maria di Vezzolano, altare
Santa Maria di Vezzolano, affreschi del chiostroIl chiostro, lussureggiante di verde e di fiori, presenta alcuni affreschi ancora in fase di recupero: si riconoscono i tratti medioevali della devozione rivolta alla Madonna, a Cristo e ai Santi.
La visita prosegue con un intermezzo scientifico: in una piccola sala è possibile visionare come la chiesa di Vezzolano, e in generale tutte le chiese dell’epoca, fosse stata costruita secondo precise indicazioni astronomiche, che permettevano l’ingresso della luce all’alba in determinati periodi dell’anno.
Infine, dietro alla chiesa c’è un ricco frutteto di mele, tante varietà di mele, molte delle quali non più presenti sui nostri mercati. Con una piccola offerta è possibile averne un sacchetto per gustarle fresche e apprezzare le differenze.


Da Vezzolano raggiungiamo Piea, un piccolo paese della provincia di Asti dove si trova un magnifico castello, oggi residenza privata, visitabile su appuntamento.
Ci accoglie la padrona di casa, una bella signora molto cordiale che sembra perfettamente a suo agio nel vivere in una dimora storica costruita intorno all’anno Mille come fortezza, e trasformata in dimora gentilizia nel 1700.Castello di Piea


Entriamo in un corridoio con i ritratti di alcuni dei proprietari precedenti del castello, e insieme visitiamo le stanze del pianterreno, arredate con mobili d’epoca ancora in funzione.
Un magnifico scalone realizzato su progetto di Filippo Iuvarra ci conduce al primo piano. Qui la bellezza è ovunque, dai magnifici soffitti affrescati nel 1762 dai pittori Bernardino Fabrizio e Giovanni Galliari, ai lampadari in vetro di Murano, con decori e intrecci esclusivi creati per il castello.
Da un balcone possiamo ammirare il giardino all’italiana, perfetto per cerimonie e matrimoni, ma tutto il parco intorno è ricco di alberi secolari e piante fiorite.

 


È ormai ora di pranzo: scegliamo la trattoria Tre Colli a Montechiaro d’Asti. Il locale ha una gestione totalmente femminile, e la sala da pranzo, all’aperto se pure al coperto, ha una splendida vista sulle colline del Monferrato. Purtroppo non assaggiamo il tartufo, specialità della casa, in quanto pare che la stagione non sia ancora giunta. Mangiamo comunque molto bene, specialità piemontesi preparate quasi esclusivamente con i prodotti locali.

ristorante
Ci spostiamo ad Asti, il cuore del Monferrato, città elegante e tranquilla che ancora conserva profondamente il valore delle sue tradizioni. Arriviamo durante la manifestazione della Douja d’Oro, concorso enologico dedicato ai migliori vini del territorio: in città sono numerosi gli stand dove è possibile degustare i vini in concorso.
Visitiamo subito la Collegiata di San Secondo, nel cuore della città, intitolata al Santo Patrono. La chiesa si affaccia sull’ampia piazza, alla quale rivolge la facciata in stile romanico-gotico. L’interno è sobrio e austero, con il prezioso coro in legno, i cui stalli intagliati risalgono al XII secolo.

Asti, Collegiata di San Secondo

asti vicolo

 

Ci avviamo lungo la via Vittorio Alfieri, snodo principale della città medievale, sulla quale si affacciano numerosi vicoli, in questo periodo rallegrati da decorazioni appese in omaggio alla buona cucina.
Sulla stessa via non mancano i palazzi prestigiosi ricchi di storia e oggi sede di istituzioni. Tra tutti la casa natale di Vittorio Alfieri, oggi sede del Museo Alfieriano.

 

 

Ci fermiamo alla Cattedrale, dedicata a Santa Maria Assunta, con una bella facciata semplice, nello stile romanico-gotico, ma impreziosita nelle pareti laterali da magnifici portali e finestre a ogiva incorniciate da lavorazioni preziose in cotto e arenaria, tali da rappresentare uno degli esempi più significativi del gotico lombardo.

 

Asti, Cattedrale


Abbiamo la fortuna di trovare aperta la cripta e museo di S. Anastasio, “dove si trovano testimonianze archeologiche che risalgono dal I – II secolo d.C. fino all’inizio del ‘900. Sono visibili resti di pavimentazione del foro romano, tracce di abitazioni, tombe risalenti al VII – X secolo, il muro di fondazione della prima chiesa di Sant’Anastasio (VII secolo), resti della successiva chiesa romanica, e una parte del muro perimetrale della chiesa seicentesca barocca demolita nel 1907. Le testimonianze archeologiche, presenti nella parte ovest del museo vanno dal I-II secolo d.C. fino all’inizio del ‘900.

La chiesa di Sant’Anastasio faceva parte dell’omonimo monastero femminile benedettino documentato già nel 1008, ma di probabile origine longobarda, che fu per secoli non solo centro di spiritualità, ma potenza economica e politica per suoi vasti possedimenti fondiari e per legami con l’aristocrazia astigiana, da cui provenivano di solito le sue badesse. Nel periodo napoleonico, fu privatizzato e acquistato dai conti Cotti Ceres, che lo donarono, nel 1835, al comune di Asti che lo utilizzò per attività didattiche fino alla demolizione del 1907. Molto suggestiva è la cripta della chiesa risalente al XI-XII sec, a pianta basilicale con tre navate con volte a crociera, in cui si possono ammirare colonne e capitelli di recupero di età romana e altomedievale. Nella parte est del museo sono conservati elementi lapidei appartenenti al sito di S. Anastasio, pietre cantonali e stemmi provenienti da casseforti e palazzi signorili della città ed altri reperti risalenti prevalentemente al periodo tra VIII e XVI secolo” (Wikivoyage.org).


L’ultima tappa della nostra passeggiata, prima dei saluti, è dedicata al bel complesso di San Pietro in Consavia, ormai ai margini della città. Si compone di quattro edifici, dove la parte più antica è la Rotonda del Santo Sepolcro, copia del luogo santo dedicato a quei fedeli che non potevano permettersi un viaggio in Terrasanta. “L’edificio in mattoni e arenaria, esternamente ha un perimetro poligonale, mentre all’interno è a pianta circolare, con un vano centrale circoscritto da otto colonne, con capitelli cubici ad angoli smussati, collegate tra loro da archi a tutto sesto. Fu adibito a battistero solo alla fine del XIII sec: al centro della Rotonda vi è un fonte battesimale marmoreo di fattura cinquecentesca. A questo primo edificio, si aggiunse tra XIII e XIV, una chiesa composta da tre corpi di fabbrica, disposti ad “U” a formare un chiostro interno, suddiviso in Ospedale dei Pellegrini e Casa Priorale. Nel XV sec vi fu un nuovo ampliamento con l’aggiunta di un edificio a pianta quadrata sul lato orientale, la cappella di San Pietro in Consavia, detta anche cappella Valperga dal nome del committente, con volta a crociera decorata da un complesso apparato di formelle figurate in cotto, il più ricco esempio di questa tecnica ornamentale conservato ad Asti” (Wikivoyage.org).
Ci salutiamo che è ancora chiaro, e con la soddisfazione di esserci riempiti gli occhi di cose belle, e il tempo di piacevole compagnia.

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Venezia, Tintoretto e la Biennale di Architettura 2018

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26 settembre – Siamo ospiti di Danila e Paolo, e arriviamo a Venezia in macchina. La giornata è bellissima, soleggiata. Ci sistemiamo velocemente, poi subito fino alle Zattere per godere lo spettacolo del tramonto.

Raggiungiamo il teatrino di palazzo Grassi per la rappresentazione della  performance di Gilbert & George, The Singing Sculpture. Durante il filmato, gli artisti spiegano il loro modo di fare arte, attraverso le parole, per raggiungere il più alto numero di persone possibile, senza distinzione di ceto sociale. The Singing Sculpture, tenutasi durante l’inaugurazione della galleria di Ileana Sonnabend a New York, è una metafora della vita dell’uomo medio, che trascorre il tempo ripetendo all’infinito gli stessi gesti: alzarsi, andare al lavoro, rientrare, dormire … La vera sorpresa è la presenza in sala dei due artisti, che raccontano l’episodio e la genesi del filmato. Una grande emozione conoscerli! Poi cena a casa, in piacevole compagnia

27 settembre – La giornata è bella, luminosissima, fresca. Ci inoltriamo nelle calli e passiamo davanti a Palazzo Mocenigo, al quale dedichiamo una visita.

E’ una dimora antica, che mantiene ancora i fasti del 1700. Appartenuta in ultimo alla famiglia Mocenigo, imparentata per matrimonio con i Correr, diventa di proprietà dello stato alla morte dell’ultimo discendente. Oggi si propone come esempio di dimora patrizia veneziana del XVIII secolo, e come museo storico della moda e del profumo.

Si accede in un grande cortile e da lì, attraverso uno scalone, si arriva al salone di rappresentanza, grande, ricco di tele raffiguranti i membri della famiglia nei loro costumi più prestigiosi, con una bella vetrata policroma affacciata sul canale. L’aspetto più interessante si trova nelle stanze che circondano totalmente il salone, nelle quali è possibile ammirare soffitti affrescati, antichi vetri di Murano in servizi e collezioni, tessuti preziosissimi intrecciati con oro e argento, ricami di Burano, e arredi d’epoca. Le stanze sono tappezzate con una splendida tappezzeria in seta rossa e dorata, così come le tende, e separate da magnifiche porte in radica.

In alcune stanze sono esposti modelli di abiti d’epoca, impreziositi da ricami originali e di estrema precisione, una collezione di gilet maschili, e una biblioteca dedicata ai tessuti.

pl mocenigo gilet

L’ultima parte della visita è invece dedicata ai profumi, e dopo l’esposizione di macchinari, vetri e alambicchi per l’estrazione delle preziose essenze, c’è una piacevole parte interattiva dove è permesso annusare varie sostanze odorose, per riconoscerle e declinarle in profumi: un grande tavolo espone in bell’ordine semi e spezie, un altro propone bottiglie con oli essenziali di varia profumazione, da sperimentare liberamente. Intorno, collezioni di raffinate bottiglie e contenitori in vetro. Una festa per i sensi.

pal mocenigo profumi

Usciamo da palazzo Mocenigo e continuiamo la passeggiata fino al ponte di Rialto, dove facciamo la spesa di pesce fresco e frutta al mercato. Da qui rientriamo a casa per il pranzo, composto da pesce spada, baccalà mantecato, pomodori, frutta e pasticcini.

Il pomeriggio è interamente dedicato alla stupenda mostra del Tintoretto nel 500esimo anniversario della nascita. Le opere del Tintoretto sono esposte in numerose chiese di Venezia, quindi sempre visibili, ma la mostra ci accompagna in un percorso tematico che bene aiuta a capire sia la tecnica che la personalità di questo straordinario pittore. Come tutti i grandi, non somiglia a nessun altro, sia nella pennellata che nell’interpretazione dei soggetti, ma ben si comprende la maestria del genio.

La mostra è assai ampia, tanto che ci resta solo il tempo per dare un’occhiata veloce alla Scala Contarini del Bovolo prima di recarci al ristorante Antico Calice, dove chiuderemo in bellezza.  La buonanotte arriva dalla piazza San Marco illuminata.

28 settembre – Pensavamo sarebbe stata una visita molto più veloce, invece c’è voluta quasi tutta la giornata per visitare la mostra Homo Faber, alla fondazione Cini sull’Isola si San Giorgio. La visita è completamente gratuita, incluso il traghetto che ci porta dall’altra parte della laguna. In modi diversi e con gli esempi più svariati, la mostra celebra il design artigianale di tanti artisti italiani e stranieri: dal tessuto alla carta, dalle corde al cuoio, dalle piume al vetro sono tanti gli interventi di altissimo livello che permettono di capire un lavoro oggi un po’ controcorrente, fatto di gesti unici e sapienti, indifferenti al passare del tempo

All’interno dei giardini troviamo il Padiglione della Santa Sede, dove insolite sculture di architetti diversi cercano di ridisegnare la Chiesa in termini nuovi, con diverse metafore sul rapporto tra Chiesa e chi con difficoltà si avvicina e si porge verso di lei.

Verso metà pomeriggio rientriamo a casa per un breve riposo, poi ripartiamo con il solito entusiasmo per fare un giro nel ghetto. Dopo aver ammirato le belle case che si affacciamo sul canale, ci spostiamo al di fuori e ci concediamo uno spritz davanti al tramonto, sul canale di Cannaregio.

Rientriamo a casa per cena e ci rilassiamo così tanto che non usciamo più

29 settembre – La giornata di oggi è interamente dedicata alla Biennale di Architettura 2018

Le curatrici Yvonne Farrell e Shelley McNamara, irlandesi, hanno chiamato questa edizione Freespace, e ne hanno pubblicato il manifesto con un anno di anticipo, per dare tempo e modo ai partecipanti di aderire nel modo migliore al messaggio. Freespace è spazio libero, ma anche spazio gratuito, e proprio in questa direzione vogliono andare tutti i progetti, impostati a una visione di grande generosità e altissima attenzione al sociale.

La prima parte della visita si svolge ai Giardini, la nostra guida si chiama Alice, molto brava e appassionata.

Entriamo nell’ingresso di quello che è nato come il Padiglione Italia, affrescato da Galileo Chini, e siamo già nella prima installazione: il pavimento è rivestito di piastrelle preparate a mano, una per una, colorata con le tonalità del soffitto. Specchi inclinati alle pareti permettono di vedere insieme questi due elementi, per apprezzare l’armonia cromatica.

La prima stanza è dedicata a giovani architetti, o studi di architettura, irlandesi, e i progetti proposti, pur nuovi, riprendono stili abitativi della tradizione, rivisitati secondo il particolare più suggestivo. L’architettura di oggi, o del futuro, non può prescindere dalle esperienze passate.

Nella stanza vicino i cinesi Amateur Architecture Studio presentano la loro proposta per recuperare un quartiere popolare e degradato, che lo stato vuole demolire, creando così moltissimi senzatetto.  Il progetto prevede la rivalutazione degli spazi comuni, per incentivare gli abitanti a una maggiore attenzione al loro ambiente e a uscire dal degrado.

La passeggiata continua attraverso il delizioso giardino di Carlo Scarpa, il minimalismo che diventa arte con l’aiuto della natura: il suono dell’acqua, i movimenti prodotti dal vento, il colore del rampicante sulla parete che incomincia a rosseggiare.

Lo studio francese Lacaton & Vassal propone l’ampliamento di abitazioni degli anni ’70 con terrazzi in parte chiudibili, per allargare gli spazi e renderli più comodi e più in linea con le esigenze dei proprietari. Sono loro a dare una bella definizione di Freespace nelle abitazioni: quello spazio che spesso non viene richiesto, ma che si rivela indispensabile.

Dall’India, un progetto per un edificio dove lavorano impiegati di concetto, decorato con le piante di un giardino verticale, curato da persone di una casta inferiore a quella degli impiegati. Gli architetti prevedono l’installazione di vetri trasparenti che permettano a impiegati e giardinieri, appartenenti a caste diverse, di creare una relazione tra loro, e un livellamento nella posizione lavorativa.

Un progetto premiato si è preoccupato di recuperare gli spazi di un ex ospedale psichiatrico in modo da farlo diventare un luogo aperto e pieno di luce, ma che comunque tiene conto delle esigenze mediche dei ricoverati

Un prefabbricato a Los Angeles, costruito sopra un centro commerciale e composto da piccoli appartamenti tutti identici, ha permesso di dare un’abitazione a un gran numero d senzatetto.

Infine l’Atelier Peter Zumthor è presente con diversi modelli in scala, tutti molto originali e di grande bellezza, e tutti realizzati con materiali naturali e nel rispetto dell’ambiente.

Usciamo per visitare alcuni dei padiglioni stranieri. Iniziamo da Svizzera 240, vincitore del Leone d’Oro per la migliore partecipazione nazionale. Il progetto si presenta con la visita diretta di un’abitazione completamente fuori scala: cucina piccolissima o enorme, finestre altrettanto sfalsate. Tutto questo per spiegare l’abitudine, in Svizzera, di presentare le case senza riferimenti di misure e dimensioni, creando confusione negli acquirenti.

Il padiglione del Venezuela è interessante perchè disegnato da Carlo Scarpa.

La Germania propone Unbuilding Walls: tanti pannelli da un lato neri, a ricordare le porzioni in cui il Muro è stato diviso, e dall’altra con le immagini della trasformazione delle varie zone di Berlino dopo il 1989. Il Muro di Berlino è stato in piedi per 28 anni, e ne sono passati proprio altri 28. Non sapremo mai come sarebbe stata la Germania se non fosse stata divisa, ma tutt’oggi l’integrazione non è completata. Il Padiglione offre anche una panoramica di testimonianze da persone che vivono in altri Paesi dove c’è un qualche muro divisorio.

I Paesi Nordici sono attentissimi all’ambiente: nel loro padiglione crescono alberi veri che sfondano il soffitto, e vi sono isole gonfiabili piene di aria e acqua per invitare l’uomo a vivere un maggiore contatto con la natura, a una maggiore vicinanza con la semplicità di una vita in armonia con i ritmi naturali.

Infine, la Gran Bretagna si propone con una serie di stanze vuote: Freespace e no muri!.

Nel pomeriggio la visita continua all’Arsenale. Il lungo corridoio, oltre 300 metri, delle antiche corderie, offre diversi spunti di grande interesse

Si comincia con Niall Mcaughin Architects, che simulano i ritmi della luce in un’abitazione evocando il tempo che passa, il movimento della terra e la diversa intensità della luce durante il giorno e la notte

Mario Botta confronta studi di edifici con disegni dettagliatissimi di insetti, per spiegare la tecnica dell’architetto, che deve imparare a guardare, vedere, osservare, dedurre.

30 settembre – Nonostante ci si passi davanti quasi ogni giorno, non siamo mai entrati in san Rocco nè alla Scuola Grande a lui dedicata. Le “scuole” a Venezia, corrispondono alle confraternite. Sul percorso incontriamo il magnifico arco d’ingresso alla Scuola di San Giovanni Evangelista. La chiesa è un palcoscenico per quattro grandi teleri del Tintoretto, che occupano buona parte delle pareti della chiesa. Ma è la visita alla Scuola Grande di San Rocco a incantare: l’ingresso è maestoso, immenso, con alcuni interventi del Tintoretto, tra cui una intensa Annunciazione.  Saliamo il sontuoso salone, dove ci fermiamo un momento ad ammirare una stupenda, quieta, contemplativa Annunciazione di Tiziano,  e ci troviamo nella sala centrale, dove tutti gli interventi pittorici si devono a Jacopo Robusti, detto il Tintoretto.

Il pittore, nel 1564, aveva ricevuto la committenza dai confratelli della Scuola per un lavoro che lo avrebbe impegnato a lungo negli anni, e che gli permetteva di mettere in luce la sua tecnica straordinaria, con la quale faceva vivere e respirare i suoi personaggi. Scene dell’antico testamento si susseguono sul soffitto e sulle pareti, ognuna con una sua identità, tutte vibranti di energia e verità. La sala è anche palcoscenico per altre decorazioni, come le lampade in vetro opalescente e una parete di sculture in legno che rappresentano figure umane di diverse identità, inserite all’interno di una fittizia biblioteca.

Lasciamo la Scuola Grande di San Rocco per dirigerci oltre il Canal Grande, verso la Scuola Grande di San Marco. Raggiungiamo la grande piazza che ospita il perfetto monumento equestre di Bartolomeo Colleoni del Verrocchio, per entrare nel magnifico edificio dove ha sede, oggi, l’Ospedale San Giovanni e Paolo.  L’interno è maestoso, con un bellissimo chiostro fiorito, vetrate colorate di vetro di Murano e affreschi di soggetto toccante. Ci spostiamo poi nella Chiesa di Sa Giovanni e Paolo, che possiamo visitare molto meticolosamente grazie a una guida messa a disposizione dalla chiesa stessa. Ci troviamo nel mausoleo dei Dogi di Venezia, i cui monumenti funebri in marmo ne ricordano le gesta.

Ma non c’è solo una carrellata di monumenti statuari e tombe di marmo: la chiesa propone anche un polittico di Giovanni Bellini dedicato a San Vincenzo Ferrer, e numerose altre opere preziose.

Rientriamo verso casa, con grande tranquillità, godendoci i passaggi nelle calli e sui ponti, osservando il colore dell’acqua piena di riflessi, i lenti passaggi delle gondole, i balconi fioriti e i palazzi meravigliosi che si riflettono nell’acqua,

Vicino a Santa Maria Formosa scopriamo una libreria affollatissima, piena di libri vecchi e nuovi, dedicati a Venezia e non, in tutte le lingue del mondo, con all’interno una gondola vera che fa da contenitore per altri libri, e scalette esterne fatte sempre di libri.

Siamo ormai a metà pomeriggio. C’è il tempo per una lunga passeggiata fino quasi al porto, per godere sempre di Venezia nella sia intimità, e uno spritz in Campo Santa Margherita.

1 ottobre – Il rientro a casa è reso più gradevole grazie a una sosta gastronomica a Soave, deliziosa cittadina connotata dal castello Scaligero. Dove pranziamo e beviamo benissimo all’Enoteca del Soave.

(26 settembre – 1 ottobre 2018)

Giorgio Morandi e Grizzana

Giorgio Morandi, Autoritratto

Trovo particolarmente emozionante visitare i luoghi dove grandi menti del passato hanno creato i loro capolavori.

Penso alla casa di Alessandro Manzoni a Milano e a quella di Victor Hugo a Parigi. Penso agli ambienti che hanno circondato maestri capaci di mettere su tela tanta bellezza, come Rembrant ad Amsterdam, o Monet a Giverny.

Chissà se riuscirò a trasmettere questa emozione attraverso una descrizione.

Vorrei provarci, dopo aver visitato la casa di Giorgio Morandi a Grizzana, in provincia di Bologna, che infatti oggi si chiama Grizzana Morandi

Arriviamo in questa frazione dopo aver lasciato la statale Porrettana e aver percorso un tragitto non breve in una strada semi sterrata, molto bella, in mezzo ai boschi di castagni e faggi.

Ci attende una guida straordinaria, Serena, innamorata del suo lavoro e della storia di questo non semplice artista.

La casa Morandi, prospiciente alla strada, si trova di fronte a un’antica cascina, casa Veggetti, ben tenuta e tutt’ora abitata, dove la famiglia Morandi aveva passato le vacanze per molti anni, a partire dal 1913. Solo alla fine degli anni ’50 del secolo scorso i fratelli Morandi decidono acquistano un appezzamento di terreno di fronte, sempre di proprietà dei Veggetti, e vi costruiscono la loro casa, oggi sede del museo.

Casa Veggetti
La casa Veggetti è stata spesso ritratta dal pittore che, come si può ben intuire dai suoi soggetti, non amava molto allontanarsi dalla zona.
Giorgio Morandi nasce da una famiglia benestante, nella quale lui è l’unico figlio maschio con tre figlie femmine. Il benessere economico deriva dall’attività del padre, che muore prematuramente lasciando in difficoltà la moglie con quattro figli. Giorgio, che studia arte, andrà quindi presto a insegnare per aiutare a sostenere la famiglia.
Intanto incomincia la sua opera di pittore, e viene presto apprezzato e valorizzato. Le sorelle, orgogliose e protettive, lo circondano di un affetto esclusivo per permettergli di esprimere pienamente la sua vena artistica, e la famiglia resta così composta fino alla fine.
La casa che visito si presenta con una facciata sobria ed essenziale, disegnata dallo stesso Morandi. Lo stato della casa è esattamente quello in cui si trovava al momento della morte della sorella Maria Teresa, ultima sopravvissuta della famiglia, la quale aveva così disposto in vita affinché la casa diventasse un bene pubblico e una testimonianza del genio del fratello.

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Dall’ingresso si accede in un breve corridoio. Sulla destra si apre un salottino arredato con poltrone Frau e una bellissima libreria di design. Qui cominciano le prime emozioni: sfogliando alcuni libri, tutti scelti, acquistati e letti da Morandi, Serena ci fa notare appunti di prima mano o dediche di artisti e personalità famose, come Bacchelli o Sandro Pertini.


Il pianterreno comprende poi una camera da letto con due letti singoli, dove dormiva una sorella con una giovane domestica, un piccolo ma razionale bagno, e una straordinaria cucina.


Qui il connubio tra rigore estetico, razionalità e senso pratico offre una sensazione di pulizia e di equilibrio perfetto tra pieni e vuoti: armadi a muro, dove le stoviglie sono riposte in armonia cromatica, grande focolare, accessori da cucina quasi avveniristici e, tra le provviste, sorprendenti confezioni di curry.

Il pianterreno si completa con la sala da pranzo, dove tutto è rimasto intatto: servizi da caffè, scatole di cioccolatini e caramelle

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Ci spostiamo al piano superiore, dove si aprono porte simmetriche: la camera da letto di due sorelle, dove l’armadio ancora conserva gli abiti e i profumi usati dalle signore; la camera da letto di Giorgio Morandi, essenziale e aperta sul verde, un bagno completo con, ancora, gli accessori per sbarbarsi.
Infine, lo studio, così come Morandi lo ha voluto: ampio, illuminato da tre gradi finestre, percorso nel perimetro da ampi spazi d’appoggio per tutti gli accessori per dipingere, e un cavalletto reso più alto da due piedi posticci, per adeguarlo all’altezza del maestro.

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Qui sono nate tante delle opere così caratteristiche e riconoscibili, qui la luce proveniente da tre punti diversi rendeva difficile la comparsa delle ombre, qui Morandi cercava ispirazione dai boschi verdi così appaiono adesso, il frutteto a fianco della casa, i Fienili del Campiaro, oggi ristrutturati e, a loro volta, sede museale, e tutti i suoi ritratti, perché ritratti vogliono essere le riproduzioni di bottiglie, vasi e caraffe.

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Nella casa ci sono numerose riproduzioni, fedelissime, di opere di Giorgio Morandi. Nello studio ne vediamo una molto esplicita: una caraffa (la mamma) che raccoglie intorno a sé tre barattoli bianchi (le sorelle) e uno un po’ scostato, un po’ arretrato, blu: lui, Morandi. Ecco come il pittore racconta la consapevolezza di essere circondato e protetto da affetti profondissimi, senza i quali forse non sarebbe riuscito a esprimere così bene se stesso.
Si fa fatica a uscire da questo ambiente, la fantasia lavora e immagina il pittore al lavoro, immerso nella lunga fase gestazionale del quadro e, poi, in quella senz’altro più veloce della realizzazione. In questo studio Giorgio Morandi ha creato con i colori a olio quasi 60 diverse sfumature di verde, che poi conservava, per poterle ritrovare, dentro le scatole dei fiammiferi.
La visita continua con una bella mostra fotografica dedicata ai borghi dell’Appennino oggi semi abbandonati, ancora testimonianza di un modo di vivere scomparso, ma non così lontano dai nostri giorni.
Ho trasmesso l’emozione? Andate a Grizzana Morandi

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Matera, Bari e il mare

matra panorama

10 aprile 2018

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Un volo di un’ora e mezza ci permette di coprire gli otto, novecento chilometri tra Milano e Bari, ed eccoci qui. Recuperiamo una Panda a noleggio e ci avviamo subito verso Matera. Unica tappa intermedia, Altamura, che subito ci affascina con i suoi palazzi rinascimentali in tufo bianco, i decori che ricordano la pietra leccese, una splendida cattedrale romanica e un goloso e ricco aperitivo in piazza.

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Poi, Matera: un presepe di case bianche che sembrano scaturire una dall’altra, in un disordine ordinato, una gestione dello spazio estrema e geniale insieme.

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Ci fermiamo alla Locanda San Martino: capiremo poi che è costituita da una serie di “sassi” recuperati e convertiti in stanze d’albergo, nelle quali sono state inserite le comodità moderne (in sintesi, i servizi) senza stravolgere il loro aspetto originale.

conchiglia.PNGCi viene assegnata la camera “della conchiglia”, una grotta scavata nella sabbia di cui è costituita la montagna, con una sola, piccola finestra e qualche presa d’aria (queste bellissime, a forma di fiori).IMG_1207
A room with a view, visto che si affaccia sui sassi, e in alto riconosciamo la parte alta della Cattedrale.
Appunto, i sassi. Cosa sono? Non sono pietre, come sembrerebbe suggerire il nome, sono vere abitazioni che, a partire dell’anno mille circa, gli abitanti locali hanno ricavato “per sottrazione”, scavando nella roccia le grotte dove vivere.
Nello spazio di una stanza viveva una famiglia, in genere molto numerosa, insieme con gli animali. Se questa promiscuità poteva essere accettata fino a un certo momento storico, nel 1952 viene definita “una vergogna per l’Italia” dal ministro De Gasperi, che orina l’evacuazione della popolazione dai sassi, e l’inizio di una lunga ristrutturazione degli spazi.IMG_1216.JPG
Naturalmente chi abitava nei sassi si è spostata con grande entusiasmo, visto che venivano loro offerte abitazioni con servizi, aria e luce. In parallelo, il lavoro di recupero si rivelava estremamente difficile e costoso, e continua lentamente fino al 1986, quando il governo allora ìn carica assegna a Matera un miliardo di lire e coinvolge i privati. Questi accettano di ristrutturare i sassi, nel pieno rispetto della loro origine, con un contributo a fondo perduto del 50%, mentre il rimanente 50% viene considerato come un affitto anticipato.
Tutto questo ci viene illustrato da Raffele (3334563440), la nostra guida, che ci viene a prendere all’albergo, e ci porta su e giù per Matera per circa quattro ore, senza accusare la minima stanchezza, anzi, sempre più entusiasti.
Ci troviamo nel Sasso Barisano, così chiamato perché rivolto verso Bari, e da qui inizia la nostra visita. Le prime osservazioni generali vogliono spiegare l’architettura ingegnosa di questa città, i cui abitanti hanno saputo ricavare abitazioni scavando nella tenera sabbia. Le case sono letteralmente impilate una sull’altra, con lo spazio per camminare, così che la strada che percorriamo altro non è che il tetto della casa sottostante.
Il problema più importante in queste abitazioni è l’approvvigionamento idrico, che si basa solo sulla pioggia: quindi ci sono ovunque canali fatti di terracotta per canalizzare l’acqua piovana dentro a capienti cisterne che fanno il valore della casa. Pur senza acqua corrente, le case erano attrezzate da una sorta di lavello dove utilizzare l’acqua stessa. Nelle strade e nelle scale (non dimentichiamo che Matera è una città tutta in salita) i canali di scorrimento dell’acqua erano scrupolosamente divisi tra quelli per l’acqua pulita, da bere e cucinare, e IMG_1253.JPGquelli per i rifiuti liquidi, inclusi quelli degli uomini e degli

animali.

Incontriamo subito l’edificio che ospiterà la sede di Matera 2019, città della cultura. Dopo pochi metri facciamo una delle tappe più suggestive: due chiese rupestri, ovvero due luoghi di culto scavate proprio come le case. La chiesa della Madonna della Virtù è particolarmente suggestiva per la sua grandiosità: tre navate, le colonne, una piccola abside (con un decoro più recente), sembra incredibile che sia stata realizzata con la sola forza delle braccia.La seconda chiesa, intitolata a San Nicola dei Greci, della quale buona parte si è perso, e comunque molto più rozza, conserva alcuni affreschi bizantini, straordinariamente interessanti per il punto d’incontro tra i simboli del culto ortodosso con quello della tradizione cattolica.

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Sull’altro lato della strada ci affacciamo sulla profonda gravina, in fondo alla quale scorre un fiume di portata limitata ma, pare, sempre attivo, mentre sulla parete opposta si vedono bene le aperture scavate nella terra, un tempo abitazioni, alcune diventate chiese rupestri, e oggi usate dai pastori come ricovero degli animali.

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Continuiamo la nostra passeggiata con l’osservazione dei sassi ben restaurati, ma ancora testimoni preziosi e inalterati delle loro caratteristiche di partenza. Una porta, una finestra, una stanza, prese d’aria con forme gentili per favorire il ricambio d’aria e contenere l’umidità. Tutto questo è ancora riconoscibile anche dove le singole unità sono state unite per creare soluzioni abitative ampie e comode, oltre che sane.
Un ulteriore aspetto che, man mano che si osserva, emerge da questa strana logica di costruzioni, è la non chiusura tra una casa e l’altra, anzi, le porte sembrano essere in una posizione tale da relazionarsi con quante più famiglie possibile. Il sistema, meno casuale di quanto non sembri, è chiamato giustamente “vicinato”, e rappresenta la relazione forte e stabile tra tutti i materani.

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Nel corso della visita vediamo la “Casa grotta” un esempio di come si viveva fino al 1852: vediamo una stanza dove predomina un letto matrimoniale alto e imbottito, un piccolo tavolo e una miriade di accessori per la casa e la cucina. La casa offriva ospitalità a tutti gli abitanti e i loro animali: il mulo, i conigli, le chiocce, i pulcini …una promiscuità persino difficile da immaginare. Eppure era quella la vita di molte persone.


Vicino alla casa grotta sorge la chiesa di San Pietro in Caveoso, notevole per il bel soffitto ligneo dipinto con figure religiose.

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Dopo l’arrampicata per i Sassi raggiungiamo la vetta della montagna, e raggiungiamo la Matera moderna, quella nata nel 1700, che oggi offre un bel corso pedonale con molti negozi per lo shopping.
La prima tappa è piazza Giovanni Pascoli, dove c’è la bella sede dell’antico ginnasio, oggi sede museale anche per tante opere dipinte da Carlo Levi durante il confino.

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Procediamo fino alla piazza del Sedile, dove una volta si riunivano i saggi del luogo per prendere le decisioni più difficili, e arriviamo alla piazza Vittorio Veneto dove si affaccia la bella facciata barocca di San Domenico.

Forse l’attrazione più rilevante della piazza, e lo è di sicuro per le dimensioni, è il cosiddetto “Palombaro Lungo”, ovvero quello che resta di una enorme cisterna che, un tempo, riforniva d’acqua tutta la città nuova. Noi ci affacciamo solo sulla profondità di questa cisterna, nella quale si può scendere grazie a una passerella, e verificare le tracce lasciate dall’acqua nei secoli.IMG_1311
Da questa piazza, grazie a un terrazzo creato apposta recentemente, si gode un magnifico panorama sul Sasso Barisano, e a questo punto siamo in grado di orientarci rispetto a quanto visto durante la passeggiata, e di capire la logica primitiva ma geniale con cui si è costruita questa città. La terrazza, aperta verso il cielo, ci offre anche il panorama del volo vivace degli uccelli: per la prima volta quest’anno rivedo le rondini e ne ascolto il verso inconfondibile e gioioso. Raffaele ci fa notare un altro abitante dei cieli, tipico di quest’area, il falco grillaio, piccolo, elegante e colorato.


L’ultima tappa della nostra visita è riservata alla stupenda chiesa di San Giovanni Battista, un capolavoro bizantino con forti toni arabeggianti. La facciata, che in realtà è una parete laterale, accoglie i fedeli attraverso il portale intagliato come un pizzo.

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La giornata si conclude perfettamente all’Osteria Pica, dove ci vengono servite specialità locali indimenticabili come il pane di Matera, dalla crosta croccante e l’interno morbidissimo, e i peperoni cruschi, una preparazione dell’ortaggio che lo rende leggero come una carta velina e delizioso al palato.

 

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11 aprile 2018
Lasciamo Matera, che avrebbe meritato altro tempo, non senza fare una sosta nella zona panoramica dall’altra parte della gravina, da dove si gode una visione d’insieme della città restaurata, della parte ancora originale e della natura intorno.


Ci avviamo verso sud, in direzione del golfo di Taranto, per dare un’occhiata alle tavole Palatine. Sorgono in mezzo alla campagna, in un giardino a loro dedicato, e sono purtroppo poco conosciute e poco visitate. Sono quanto rimane di un tempio greco dedicato alla dea Hera, due filari paralleli di colonne corinzie molto ben conservate, ancora maestose e affascinanti, mentre si stagliano contro il cielo azzurro. Si dice che qui fosse la tomba di Pitagora.


Visita rapida, ci rimettiamo subito in viaggio. La meta successiva è il mare Adriatico, poco sotto Bari. Per errore percorriamo un pezzo di autostrada, ma a Gioia del Colle decidiamo di uscire e percorrere la strada statale, forse meno veloce, ma senz’altro più interessante. Rapidamente ci rendiamo conto di essere proprio nel posto giusto al momento giusto: siamo in un’area di coltura delle ciliegie “Ferrovia”, un’area che si dipana per chilometri e chilometri, da Gioia del Colle a Conversano. Intervallati agli ulivi e alle ricche fioriture di colza e papaveri, i ciliegi sono in piena fioritura, e ci regalano lo spettacolo di nuvole bianche che corrono ai lati della strada.

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Passiamo Turi e Conversano, cittadine che hanno senz’altro un bel centro storico, ma rovinate da un’edilizia moderna priva di ogni bellezza e di equilibrio.
E finalmente arriviamo al mare. Siamo a Polignano a Mare, il paese famoso per l’altissima scogliera dalla quale è possibile tuffarsi (per i coraggiosi che si sentono di cimentarsi). E’ un borgo piccolissimo, ma molto carino, con case di un bianco accecante come si trovano in Salento, vicoletti pulitissimi che serpeggiano in mezzo, e come sottofondo il rumore costante della risacca. Ci godiamo il sole e lo spazio aperto fino all’orizzonte, prima di ripartire in direzione di Trani.

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Anche Trani è sul mare e ricorda un po’ le città greche dominate da Venezia. Dietro il porto, palazzi settecenteschi e dimore storiche di grande prestigio, finestre grandi e terrazzi. Solo un piccolissimo gruppo di casette dalla forma semplicissima del parallelepipedo, raccolte tutte insieme spezza questa eleganza. Nell’area immediatamente dietro il porto i palazzi storici sono quasi uno dopo l’altro, intestati a famiglie ricche o nobili della zona, spesso convertiti alla funzione di ricevere ospiti, e raccogliere così le risorse per la manutenzione dei palazzo stessi.
La nostra scelta cade proprio su uno di questi: alloggiamo a palazzo Bianchi, uno stabile del 1700 appartenuto al barone Bianchi, passato poi di proprietà della chiesa, e infine della famiglia che lo gestisce ora anche come albergo. Ci viene assegnato un appartamentino, piccolo, essenziale, ma molto curato e comodo, con affaccio sul cortile del palazzo e accesso al bel giardino interno.

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Facciamo subito una passeggiata e percorriamo il semicerchio che abbraccia il porto, dove le barche a vela e i piccoli motoscafi sono raccolti nel centro, mentre intorno al perimetro ormeggiano i pescherecci. Una passeggiata panoramica con lo sguardo perso sul mare, che ci porta verso il Giardino Pubblico, bel parco curato dove, grazie a una leggera sopraelevazione, si abbraccia con lo sguardo tutta la baia.

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Rientriamo verso il centro e percorriamo le strade interne.
Sbirciamo cortili con piante rigogliose e vecchie carrozze, sono quasi tutti convertiti in strutture di accoglienza, affinché il proprietario trovi le risorse per l manutenzione.
Nella città vecchia è piacevole camminare, tra vecchi palazzi e chiese, per di più romaniche, salvo qualche esempio barocco.
Colpiscono alcuni aspetti. Gli uffici giudiziari sono numerosissimi e occupano davvero molti spazi: tribunale, procura, archivio di stato, corte d’appello, insomma anche se siamo in un piccolo paese, è evidente che siamo davanti a una sede importante, che si occupa di cause importanti.

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Esiste un definito quartiere ebreo, chiamato Giudecca, dove si possono riconoscere ben due sinagoghe. Una, oggi convertita a chiesa cattolica intitolata a S. Anna, era la sinagoga più grande d’Europa. La seconda, più piccola e raccolta, di luminosa pietra bianca, ancora svolge le sue funzioni.
Verso sera, i pescatori rientrano e mettono in mostra il loro ricco pescato su semplici banchi appoggiati sulla terraferma, proprio davanti alla loro barca. Pesce vivo, letteralmente, pronto alla vendita: paranza per fritto e zuppa, gamberi rosa, polpi e moscardini, molte rane pescatrici, una bella cesta di acciughe, qualche scorfano rosso e piccole triglie rosa. L’abbondanza e la freschezza sono una garanzia per quanto ci aspettiamo di gustare a cena.

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E proprio per la cena ci concediamo un lusso: scegliamo un ristorante lussuoso, Le Lampare al Fortino, con ottime recensioni, e non rimaniamo delusi. Cibo e vino sono strepitosi! Gustiamo il vero sapore del mare. Forse qualche critica potrebbe essere riservata all’estetica del locale, troppo scintillante per i miei gusti, ma poco importa.
Dopo cena, un ultimo sguardo alla suggestiva cattedrale illuminata, nel suo tenero color rosa, che sembra sorgere direttamente dall’acqua.


12 aprile 2018
In mattinata concludiamo la visita a Trani, una breve perlustrazione nelle strade he non avevamo ancora percorso. Diamo un ultimo sguardo alla Cattedrale nella luce del mattino, e soprattutto facciamo una piccola scorta di prelibatezze locali: taralli ai diversi aromi, e una fetta di soffice focaccia pugliese al pomodoro, che gusteremo a pranzo.
Riprendiamo l’auto e andiamo verso Bari, dove arriviamo comodamente con la strada statale. Bari si presenta come una città piuttosto disordinata, inflazionata di palazzoni anonimi e sproporzionati alla dimensione delle strade. Proprio a causa di questo disordine, riteniamo una fortuna aver prenotato in anticipo sia il posto per l’auto che l’hotel, che è il decoroso B&B Les Suites.
La posizione è comoda e abbastanza centrale, incrociano molto vicine le due vie dello shopping, ovvero non storia ma griffe, mentre andando verso il mare incontriamo alcuni palazzi istituzionali e, in particolare, il teatro Petruzzelli, perfettamente risistemato dopo l’incendio di molti anni fa.

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La piazza su cui sorge il Petruzzelli è davvero maestosa: ampia, alberata, luminosa. Nonostante la presenza di qualche palazzo davvero brutto, l’impressione generale è di una certa, opulenta eleganza.
Il lungomare di Bari è riparato da un’alta muraglia, e non è accessibile. Le spiagge, immagino, sono da un’altra parte.

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Ci avviamo verso il centro storico, abbastanza ben tenuto e valorizzato, e soprattutto abitato da baresi purosangue, dove il dialetto impera e il carattere esuberante dei meridionali riempie gli spazi.


San Nicola di Bari è famoso all over the world. Scopriamo però che si tratta della Basilica di San Nicola, perchè la Cattedrale è dedicata a San Sabino: entrambe le chiese fanno risalire la loro fondazione poco dopo l’anno mille. Hanno subito numerosi restauri e cambiamenti, ma mantengono l’impronta romanica, austera, elegante, spirituale.

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Vale una piccola sosta anche la piccola chiesa di San Marco, altrettanto antica. Fondata dai veneziani spostati a Bari, ha una semplice facciata con un piccolo leone alato, e le immagini della Madonna del Pozzo tra San Marco e S. Antonio da Padova.

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Ritorniamo verso il mare guardando il teatro Margherita, una curiosa costruzione nata all’inizio del 1900, costruita su palafitte, che sembra sorgere dal mare.
C’è un bel sole, e prima di rientrare in camera per prepararci per la cena, ci abbronziamo un po’ su una panchina, osservando il passeggio dei baresi.
La serata si conclude magnificamente al ristorante Il Sale. Indovinate un po’ cos’è salato?

 

Venezia, Biennale Arte 2017

Venezia, Biennale Arte 2017

Viva Arte Viva

Laguna

27 settembre – Siamo a Venezia, sestiere Castello. Siamo arrivati in treno e poi con il vaporetto 5.2, fermata Celestia. La casa è deliziosa, accogliente, comoda, a due passi dalla chiesa di San Francesco della Vigna, e la zona è particolarmente tranquilla, sembra impossibile che a pochi minuti di strada si intreccino le consuete folle che riempiono questa città. Siamo arrivati, e domani si parte per visitare la Biennale d’Arte.

San Francesco in Vigna

28 settembre – Alle 11 siamo, puntualissimi, alla biglietteria dei Giardini. Ci incontriamo con il gruppo e soprattutto con la nostra guida illuminata, Alessandra Montalbetti. Viva Arte Viva è il nome scelto per questa edizione da Paolo Baratta, presidente della Biennale di Venezia, e da Christine Macel, curatrice della 57° edizione. E se l’arte è viva, allora mangia! Così la prima sorpresa è il progetto “Tavola Aperta”, che permette ai visitatori di prenotare una cena in compagnia dell’artista preferito. Poi, chissà, magari l’artista è un musone che parla poco e fa poca compagnia, ma almeno scende dal suo olimpo e si fa carne per i suoi ammiratori.

Viva Arte Viva

La giornata sarà dedicata interamente alla visita del Padiglione Centrale, a sua volta diviso in Padiglione degli Artisti e dei Libri e Padiglione delle Gioie e delle Paure.

All’ingresso ci accoglie il drappo dipinto da Sam Gillian, una bandiera della pace (e dei diritti gay) rivisitata nella proposta dei colori, perché ritrovi il suo significato originale e forte.

L’artista Dawn Kasper, che ha difficoltà a trovare un luogo dove stare, si è trasferita dentro la Biennale, dove vive, lavora e mostra le sue opere. E’ così vero che con la cultura non si mangia?

Subito dopo, uno straordinario Olafur Eliasson propone una lampada artigianale, acquistabile, i cui ricavati andranno a una associazione che si preoccupa di sostenere i giovani immigrati, effettivi realizzatori di queste lampade. Sullo sfondo, un muro rivestito da una carta da parati con disegni un po’ onirici ci parla di Edi Rama, ministro albanese e artista.

Due diversi modi di “guardare” i libri. C’è chi li mastica e poi li sputa, come John Latham, e chi li lava, come Geng Jianyi, facendo così sciogliere gli inchiostri in disegni bellissimi.

Ci fermiamo in un angolo zen, anche se l’autore è l’architetto Calo Scarpa. L’unico rumore che si ascolta è quello dell’acqua che, dolcemente, zampilla dalle piccole cascate. Pesciolini rossi nuotano nei laghetti, una sedia dell’artista Liu Ye invita a sedersi e al confronto tra il muro di cemento e il muro di foglie naturali. Quest’ultimo aggiunge magia allo spazio regalando una meravigliosa copertura che sta incominciando a tingersi di rosso.

Vediamo ancora la delicata scrittura di Abdullah Al Saadi, e continuiamo dal rumeno Ciprian MureSan, un artista nato sotto la dittatura di Causescu, quando non aveva accesso ai libri d’arte italiana. Dopo la fine della dittatura, e l’apertura delle frontiere anche all’arte, la sua reazione bulimica verso così tanta bellezza ha prodotto disegni meravigliosi, veri concentrati di tutta la storia dell’arte italiana.

C’è anche John Waters, l’ispiratore di Jeff Koons, con i suoi incitamenti a studiare l’arte.

Mc Arthur Binion è un artista statunitense di colore che realizza le sue opere raccogliendo e incollando certificati di nascita degli schiavi neri, coprendoli poi con un reticolato materico. Il suo messaggio lascia spazio alla speranza di un mondo dove tutte le razze e i colori della pelle possano vivere insieme serenamente.

Finalmente una donna! Kiki Smith, scultrice, presenta delicati disegni dedicati alle donne, a quelle giovani e coraggiose che fanno luce nel loro cammino, e a quelle meno fortunate, vittime di una mentalità rinunciataria spesso auto imposta, chiuse in gabbie leggere ma ermetiche. Meglio spaccarle, queste gabbie, e ricostruire qualcosa con i cocci, che lasciarle chiuse.

Tra le artiste più creative mi colpisce Senga Nengudi, capace di creare opere d’arte partendo dai collant. I collant, oltre a rappresentare un passo pratico, ma incisivo, verso la liberazione della donna, si prestano bene a metafore al femminile: il corpo che si allarga con la gravidanza e poi si restringe, la forza della donna che si allunga a dismisura, il tempo che passa …

Questa è naturalmente solo una selezione degli artisti inclusi nel Padiglione centrale. Sempre ai Giardini, ci sono i padiglioni di proprietà di diversi stati del mondo, introdotti da Swatch Faces 2017, di Ian Davenport (Swatch è main sponsor della Biennale 2017). Le scelte degli artisti che hanno “riempito” i padiglioni sono estremamente politiche e intrise di significato, difficile da rendere con una semplice foto. Tutti quelli visitati dimostrano una forte originalità e lucidità nel manifestare pensieri dedicati alla condizione umana e all’ambiente. Singolare il Giappone, con opere di eccezionale maestria e precisone, il Canada allegrissimo con i suoi spruzzi d’acqua sulle assi di legno (materiali tipici del Canada), la Gran Bretagna con le metafore della vita di Phillida Barlow, l’Australia dove la fotografa Tracey Moffatt esprime il suo profondo malessere verso i problemi dei migranti, fino al’Infinity and Beyond di Brigitte Kowans che ben rappresenta il concetto con i suoi neon allo specchio.

Concludo con la descrizione del padiglione tedesco, vincitore del Leone d’Oro per questa edizione. L’ingresso è sopraelevato, e si cammina su un vetro a circa 50 centimetri dal pavimento vero. Alle pareti, in alto, ci sono stretti camminamenti pericolosi per il vuoto in cui si affacciano. Purtroppo non ci sono gli “attori” a rappresentare la performance, ma il significato è chiaro: viviamo oggi, e soprattutto la vivono i giovani, una vita che, dietro l’apparenza di molte comodità, non permette sicurezze. Si cammina in bilico, si è alle volte costretti a strisciare (sotto il pavimento di vetro), si urta contro un soffitto di cristallo.  Non so se anch’io avrei dato il primo premio a quest’opera, ma devo riconoscerne il coraggio e l’attualità.

29 settembre – La giornata inizia con la visita alla chiesa di San Giorgio, sull’omonima isola. Arriviamo in pochi minuti con il vaporetto, attraversiamo la laguna con l’illusione impercettibile di essere in un quadro del Canaletto.

La visita inizia dalla chiesa stessa. La facciata è stata disegnata dal Palladio, che non è riuscito a vederne la fine. Chi è intervenuto dopo di lui ha apportato qualche modifica che il grande architetto non avrebbe approvato.

La chiesa, gestita dai monaci Benedettini, accoglie con piacere le installazioni di arte moderna, anche se invadono il pavimento consacrato. Qui, quest’anno, c’è il grande Michelangelo Pistoletto. Nella navata della chiesa è proposta un’opera storica, “Love difference”, un’installazione datata 1975, ma ancora molto attuale. Ama le differenze ci invita a raccoglierci in un cerchio di specchi, dove ognuno si riflette infinite volte e dove è facile confondere la propria figura con quella di un altro, soprattutto se di spalle, e l’altro potrebbe essere di colore diverso dal nostro, o di diversa religione. Siamo quindi molto più simili di quanto non vogliamo ammettere. La mostra continua con un lavoro recente ambiento a Cuba: specchi dove le figure fotografate si mescolano a quelle riflesse del pubblico che passa, ovvero noi stessi. Poi “Con-tatto”, due dita identiche che, grazie agli specchi, sembrano toccarsi: forse al contatto, allo sfiorarci, a usare anche il tatto tra noi non siamo ancora arrivati?

In conclusione, un’ampia panoramica dei lavori dell’artista, che vuole insegnarci a non fermarci alla prima impressione, a guardare oltre, a cercare il punto centrale delle cose anche quando non è al centro, a non farci imbonire da quanto vogliono farci credere, e magari non è così vero.

La visita si conclude con tre insoliti lavori di pittura dell’artista, eseguiti quando era giovanissimo, dove già dimostra il suo malessere e il rifiuto per un mondo omologato e conformista, che non è il suo.

Abbiamo una lunga pausa pranzo, che impieghiamo spostandoci con il vaporetto (lentissima linea 1) e poi perdendoci a piedi fino a San Stae, dov’è l’appuntamento per il pomeriggio. Andiamo alla Fondazione Prada, nella Ca’ Corner della Regina, dove è proposto un lavoro congiunto di tre artisti tedeschi, Thomas Demand fotografo, Alexander Kluge scrittore e regista e Anna Viebrock, sceneggiatrice.

I tre autori propongono un lavoro articolato, che si dipana sui tre piani del palazzo. Il titolo, “The boat is leaking, the captain lied” ci prepara a un messaggio forte e diretto. Con l’aiuto di scenografie vistosamente esasperate o fasulle, video e immagini, i tre autori ci parlano del mondo in cui viviamo, un mondo che sta affondando per colpa nostra. Noi non abbiamo occhi che per noi stessi, ci facciamo convincere da quello che vogliamo ascoltare, cerchiamo soluzioni facili e di poco impegno, e non ci accorgiamo che stiamo lentamente affondando. Sul finale, gli autori ci regalano una speranza, l’incoraggiamento che possiamo ancora salvarci, ma solo noi possiamo farlo. Il mondo è nostro e sta a noi cambiarlo, la soluzione c’è, non c’è, siamo tutti chiamati a cercarla a trovarla, soprattutto perchè non verrà nessuno a risolvere i nostri problemi, e forse è meglio così.

Concludiamo il pomeriggio con una visita al Fondaco dei Tedeschi, una costruzione antichissima, più volte ristrutturata. Oggi è una proprietà Benetton rivisitata da Rem Koolhass. Siamo di fatto in un grande magazzino del lusso, ma la magnifica struttura e il perfetto restauro ne fanno un monumento da non perdere. La conclusione della visita è mozzafiato! Una terrazza che si apre su Venezia a 360°, preceduta dalla splendida installazione di Loris Cecchini.

30 settembre

Punta della Dogana, ore 10: nella Fondazione Pinault è proposta la mostra spettacolare di Damien Hirst: Trasures from the Wreck of the Unbelievable. Come si può raccontare un sogno? L’artista ci attira in un’avventura sottomarina e ce la racconta con due registri diversi: Da una parte c’è la storia di una naufragio avvenuto duemila anni fa, il naufragio della nave di uno schiavo liberato e divenuto ricchissimo. La nave era dunque piena di tesori che un gruppo si sommozzatori hanno portato in superficie, e che l’artista ci propone così come sono. Fin dall’inizio, però, piccole distonie che si fanno man mano sempre più grandi, ci parlano di una favolosa invenzione, un progetto onirico che raccoglie tesori affascinanti e mostri fantastici. Reperti coperti di alghe e coralli, figure mitologiche sempre più grottesche, fino alla rappresentazione dello stesso Damien Hirst che tiene per mano Topolino, entrambi coperti di finti coralli e alghe, nella definitiva confessione che stiamo assistendo a un bellissimo gioco. La visita si conclude al piano superiore, davanti alle finestre che guardano Venezia e il suo mare, dove sono collocate tre versioni del teschio dell’unicorno, in metallo povero, argento e oro.

Continuiamo con la visita a un altro artista sognante, Jan Fabre, nel chiostro dell’abbazia di San Gregorio. Jan Fabre ha scelto il vetro come materiale in omaggio a Venezia e al suo alto artigianato. Ci sono i piccioni color blu penna Biro, con il loro guano, tutto in vetro, c’è lo scarabeo trafitto da un ramo d’alloro. C’è una stupenda croce fatta solo in scaglie di vetro di Murano in tutte le gradazioni del verde, ci sono i magnifici teschi che tengono tra i denti scheletri bianchissimi di piccoli animali, ci sono abiti fatti solo di scaglie di ossa. Jan Fabre ci ricorda il trascorrere del tempo e la perfezione della natura.

Jan Fabre

Proseguiamo per Ca’ Rezzonico, dove sono raccolti gli allestimenti poetici e rivoluzionari di Marzia Migliora. Ca’ Rezzonico vale una visita attenta a parte, per le magnifiche decorazioni, gli arredi originali, gli affreschi dei Tiepolo, padre e figlio. Marzia Migliora è intervenuta con … il sale. Il sale rappresenta oggi un ingrediente per produrre il litio, metallo indispensabile ai cellulari, così il sale, tanto prezioso in passato, potrebbe tornare a esserlo anche in futuro. Quindi il sale che potrebbe generare lotte e schiavitù, il sale più prezioso dell’oro e quindi lavorato sui banchi dei maestri orafi, il sale come oggetto di guerre. Marzia Migliora però ci saluta con un omaggio femminile, malizioso e moderno: una maschera classica della tradizione veneziana, che doveva essere tenuta tra i denti (rendendo quindi impossibile parlare alla donna che la indossava) proposta sospesa e ondeggiante, quasi a dire che ci vuol altro per far tacere una donna. Un bel messaggio di incoraggiamento. Lasciamo Ca’ Rezzonico con negli occhi il meraviglioso affresco del Tiepolo intitolato Il mondo nuovo: tutti voltati di spalle, guardano lontano verso il nuovo, o non lo vogliono vedere?

Tiepolo

1 ottobre – Ultimo giorno, nel pomeriggio si rientra. L’appuntamento è alle 10 all’entrata dell’Arsenale, in Campo de la Tana. Ci avviamo subito verso il Padiglione Italia, costeggiando gli spazi chiusi dedicati a vari Paesi nel mondo, mentre finalmente ritroviamo il mare e il bacino ancora occupato dalla Marina Militare. La prima opera che incontriamo, nel Giardino delle Gaggiandre (le quali, per dire, sono lì dalla fine del 1500, e sono opera del Sansovino) fa parte del Padiglione del Tempo e dell’Infinito. Un’opera molto poetica del giapponese Kishio Suga, una serie di pietre bianche in fila sulla superficie dell’acqua, pietre che, con il passare dei mesi, si coprono di muschi, cambiano colore, accettano il passare del tempo. –

Entriamo nel Padiglione Italia, intitolato “Il mondo magico”, dall’omonimo libro di Ernesto de Martino. Qui sono presenti le opere di tre artisti. Roberto Cuoghi propone L’imitazione di Cristo, una costosa costruzione del corpo del Cristo in croce con un materiale proteico, quindi deteriorabile.  Le “statue” sono preparate a rotazione, mentre le più vecchie si disfano e consumano, mangiate dai batteri, sono pronte quelle nuove. Un processo di decomposizione e composizione, morte e rigenerazione, che sembra riguardare il nostro presente.

Adelita Husni-Bey, un video intitolato “The Reading”, mostra un gruppo di giovani di ogni colore e religione, che discutono su ambiente e sfruttamento della terra “tanto noi ne abbiamo bisogno, tanto la sfruttiamo”. La discussione è condotta attraverso la lettura di Tarocchi opportunamente disegnati, stimolando in questo modo i giovani presenti a raccontare il proprio legane spirituale, coloniale e tecnologico con la Terra e con il mondo.

Infine, Giorgio Andreatta Calò ci lascia senza fiato con la sua “Fine del Mondo”. Entriamo in un enorme spazio dove una fitta serie di tubi da ponteggio suggerisce la necessità di sostenere il soffitto. Vengono in mente numerosi problemi dell’Italia, il degrado, i terremoti. Alcuni tubi hanno appeso grosse conchiglie, a evocare un mondo marino misterioso. Saliamo una scala, ci portiamo al livello superiore, guardiamo verso quello che dovrebbe essere il contro soffitto e … ohhhh meraviglia: vediamo un enorme specchio che riflette le capriate in legno del tetto, originali dell’Arsenale, una visione vertiginosa e straniante. Non è uno specchio, ma un riflesso perfetto, cristallino, ottenuto con l’acqua, e che ora appare come un miraggio.

Lasciamo il Padiglione Italiano e visitiamo gli altri: il Padiglione dei colori, il Padiglione Dionisiaco, molto femminile, il Padiglione delle Tradizioni, il Padiglione della terra, fino al Padiglione dello Spazio Comune.

Le opere sono moltissime, alcune particolarmente azzeccate, a mio avviso, altre che forse riprendono idee già discusse.

Cosa mi ha colpito? La delicatezza delle tele di Thu Van Tran (Vietnam), le magnifiche lampade di Sam Lewitt, magnifiche anche perché sostenibili, il viaggio a Fukushima di Koki Tanaka, i prezziosi e rarissimi tappeti di Cynthia Gutierrez (Messico) e quelli ribelli di Teresa Lanceta (Spagna), le magnifiche interpretazioni delle tradizioni italiane di Leonor Antunes (Portogallo), i disegni di nudi espliciti ma casti di Huguette Caland (Libano), la raccolta a “tappeto” di audiocassette di Maha Malluh (Arabia Saudita), cassette che raccontano alle bambine arabe come deve comportarsi una donna, i seni algidi di Zilia Sanchez (Cuba), i deliziosi palloncini rovesciati di Hale Tenger (Turchia), gli allegri cuscini coloratissimi di Sheila Hicks (Usa).

Una Biennale bellissima, non facile, ma senza segreti per noi che abbiamo potuto contare su una conduzione meravigliosa.

La Maremma di ieri e di oggi

 

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La riunione di un gruppo di “vecchi” compagni di viaggio (vecchi solo perché già avvezzi alla precedente, reciproca compagnia) ha visto come sfondo la Maremma toscana.

E’ indispensabile essere più precisi, e mi piace esserlo: in Italia la concentrazione di cose belle, interessanti, tesori artistici, paesaggi esclusivi, è così alta, in pochi chilometri si trovano così tante cose da visitare che la definizione “Maremma toscana” non è corretta. Per tre giorni abbiamo girato in lungo e in largo la zona prospiciente al mare, i paesi medioevali che sorgono sulle alture, per difendersi dalla malaria, le abbazie adagiate tra gli ulivi, e la costa affacciata sull’Arcipelago Toscano. Pochi chilometri quadrati, tanta storia e arte.

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L’incontro con Carla e Franco è cordialissimo: non ci vediamo da un anno e mezzo, ma non sembra proprio. Ci accolgono nella loro bella casa immersa nel verde, tra gli ulivi e i fiori, e non solo ci riservano uno spazio esclusivo, ma ci fanno trovare una succulenta cena di benvenuto innaffiata da uno squisito Brunello di Montalcino.

La mattina dopo la compagnia si riunisce al gran completo: Gianfranco e Anna, Christiane e Franco, Carla e Franco, noi, i due Paoli. Teatro dell’incontro è Massa Marittima che, a scapito del nome, è ben lontana dalle spiagge. Dopo l’abbraccio collettivo, ci perdiamo nell’ammirazione di questa bellissima località: elegante, austera, perfettamente conservata, ha il suo fulcro nella piazza dove si affaccia la Cattedrale, insolitamente non allineata con gli altri edifici. Gli antichi edifici contribuiscono a dare solennità e armonia all’insieme, ma la vera star è proprio la cattedrale, grandissima, sopraelevata, con una piazza nella piazza che diventa palcoscenico naturale. L’interno è spoglio come si conviene a una chiesa gotico-romanica, salvo una dolcissima Madonna di Duccio da Boninsegna.

Dalla Cattedrale ci avviamo verso la parte alta della città, per arrampicarci sulla Torre del Candeliere e osservare dall’alto il panorama che si stempera nella campagna fino a raggiungere il mare. La caratteristica di questa costruzione, la cui parte inferiore, originale, risale ancora al XIII secolo, è il possente Arco Senese, oggi passeggiata panoramica, ma in origine costruzione dominante sulla città sottomessa.

Proseguiamo poi con una bella e rilassante passeggiata intorno alle antiche mura difensive, già immersi nel morbido verde della Toscana. Massa Marittima ci saluta con l’immagine dell’albero della fecondità, un dipinto che non ha bisogno di spiegazioni.

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Sulla strada per Montesiepi incontriamo vecchie miniere di ferro in disuso, dove il materiale rimasto si mostra nelle diverse combinazioni di ossidazione e in combinazione con altri elementi. Il risultato è una collina stemperata in tante tonalità diverse: grigio, rosso, verde, giallo …

 

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Prima di raggiungere la prossima meta culturale, ci concediamo un piccolo break mangereccio in mezzo alla campagna, dove assaggiamo squisiti crostini su pane toscano.

 

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Galgano Guidotti era un nobile cavaliere della zona che, nel lontano 1180 (circa) improvvisamente decise di rinunciare alla vita mondana. A suggello di questo fatto, prese la sua spada e la piantò nella roccia, dov’è rimasta fino ai nostri giorni. Successivamente, intorno a questa Excalibur italiana è stata costruita una cappella di forma cilindrica, circondata da una originale cupola a fasce cromatiche alternate: la Rotonda di Montesiepi. La cappella adiacente, datata 1300, conserva degli affreschi, molto deteriorati in verità, attribuiti ad Ambrogio Lorenzetti.

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Dopo questa chiesina raccolta e intima, ci spostiamo a San Galgano. Come si può raccontare una basilica medioevale interamente in pietra e mattoni, grandissima, che ancora conserva perfettamente la sua struttura perimetrale, le navate interne, le colonne, la facciata imponente, le finestre a sesto acuto, ed è completamente vuota e senza tetto? Conserva la solennità dell’edificio religioso, e ha insieme la magia di qualcosa che, nel perdere la sua funzione originaria, si è trasformata in un monumento che sembra non appartenere a questo mondo. Le aperture sembrano cornici al paesaggio esterno, mentre gli aspetti decorativi sono curiosamente molto ben conservati. Intorno, l’ordinata campagna toscana con i suoi olivi secolari, i cipressi, le viti. Per osservarla ancora meglio e dall’alto, ci spostiamo sulla rocca, strategico punto panoramico. Scendere dalla rocca è ancora un tuffo nel medioevo, in mezzo a percorsi pedonali, scale acciottolate e giardini fioriti.

La prossima tappa è Roccatederighi, dove hanno casa Christiane e Franco: un rifugio tranquillo che esplode in un grande giardino soleggiato, pieno di alberi e fiori.

E’ un paese medievale dove le case mantengono la struttura originale in sasso, e alcune costruzioni sembrano sorgere direttamente dalla roccia, rivelando un’insolita perizia nei costruttori. Il percorso nel centro è solo pedonale, su vicoli lastricati in pietra e in mezzo ai giardini fioriti. E’ un posto molto tranquillo, salvo durante l’annuale festa denominata “Medioevo nel Borgo”, durante la quale le tre contrade si incontrano e si scontrano. L’evento attira migliaia di persone che affollano le strade.

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Il giorno successivo abbiamo appuntamento a Civitella, un borgo che conserva quattro porte di ingresso. Nonostante siano solo quattro, riusciamo a non centrare il punto di incontro … poco male, grazie ai telefoni cellulari, ormai non si perde più nessuno.

Assaporiamo la bellezza di Paganico, elegante centro posto in uno strategico punto panoramico (forse un tempo si sarebbe detto, difensivo) e proseguiamo per S. Angelo in Colle e il suo straordinario castello. Siamo ormai a Montalcino, quindi l’enoteca all’interno offre, oltre a una bella selezione di vini diversi, una grande quantità e varietà di Brunello e Rosso. Altrettanta varietà sta nei prezzi, che arrivano a diverse centinaia di euro.

Montalcino ci accoglie con la sua altissima torre che pare appoggiata alla costruzione un po’ asimmetrica a fianco.

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Facciamo un bel percorso nel centro storico, in mezzo a botteghe artigianali e vinerie, sotto gli austeri palazzi medievali. E’ una cittadina vivace, posta anch’essa un po’ in alto, e dalla quale si occhieggia, tra le case, scorci della campagna intorno, fatta di ulivi e cipressi.

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Per pranzo scegliamo dei semplici ma gustosissimi panini, che mangiamo in un improvvisato pic nic davanti all’Abbazia di S. Antimo. Ancora una volta ci troviamo davanti a un monumento imponente e di grande bellezza che si erge, solitario, in mezzo alla campagna. La chiesa romanica risale al XII secolo, sebbene molti interventi siano stati fati nei secoli successivi, e il santo a cui è dedicata l’abbazia è un martire cristiano vissuto nel IV secolo. Qui però non c’è abbandono: S. Antimo è abitato e vissuto da una comunità di monaci che ne seguono il canone, si dedica alla preghiera e alla cultura del Canto Gregoriano, che qui è praticato e insegnato. Il giardino e l’uliveto sono perfettamente curati, mentre i giovani sono i benvenuti e hanno spazi dedicati.

La campagna intorno è di una bellezza quasi struggente, forse dovuta anche alle tante tonalità di verde, mai eccessivo, ma intenso e spesso virato al grigio e all’argento. L’interno della chiesa è spoglio, solenne, austero, un invito al raccoglimento e alla contemplazione. Di fronte all’Abbazia, un piccolo giardino con alcuni ulivi secolari, delle sculture viventi, con i tronchi contorti e nodosi.

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Ci spostiamo a S. Quirico d’Orcia, e la località è annunciata da un piccolo girotondo di cipressi. Qui, ahimè, ci sorprende la pioggia. Per fortuna i paesi medievali sono ricchi di portici e arcate, abbiamo così modo di ripararci e aspettare che il tempo migliori. In centro visitiamo la Collegiata, che ha un bell’altare barocco, ma soprattutto la chiesa di Santa Maria Assunta, un vero capolavoro di equilibri architettonici, con i bei portali. Il paese è noto anche per gli Orti Leonini, bei giardini curati dove, al momento, sono esposte alcune installazioni contemporanee. Percorriamo tutta la strada principale, dove si affacciano numerosi edifici che conservano molto della loro origine medievale, fino alla chiesetta di S. Francesco

L’ultima tappa della giornata è Bagno Vignoni, dove una sorgente leggermente sulfurea e calda, già nota ai Romani, alimenta ancora oggi percorsi acquatici che sfociano in piccole, ma ripide cascatelle fino a valle, e a un grande bacino allagato all’interno del paese, attorno al quale si affaccino bellissimi edifici storici. E’ davvero insolita questa piscina naturale che, con le sue acque placide, fino a non molto tempo fa offriva a tutti la possibilità di un bagno terapeutico nelle sue acque. Poco lontano, i depositi calcarei hanno dato origine a una piccola Pammukale.

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Ci allontaniamo da questa zona più interna per tornare verso il mare, dove tutti abbiamo la base. La campagna toscana ci abbraccia ancora con i ritmi ordinati delle sue colture, e mentre il sole tramonta e il cielo si tinge di rosa, i tanti borghi sulle alture cominciano ad accendere le luci, diventando tanti piccoli presepi illuminati.

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La serata si chiude con un’ottima cena a Braccagni, dal simpatico Re Sugo.

Oggi, ultimo giorno insieme (ma già due protagonisti ci hanno abbandonato: Anna e Gianfranco, rientrati a casa per festeggiare il compleanno della figlia), vista la bellissima giornata, decidiamo di comune accordo di andare in spiaggia, e precisamente a Cala Violina, un angolo raccolto che si raggiunge dopo una breve passeggiata in mezzo ai pini e ai lecci. Potevamo chiedere di più? Acqua trasparente, sabbia morbida, sole splendente, temperatura perfetta. Tante chiacchiere e ancora il piacere di stare insieme.

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Alla prossima, presto!

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Auld Lang Syne Scozia

La Scozia è un paese quasi disabitato, dove piove moltissimo, pieno d’acqua e di boschi. Visitandola in un momento dove in Italia imperversa la siccità, viene da dire: Pensiamoci. Gli Scozzesi scrivono in inglese, ma parlano una lingua loro che se ne infischia della fonetica, quando non è celtico. Più semplice andare a intuito. Gli Scozzesi sono, comunque, estremamente gentili, tolleranti con i turisti e il loro improbabile inglese, e molto puliti. Peccato guidino a sinistra.
Questo è il diario di una settimana di vacanza

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A hotel room with a view

25 luglio 2017
Con solo 45 minuti di ritardo ci solleviamo in volo da Milano e, alle 15,30 in punto ora italiana (ora locale 14,30) siamo a Edimburgo, Edinburgh.
Subito apprezziamo i disagi della Brexit o, semplicemente, la sospensione degli accordi di Schengen: ci tocca una coda lunga e lenta prima di passare la dogana ed entrare, veramente, nel Regno Unito.
Un comodo e non economico taxi ci porta all’hotel, Holiday Inn Express, in Queen Street; non è centralissimo, ma nemmeno così scomodo. Dati i tempi lunghi già impegnati in inutili convenevoli, ci mettiamo subito in marcia.

DSC01682.JPGLa città è interamente coinvolta nei preparativi per l’Edinburgh International Festival, un evento mondiale che richiama spettatori da tutto il mondo e che si svolge in agosto. Ma noi non ci facciamo impressionare e ci avviamo per il nostro giro. Appena usciti dall’albergo, davanti a noi cammina un signore in kilt. Non uno dei numerosissimi signori drappeggiati in tartan che incontreremo durante il nostro giro, a scopo turistico. No, questo signore ha proprio scelto di preferire la divisa tradizionale della Scozia. Ci capiterà di vederne altri.
La prima cosa da vedere, a Edimburgo, è senza dubbio il Castello, che sovrasta la città dalla cima della sua rocca. Già dal basso si intuisce che è una costruzione enorme, anzi, è formato da costruzioni diverse.Scottish gallery.JPG
Il percorso che ci porta al castello è affascinante e riserva molte sorprese: costeggiamo la Scottish Nationail Portrait Gallery, in un edificio color mattone dove, in facciata, compaiono statue tridimensionali di molte donne e sante dell’antichità.

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Attraversiamo la piazza St.Andrew con il suo piccolo, ma verdissimo parco, raggiungiamo la Scottish National Gallery immersa nel verde, entriamo nell’infinito e verdissimo West Princes Park. Si tratta di un parco difficile da immaginare per noi italiani, tanto è grande, ben tenuto, fiorito, ricco di spazi erbosi dove giocare, grandi e piccoli.

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Mi colpisce un teatro all’aperto: in una nazione dove piove quasi ogni giorno, un teatro all’aperto è un vero inno alla creatività e al desiderio di fare qualcosa ad ogni costo. Dopo l’attraversamento del parco, scaliamo un bella scalinata e, voila, ci siamo. Naturalmente ….è chiuso. Qui tutto chiude alle cinque, e noi non siamo per nulla abituati a questi orari anglosassoni!

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Percorriamo un pezzettino del Royal Mile, quindi ritorniamo verso la città per ammirare il castello dall’esterno. In questo modo scopriamo un paio di passaggi stretti e nascosti tra le case, sotto voltini scuri, e collegano due vie parallele. Questa passeggiata ci porta ad attraversare un parco dopo l’altro, a scoprire la chiesa di St. Cuthbert e il suo suggestivo, antico cimitero, fino alle propaggini della città “nuova”, in quanto costruito intorno al 1700, e per distinguerlo dalla città “vecchia”, medioevale.

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Torniamo verso l’hotel passando per la lunga, accogliente e curiosa Rose Street: soprattutto il primo pezzo è molto poetico, per la presenza di antichi pub e per e decorazioni su muri e vetrine che riprendono liriche in inglese e, soprattutto, in gaelico.

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Ci fermiamo a cena nel pub The Conan Doyle, dove incominciamo a prendere confidenza con le specialità locali: salmone scozzese, fish & chips, pie di carne.
Dopo cena, quella che dovrebbe essere solo una banale passeggiata digestiva ci porta in cima a Calton Hill, un punto panoramico aperto su tutta la città dove, data la serata meravigliosamente serena, si sono dati appuntamento in tantissimi per ammirare il tramonto. Così facciamo noi, oltre ad apprezzare un altro polmone verde lussureggiante, che regala respiro alla città.

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26 luglio

La colazione dell’Holiday Inn non è male, un po’ disorganizzata. Dopo aver ritirato la macchina, una Opel corsa grigio metallizzato, partiamo per Inverness, sotto una pioggia battente. Il percorso è tutto immerso nella campagna scozzese, verde e rigogliosa che più non si può, dove ogni tanto si vedono greggi di pecore o mandrie di mucche al pascolo. Ci fermiamo per una visita al castello di Blair, dove per fortuna non piove.

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E’ un castello molto elegante, sebbene privo dell’armonia di quelli francesi, tutto intonacato di bianco, ancora abitato, e un buon esempio per osservare come viveva, e riceveva, la nobiltà inglese nei secoli passati. L’arredamento è riconducibile al XVIII secolo, e direi comune ad altri esempi visti in altri paesi. Mi ha colpito, in alcune stanze, il campanello per chiamare la cameriera, le decorazioni a stucco nei soffitti, belle e insolite, e il fatto che molte sedie fossero rifasciate con tessuti ricamati dalle nobili proprietarie, segno che, nonostante il benessere, non amavano stare con le mani in mano.
Notevoli, in negativo, i palchi di corna di cervi uccisi e l’impressionante collezione di fucili e altre armi.


All’esterno i giardini sono enormi, e accolgono l’allevamento dei cervi, dei pony e delle pecore. Ci sono prati immensi e boschi con alberi di dimensioni gigantesche, segno della loro salute e della loro vetustà.

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Riprendiamo la strada verso Inverness, in un panorama non diverso. Facciamo solo una tappa velocissima alla distilleria Tomatin, dove assaggiamo al volo un whisky squisito e impariamo che la qualità del whisky delle Highlands si deve alla dolcezza dell’acqua.

DSC01807.JPGFinalmente siamo a Inverness, nel gradevolissimo B/B The Gatehouse.
Abbiamo tempo per un giro panoramico della città: il castello, probabilmente ricostruito, la severa cattedrale, alcune vecchie massicce costruzioni, ma soprattutto deliziose casette singole in pietra grigia, con le finestre a bovindo e i giardini pieni di fiori colorati e rigogliosi, e naturalmente lui, Ness, il fiume vigoroso che taglia in due la città, che formerà il famoso lago, e che soprattutto la rende unica.
Buona cena nel pub The Den, sotto le fotografie dei più famosi personaggi scozzesi: Sean Connery, Rod Stewart, Annie Lennox, …… Io scelgo dei deliziosi muscoli in salsina piccante e una squisita zuppa di pesce e verdura.


27 luglio
Dopo una buona colazione, ci mettiamo in viaggio, lasciamo Inverness.

Costeggiamo a lungo l’impetuoso fiume Ness, e facciamo la prima tappa al castello di Urquhart, un maniero di sasso del quale ormai non rimangono che poche rovine, ma che conserva abbastanza struttura per capire come potesse essere in passato, quando serviva da abitazione e da luogo di appostamento e difesa verso eventuali invasioni dall’acqua.

Il castello si affaccia sul più famoso dei laghi scozzesi, Loch Ness, una estensione d’acqua imponente nella quale, ahimè, non vediamo spuntare nemmeno l’ombra di Nessie. Pare non sia stagione … Proseguiamo verso Fort Augustus, un microscopico paesino composto, anche lui (ma non mi stanco di guardarle) da deliziose villette monofamiliari intonacate di bianco e piene di fiori. L’attività più rilevante di Port Augustus consiste nel riempire e svuotare le chiuse, per permettere alle barche di arrivare al lago. I mari a est e a ovest della Scozia non sono allo stesso livello, e il percorso nel Canale Caledoniano non può essere diretto, deve essere modulato.

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Proseguiamo verso il castello di Eilean Donan, che in gaelico vuol dire “Castello dell’isola di Donan”. La Scozia ha ancora moltissimi castelli, e guardando le immagini sono anche abbastanza diversi uno dall’altro, ma ahimè è impossibile visitarli tutti. Questo è ancora differente dai due già visti. L’interno è in parte ricostruito, con ambienti addirittura “abitati” da figure ad altezza naturale, l’esterno ha un delicato colore rosa arancio che lo rende perfetto nella tavolozza azzurra e verde tutta intorno. L’accesso tramite un ponte di pietra rende il castello ancora più suggestivo.

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Continuiamo finalmente verso Skye, ci siamo quasi. Intorno a noi campi di velluto verde, piccoli laghi, cascatelle. Attraversiamo l’aereo ponte che oggi unisce l’isola alla terraferma, e il panorama solitario prosegue, anche più intenso. Prati verdi, pecore e mucche che brucano, pioggia che va, viene, torna il sole e ricomincia, qualcosa impossibile da immaginare sotto altri cieli.

Raggiungiamo Portree, un minuscolo borgo raccolto su una insenatura naturale, caratterizzato soprattutto da una sfilata di case tutte colorate che guardano il mare.

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Qui facciamo una bella sosta fotografica. Continuiamo verso Uig, la nostra tappa finale per oggi, e raggiungiamo l’albergo, Uig Hotel. La struttura è bellissima e perfettamente inserita nell’ambiente, il servizio ottimo, e la cena del ristorante interno, di cui approfittiamo, è squisita (chowder e salmone al vapore con salsa bernese). La nostra camera guarda il mare ed è una vera “camera con vista”. Questa parte della Scozia, quest’isola, ne raccolgono tutto il fascino, e rispondono all’immagine più caratteristica di questo Paese: pochissime le case, tutte bianche immacolate, tutte con il tetto di ardesia grigia, pochi servizi essenziali, solo il porto sembra essere un posto dove si intreccia qualche attività, ma sempre con molta calma. Una situazione fuori dallo spazio e dal tempo da apprezzare in silenzio.

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28 luglio
Ci svegliamo e, in meno di mezz’ora, il cielo davanti a noi cambia colore tre volte. L’incomparabile variabilità del cielo a queste latitudini.

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DSC01954.JPGPartiamo subito perché ci aspettano lunghe ore di guida. Il vero obiettivo, oggi, è raggiungere le Silver Sands di Morar, le spiagge sulla costa occidentale della Scozia, note per la loro sabbia finissima e brillante.
Lasciamo l’isola di Skye da dove siamo venuti, ritroviamo i grandi laghi, ci dirigiamo verso l’estrema costa ovest. Durante il tragitto siamo attratti dal Glenfinnan Monument, una colonna eretta in memoria di alcuni valorosi Highlander morti in battaglia. Il monumento è tutt’altro che bello, ma sorge proprio sul lago e, subito dietro, in pochi passi si arriva abbastanza in alto da godere di un panorama aperto ed emozionante. Scattiamo le solite fotografia e riprendiamo verso le spiagge d’argento, che sono davvero così. Ampie distese di sabbia bianca e brillante al sole, di consistenza finissima, dove verrebbe voglia di sdraiarsi e godere di tanta morbidezza, se solo non fosse così freddo. Ci godiamo allora un po’ il paesaggio, una baia silenziosa, immobile, dove il mare acquista mille sfumature diverse, e poi torniamo verso l’interno e verso l’hotel di stasera.

Siamo al Corriegour Lodge hotel, una dimora storica arredata con molta eleganza (very british, fiori ovunque!), dove ci riservano una cordiale e raffinata accoglienza. Ci fermiamo per la cena, all’altezza delle premesse, sebbene assai costosa: piccolo timballo di verdure grigliate, trancio di haddock in salsa al curry.
Sul dépliant dell’hotel leggo che è situato in una delle più belle aree del Great Glen, tra Sprean Bridge e la punta occidentale del Loch Ness. Il Great Glen è una delle aree geologiche più interessanti della Scozia, una spaccatura che corre da Inverness a Fort Williams. Approfittando di questo spazio naturale, è stato costruito il Canale Caledoniano, che mette in comunicazione i mari a est e a ovest del paese. Un tempo era molto utile in quanto le navi erano più fragili delle attuali, e navigavano in acque meno profonde. Oggi non è più così, ma il canale rimane. Qui l’acqua si divide in più laghi, ognuno con il suo nome preciso, come Loch Ness o il piccolo Loch Lochy, di fronte all’albergo.

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29 luglio
Sotto una pioggia battente, lasciamo il Corriegour Lodge per visitare Fort William. Qui il tempo ci concede una breve tregua, più che sufficiente a dare un’occhiata a una cittadina che non ha nulla di particolare salvo il lago, a portata di mano, moltissimi hotel e la natura lussureggiante che la circonda. Leggiamo che questo è, in effetti, il punto della Scozia più piovoso, ma che mantiene una posizione strategica e interessante per gli escursionisti, attratti dalla possibilità di poter praticare sia gli sport acquatici che le arrampicate sul Ben Nevis, la cima più alta della Gran Bretagna. In effetti è divertente pensare a un posto dove ci si può portare indifferentemente il costume da bagno o la picozza. Da Fort William parte un treno a vapore che arriva a Mallaig, la zona delle silver sands, e che pare sia stato reso famoso da un racconto o un film di Harry Potter: un’esperienza che ci è sfuggita.


Lasciamo Fort William, il prossimo obiettivo è attraversare Glen Coe, una vallata famosa per il suo fascino selvaggio e un po’ inquietante. Nell’omonimo paese troviamo il Visitor Centre, un interessante punto di partenza prima di inoltrarci nel Glen Coe.

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Qui viene spiegato in modo chiaro ed esauriente l’origine della Gran Bretagna, che milioni di anni fa era all’altezza dell’Equatore, nonché di questa zona, un tempo vulcanica e soggetta a eruzioni esplosive, poi modellata dai ghiacci dell’era glaciale. Nel Ben Nevis si riconosce ancora la Caldera. Il Glen Coe mantiene le promessa: poco dopo averlo imboccato, ci si trova in una gola stretta, circondata da cime alte e incombenti, coperte del velluto verde che qui sembra rivestire tutto. Sono le Three Sisters da un lato e l’Anoach Eagach dal’altro.

Poi lentamente la vallata si apre in una alternanza di spazi aperti, laghi e laghetti con piccole isole piene di vegetazione, cascate scroscianti, mentre le nuvole giocano a coprire e scoprire le cime. Non è facile raccontare una sensazione: qui, oltre alla bellezza, si respira l’armonia con l’universo e con le tante cose diverse che ci circondano.


Appena usciamo dal Glen Coe entriamo nella diversissima, ma altrettanto bella, zona del Loch Lomond e della riserva naturale del Trossachs. Il lago è il più grande della Scozia e si distende con sponde molto mosse, che formano piccole baie e apparenti cambiamenti di direzione. La riserva, più bassa di quanto visto fin’ora, non è meno bella, con una vegetazione più collinare, ma rigogliosa e variegata.

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Raggiungiamo il nostro Bed & Breakfast, una piccola villa bianca che ci ha riservato una cameretta semplice, ma deliziosa, e subito ripartiamo verso nuove avventure.
La prima tappa è Balloch, con il suo bel castello in pietra, purtroppo chiuso, e soprattutto il suo parco naturale che si stende fino al lago. Credo di non aver mai visto prima alberi così imponenti per altezza, grandezza del tronco, rigoglio della chioma, prati così ben curati, e un’estensione impressionante. Approfittiamo per dare un’occhiata anche al paese di Balloch, abbastanza banale, mentre per la cena andiamo a Drymen, posto più carino e divertente. Qui ceniamo molto bene al pub The Clachan Inn, uno dei più antichi di Scozia. Prendo zuppa di pesce scozzese e funghi alla crema.

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30 luglio
La prima tappa è Stirling, una cittadina non poco importante situata più o meno in mezzo tra Glasgow ed Edinburgo. A Stirling c’è il castello, consueto maniero in pietra che guarda la città dall’alto, e che serenamente decidiamo di non visitare, e soprattutto il quartiere medioevale, che corre con le vecchie mura di difesa “contro gli inglesi” e si arrampica fino al castello stesso. Dall’alto è bello ammirare la città e il suo panorama, e tra le targhe poste nelle strade, che raccontano la storia della città, ci sono alcuni aneddoti del passato davvero divertenti.


Lasciamo Sterling per giungere a Glasgow, penultima tappa del nostro tour scozzese. Grazie all’autostrada, arriviamo in poco più di mezz’ora, parcheggiamo l’auto e ci avviamo subito per visitare la città. Sono interessata alle opere di Charles Rennie Mackintosh, l’architetto ch ha saputo interpretare il rigore dello stile scozzese con la fantasia leggera dell’Art Nuveau. La città ha diversi esempi del suo lavoro, come The Willow Tea Room, the Glasgow School of art, e soprattutto The Lighthouse, una costruzione seminascosta che scopriamo quasi per caso (per fortuna ero preparata!).

L’edificio è stato ideato da Mackintosh come sede per un quotidiano, l’Herald, ma dopo che il giornale ha chiuso, è stato lanciato un concorso per la conversione dell’edificio, che oggi ospita mostre d’arte moderna, ma soprattutto un po’ di storia e di spiegazione dei progetti di Mackintosh, a Glasgow e fuori, e la possibilità di approfittare della sua forma, un faro, per arrampicarsi sulla cima e guardare la città dall’alto.


Dopo questa visita mi dichiaro soddisfatta per quanto riguarda l‘architettura Art Nuveau. Proseguiamo verso il fiume Clyde, perché in ogni città dove c’è un fiume, questo va visitato, poi verso il Glasgow Green, un enorme e bellissimo parco che i cittadini amano molto. Oltre ai bellissimi prati e agli alberi secolari, il parco ospita il People’s Palace, che ospita il museo della storia di Glasgow e un piccolo orto botanico, e l’ex fabbrica di tappeti Templeton, oggi non più usata come tale, un edificio in mattonelle policrome, quantomeno curioso.


Dal Green, a sud, ci portiamo a nord per una visita alla Cattedrale dedicata a Saint Mungo, patrono della città. E’ l’unica cattedrale scozzese sopravvissuta alla Riforma, e ben si apprezza il valore della sua età originale. L’interno è scandito da archi a sesto acuto che corrono per tutto lo spazio, dalle vetrate dipinte, alcune molto belle, dall’altare posto in posizione sopraelevata e quasi staccato dal resto della chiesa, fino alla cripta, dove riposa il santo. Una visita molto interessante.


La città è piccola, in pochi minuti rientriamo verso l’hotel, il deludente Rab Ha’s, e ci prepariamo per la cena, al pub dell’albergo. La cena è ottima (muscoli e tacos, scozia e messico), così come è ottima la birra Tennents, ma abbiamo la sgradita sorpresa di vederci addebitare 10 pounds come sostegno della festa del quartiere! Finiamo la giornata con un’ultima passeggiata per Glasgow, a conferma che è veramente molto piccola.

31 luglio
Lasciamo senza rimpianti Glasgow e ci mettiamo subito in viaggio verso Edimburgo, l’ultima tappa. Troviamo l’albergo (Sherwood Guest House), riconsegniamo l’automobile che ci ha fedelmente scorrazzato, e ripartiamo in visita. Entriamo nella Scottish National Gallery dove, a discapito del nome, di artisti scozzesi ce ne sono davvero pochi. In compenso, molti italiani (Raffaello, Lotto, Tiziano, Canaletto, Guardi, Tiepolo, persino Leonardo), molti francesi, e olandesi, alcuni impressionisti. Scopro delle vere chicche, quadri spesso citati, di autori sommi, sono qui: La cuoca di Bernardo Strozzi, I covoni di Manet, un ritratto di Gian Lorenzo Bernini fatto dal genovese Baciccia (!), la famiglia Lomellini, noto nome genovese, opere di Luca Cambiaso, Procaccini e altri. La visita è lunga, ma davvero piacevole, forse ci richiede un po’ più tempo del previsto, perché qui tutto chiude presto ed è meglio correre.

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Ci dirigiamo al Castello, dove entriamo appena, e solo per scattare qualche fotografia, poi scendiamo lungo il Royal Mile. La strada più nota di Edimburgo ha ben ragione della sua fama, non solo per i numerosi negozi di lane e tartan, ma per i numerosi monumenti che vi si incontrano. Ci fermiamo alla cattedrale, dedicata a St. Gilles: la facciata e il campanile gotici introducono a un interno meraviglioso, con archi a sesto acuto che si rincorrono, vetrate bellissime, e le bandiere dei vari clan scozzesi appesi alle pareti laterali.

 

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William Wallace

Proseguendo lungo il Royal Mile si incontrano numerosi palazzi di sicuro interesse, dimore storiche oggi sede di musei, dell’Università, di raccolte per il pubblico.

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Nel percorso ci imbattiamo nel Fudge shop, negozio di cui avevo sentito parlare, che vende SOLO fudge. Impossibile resistere, ne comperiamo un congruo assaggio. Continuiamo fino alla sede del Parlamento Scozzese, purtroppo visitabile solo a porte chiuse. Una curiosità per capire un po’ dell’amministrazione locale e del progetto architettonico di Enric Miralles e Benedetta Tagliabue datato 2004.

Di fronte al Parlamento si aprono due scenari completamente diversi: da un lato la città si interrompe completamente e diventa una verdissima collina, e dall’altra si apre Holyroot House, la residenza della Regina quando è in visita a Edimburgo. La visita è accurata e molto interessante, vediamo le stanze interne fino alle camere da letto del re e della regina, e infine gli appartamenti di Maria Stuarda. Gli arazzi, i soffitti decorati a stucco, gli arredi sono, inutile dirlo, grandiosi, ma penso che la cosa più interessante e divertente sia proprio immaginare qui la famiglia reale, impegnata nelle attività consuete, e riconoscere gli ambienti dove si sono svolti alcuni momenti famosi (la visita di Papa Benedetto XVI, l’investitura di cavaliere a Sean Connery e Gordon Ramsey). Intanto impariamo che l’ordine più importante in Scozia è quello del cardo, fiore che si incontra spesso anche nei giardini di Edimburgo.

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Quando usciamo, la dimora è chiusa. Rientriamo in albergo per una doccia, e ceniamo bene in un altro pub storico, The Old Bell Inn (io, Ceasar Salad poco scozzese con salmone molto scozzese, e patatine fritte).

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1 agosto. Con calma e tranquillità raggiungiamo il centro di Edimburgo e, con il comodo ed economico autobus n. 100, arriviamo in aeroporto.heathers.jpg

(25 luglio – 1 agosto 2017)