New York City a Natale

Tutti mi dicevano che Natale, a New York, è diverso. Sono andata a vedere, ed è così: tutto, tutto vuole richiamare la festa più festosa dell’anno. Tutti si torna bambini, galvanizzati da colori, musica, danze spontanee in mezzo alla strada.

30 novembre – Dopo un volo lungo, ma puntuale e confortevole, atterriamo a New York City. Soliti passaggi in aeroporto, con impronte digitali e schedatura, e finalmente siamo pronti. Un taxi ci porta all’hotel (Stanford, nella Korea Way, la 32th West, niente di più, ma non manca nulla). Il tempo di posare le valigie e rinfrescarci un attimo, e via verso Times Square, al centro del mondo. Le luci, il movimento, la folla confermano la sensazione di essere in un ombelico del mondo, ed è sempre un’emozione molto grande. Vorremmo cenare la Bubba Gamp o da Stardust, ma la troppa gente ce lo impedisce. Ci rivolgiamo così a Junior, un locale dall’aria semplice e pulita, dove scegliamo una bella hamburger e una ricca insalata. Anche se siamo soli, l’ambente vivace e vario ci distrae molto, passiamo una bella serata movimentata

1 dicembre – Dopo l’abbondante colazione ci attiviamo subito per raggiungere l’agenzia italiana che si chiama “II mio viaggio a New York”. Sappiamo che organizzano tour a Brooklyn per ammirare le luci di Natale, i famosi Dyker Eight, e prenotiamo il giro per lunedì 3 dicembre, giorno nel quale anche il tempo sembra buono.

L’agenzia si trova sulla 47° strada west, non lontano dal Moma. Entriamo per una visita accurata, dopo la prima fatta esattamente dieci anni fa. La collezione permanente è strepitosa, con pezzi dei più grandi interpreti del XIX secolo, fino quasi ai giorni nostri. Ci sono due intensissimi capolavori di Van Gogh, c’è Cezanne con la sua magica tavolozza, Boccioni con la città che sale …. E tanti capolavori del XIX e XX secolo

Ci sono poi le mostre temporanee.

Una dedicata a Constantin Brancusi, ben noto ma sempre sorprendente (sembra abbia scolpito ieri)

Norman Bauman, un artista con una bella e chiara visione della vita, che si diverte a dissacrare l’arte e scherza con lo spettatore.

Una storia della Jugoslavia, che abbraccia il dopoguerra della II Guerra Mondiale e quello dopo la sua dissoluzione. Riconosco l’importanza dell’escursus storico, soprattutto se arriva da oltreoceano, ma gli architetti jugoslavi colpiscono per il cattivo gusto e la pesantezza dei loro progetti.

Ci sono le “città ideali” inventati dal congolese Bodys Isek Kingelez: plaquette fatte con materiale di recupero, a ricostruire idealmente alcune città o zone delle stesse, con un risultato molto colorato e divertente. Infine c’è la bellissima mostra di Charles White, un nero della …., straordinario disegnatore e ritrattista, che con la sua opera ha voluto dare forza alla condizione dei neri negli Stati Uniti.

Mi piace pensare che NY, città fieramente democratica, dia intenzionalmente visibilità ad artisti neri in questo momento storico.

Dopo le quattro ore trascorse al museo, non può mancare la tappa al suo negozio. Purtroppo New York non è più economica come un tempo …

Ci avviamo verso Rockfeller Centre, dove sappiamo che troveremo il famoso abete che ogni anno rallegra la città prima delle feste. Nonostante sia ancora chiaro, la bellezza dell’albero, dello spazio sopraelevato rispetto alla pista di pattinaggio, sono già emozionanti. L’albero ha un magnifico puntale fatto di Swarosky, quest’anno disegnato da Daniel Libeskind.

Ormai siamo sulla Quinta Avenue, la più famosa per lo shopping. Tutte le vetrine sembrano fare a gara per stupire con luci, colori, fantasia. Rientrando in direzione dell’hotel, fendendo la folla incredibile del sabato pomeriggio prima di Natale, ci fermiamo da M&M dove facciamo un pieno di regali.

Passiamo dall’hotel per lasciare gli acquisti, e siamo stanchissimi. Negli Stati Uniti sono le sette di sera, ma per noi è l’una di notte. Ceniamo da The Harold non indimenticabile se non per il prezzo.

Ci sta ancora un giretto, fruttuoso, da Macy, e poi finalmente a riposare      

           

2 dicembre

Oggi piove, per stare al coperto e bagnarci meno possibile dedichiamo qualche ora della mattinata allo shopping, sia per noi che su commissione.

Troviamo tutto nella zona di Time Square, e ci spingiamo abbastanza in alto da incontrare il Rockfeller Center, con il suo maestoso albero. Ma è giorno e le luci sono spente, e siccome è abbastanza presto non c’è ancora nessuno sulla pista di pattinaggio.

Ci resta solo da raggiungere il negozio ufficiale Converse, in Lower Manhattan: andiamo a piedi. Piano piano ci allontaniamo dai grattacieli e dalle strade con gli incroci ad angolo retto, per raggiungere la zona più antica e più spontanea, almeno architettonicamente, di New York. Passiamo di fianco al severo Flatiron Building, e raggiungiamo Union Square, dove incontriamo i nostri primi mercatini del Natale. Ci sono cose di tutti i generi e per tuttti i gusti, a cominciare ovviamente dalle decorazioni natalizie, per continuare con spezie, candele, abbigliamento, gioielli, complementi d’arredo e, finalmente, cibo.

Sul percorso incontriamo la Marble Church, una chiesa atipica con una iniziativa molto toccante: attorno alla cancellata sono appesi nastri arancioni (l’arancio è il colore del movimento contro la violenza armata). Ogni nastro rappresenta una vittima uccisa da un colpo di pistola, ogni anno sono circa 12.000 le vittime di questo tipo di violenza, di cui 1600 sono bambini o adolescenti. Sui nastri sono scritti i nomi e l’età delle vittime. Non si resta indifferenti.

Continuiamo sulla Broadway fino alla nostra meta, il numero 560. Ci sono molte interpretazioni della scarpa più famosa del mondo, e naturalmente la voglia di farsene creare un modello personalizzato è alta, ma mi trattengo ed eseguo solo gli ordini di acquisto impartitimi dall’alto.

Da Prince St prendiamo la metro, anzi la subway, fino a Gran Central Station. Anche qui ci sono i mercatini di Natale, non tanti come pensavo e molto simili a quelli appena visti, ma l’ingresso in questo gigantesco monumento è sempre emozionante e ci si illude di condividere il continuo via vai delle persone che vanno e vengono da New York.

Raggiungiamo Bryan Park dove, finalmente, troviamo un vero “villagio di Natale”, ricco in proposte diverse e molto natalizie, sia negli oggetti decorativi che nel cibo e bevande: biscotti speziati e cioccolata calda. C’è anche una pista di pattinaggio molto affollata, dove i pattinatori si divertono moltissimo, e altrettanto noi a guardarli, da quelli abilissimi ai più incerti, ma temerari.

Preferiamo a questo punto una veloce sosta in albergo, poi facciamo un giro da Macy per conoscere meglio il grande magazzino, che a ben vedere è molto simile a tutti gli altri visti nel mondo. Ah, la globalizzazione!

Per cena miriamo a Stardust, il famosissimo locale dove i camerieri sono anche eccezionali cantanti, e propongono pezzi dei musical più famosi. C’è molta coda, ma restiamo pazientemente in attesa. Davanti a noi ci sono quattro amiche, dietro di noi altre due ragazze.

Il proprietario esce e annuncia che si è liberato un tavolo da otto persone. Nessuno si propone. Ci guardiamo ed è un attimo: siamo noi! Un tavolo da otto composto da illustri sconosciuti, anzi, illustri sconosciute. L’iniziativa femminile non dà peso ai dettagli senza peso. Saltiamo la coda e mangiamo tutti insieme.  

Dopo cena andiamo verso il Rockfeller Center. Lì è pura magia, impossibile non emozionarsi …

La musica, i colori, le installazioni, le persone: tutto insieme stupisce e fa riemergere l’attesa, quando eravamo bambini, quando il Natale sembrava potesse bastare per sempre e per tutto .

L’albero illuminato è davvero bellissimo, con il suo puntale scintillante, e guardarlo nella prospettiva del Top of the Rock lo rende ancora più suggestivo

Davanti all’albero, un corteo di angeli, cascate d’acqua e luci riempiono gli occhi.

Sullo sfondo, ma grande protagonista la facciata di Sacks, animata da un gioco di luci e musica che si ripete in continuazione, mai uguale. Non si finirebbe mai di guardare.

Vale la pena essere qui.                                                                                                                                                                                                                                                  

3 dicembre

Stamattina ci dirigiamo decisi verso Gansevoort Street, dove sorge il nuovo Whitney Museum disegnato da Renzo Piano, e dove inizia la Highline, la passeggiata sull’Hudson realizzata su una vecchia strada ferrata

Nel percorso di andata abbiamo attraversato il quartiere di Chelsea, e trovato l’antico Chelsea Hotel, oggi in disuso come hotel e trasformato in monumento nazionale, ma in passato palcoscenico per molti film.

Il Whitney Museum, che osservo solo da fuori, ha linee molto riconoscibili dell’architetto genovese, e sorge ora nel Meatpacking District, oggi in pieno recupero e rivalutazione – infatti è un cantiere via l’altro.

Si accede alla passeggiata attraverso una breve scalinata, e ci si ritrova in un percorso pedonale pianeggiante, con una bellissima vista sull’Hudson e sulle attività del porto. Piano piano il percorso porta in mezzo alle case più classiche, basse e con le scale antincendio esterne, e ai grattacieli a specchio più alti e imponenti. In mezzo, una bellissima residenza disegnata da Zaha Hadid. La passeggiata si conclude con un ampio anello che coduce in una zona periferica, ma dalla quale si arriva agevolmente verso il centro.

La storia della Highline risale al 1800, quando era il percorso di una linea ferroviaria. Questa è poi caduta in disuso, il tracciato è stato dimenticato e trascurato, si è riempito di erbacce, finchè negli anni ’80 il Comune ha proposto un bando per recuperare la zona. Così è stato trasformato, per la gioia dei camminatori.

Dalla fine della Highline prendiamo la metro per visitare Lincoln Center: non ci eravamo mai stati, ma di fatto non c’è nulla da visitare. Siamo però quasi a Central Park, un’altra tappa imperdibile, e ne percorriamo un tragitto immersi nella tranquillità, nel silenzio, e nella magnifica natura che ancora conserva i colori autunnali, con il piacevole incontro di qualche disinvolto scoiattolo.

A metà pomeriggio raggiungiamo il pullman prenotato per la visita ai famosi Dyker Heights. Data la loro ubicazione, un quartiere residenziale lontano dal percorso della metropolitana, è indispensabile avere un mezzo di trasporto proprio.

Molte delle case di Dyker Heights, a Natale, si scatenano con decorazioni luminose estremamente ricche e vistose, che vanno dal bel giardino e dalla facciata illuminate e colorate, all’esagerazione di esporre qualunque addobbo natalizio possibile. In sostanza, bellezza limitata, ma molta curiosità: senza dubbio una forma di celebrazione e decorazione del Natale sconosciuta in Italia.

Il valore di questa gita si materializza nel viaggio di ritorno. Da Brooklyn rientriamo a Manhattan attraverso il Manhattan Bridge. Sono quasi le otto di sera, è buio, e lo skyline illuminato che ci appare davanti, in continua trasformazione, è grandioso. Sembra di vivere dentro la sigla del film di Woody Allen, con la magnifica colonna sonora della Rapsodia in Blue di Gerwshin.

Torniamo in noi, a cena andiamo da Bubba Gamp a mangiare i gamberetti.

4 dicembre – Dedichiamo la giornata a Ground Zero, alla visita e alla memoria.

Con la metropolitana veloce arriviamo facilmente in Fulton Street, e in pochi minuti a piedi raggiungiamo l’entrata della Freedom Tower, il grattacielo più alto di Manhattan costruito in risposta alla distruzione delle Twin Towers. Grazie al jet lag ci svegliamo ancora molto presto, altrettanto presto ci mettiamo in moto e anticipiamo la folla. Questo ci permette di fare pochissima coda per pagare il salato biglietto e raggiungere l’ascensore che, in pochi secondi, ci risucchia in cima ai suoi 541 metri di altezza.

L’emozione inizia subito: durante la salita uno schermo ci mostra Manhattan del lontano passato, quando era un’isola coperta di alberi, che in rapida trasformazione si popola di persone e di case … fino al 2001, quando l’impressione è che tutto crolli. Ma siamo in cima, e dopo una breve quanto inutile introduzione, abbiamo accesso al percorso panoramico che circonda tutta la torre e che permette di vedere la città dall’alto-che-più-alto-non-si-può, e soprattutto i dintorni. Il mio punto di partenza è la Statua della Libertà, poi man mano verso est Brooklyn e i ponti sull’East River, Middle Town, l’Hudson, il porto, tutto a 360 gradi, con un cielo bellissimo di azzurro e nuvole bianche.

Scendiamo con l’intenzione di visitare il museo, ma a questo punto la coda di persone in attesa è così lunga che desistiamo. Una pausa davanti alle fontane nate nello spazio lasciato dalle fondamenta delle due torri, dove sono riportati i nomi di tutte le vittime, e poi ci dirigiamo verso Oculus, la stazione con la struttura esterna ad ali di colomba disegnata da Santiago Calatrava.

L’interno, così bianco, sembra invitare alla tranquillità e forse alla riflessione. Pur essendo solo uno snodo verso il centro commerciale e la metropolitana, ha una sua identità fatta dalla pura bellezza e dall’armonia che ci invade. Un corridoio è dedicato a figure femminili che sono presenti in immagini, ma si animano in modo simpatico e complice man mano che le si osserva, e che sono presentate con una bella definizione.

Torniamo verso l’hotel a piedi, per goderci questa città che domani lasceremo, e che si mantiene un esempio di democrazia, tolleranza, accettazione, voglia di vivere e di vivere bene.

La serata si conclude da The Harold, e con un nuovo paio di Converse per me (resisto a tutto, ma non alle tentazioni)

(30 novembre – 4 dicembre 2018)

La seconda volta a NYC

7 maggio 2011 – Alle 4 siamo in piedi, partiamo prestissimo. Il primo volo fino a Francoforte è puntuale, la partenza per New York ha invece due ore e mezzo di ritardo, ma come al solito un po’ di recupera e insomma, alle 15 e 30 ora locale siamo già sul taxi verso Manhattan. L’albergo, Staybridge, è buono, forse un po’ decentrato, ma in compenso è vicinissimo alla sede del New York Times disegnata da Renzo Piano, e in linea con Times Square.

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Appena disfatti i bagagli e avere recuperato un po’ noi stessi, ci tuffiamo nella città che non dorme mai. E’ un attimo essere piacevolmente coinvolti dal movimento, dalle luci, dai colori, dalla gente, dall’energia che divampa in giro. Times Square, che ora è chiusa al traffico e si propone con seggiole e tavolini a disposizione di chi passa, non ha perso la sua caratteristica di luogo al centro del mondo: impossibile distrarsi dalle animazioni, alcune interattive, tutte belle,  che riempiono in continuazione questo spazio.IMG_1926

Facciamo già un po’ di shopping … da M&M.

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Cena al ristorante Stardust, quello dove i camerieri cantano i pezzi degli anni ’50, e sono così bravi che ci si chiede come mai non siano in qualche teatro di Broadway (ma siamo a Brodway!).

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8 maggio – Mentre ci avviamo verso la meta odierna, scopriamo Bryant Park, un’altra oasi verde all’interno della città con prato, piante, sedie e tavolini a disposizione dei newyorkesi (e dei turisti) che approfittano di queste giornate serene di primavera per stare all’aperto a leggere o fare uno spuntino o due chiacchiere. Una cosa che in Italia è vista come scelta un po’ squallida qui, grazie alla grande cura con cui sono tenuti questi spazi verdi, diventa un’abitudine normale e sana. Al’interno del parco c’è una statua di Gertrude Stein in posa molto confidenziale.

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Dopo questo intermezzo ci portiamo sulla 5° Strada, che percorriamo tutta verso nord, in quanto il nostro obiettivo è il Metropolitan Museum of Art. Facciamo l’ultima parte del percorso in Central Park, rigoglioso e fiorito oltre che molto piacevolmente affollato, e raggiungiamo il museo. Si sa che è uno dei più importanti del mondo, ma rimaniamo stupiti di tanta ricchezza. Ogni sezione ha grandi capolavori, la parte dedicata ali artisti americani è ricca e interessante, soprattutto perché sono pochi i nomi conosciuti. La sorpresa maggiore arriva nella sezione dedicata agli impressionisti: pensavamo di aver visto tanti capolavori raggruppati insieme, specialmente a Parigi, ma non avevamo ancora visto la quantità, e la qualità, dei lavori di Van Gogh, Monet, Bonnard, Renoir,oltre a numerosi lavori di Modigliani, Picasso, Braque, Gris e tantissimo altro. Insomma un posto da cui non si uscirebbe mai.

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Prima di uscire però, in omaggio alla cultura americana, visitiamo la stanza ideata da Frank Lloyd Wright, ineccepibile per eleganza legata a praticità: questo architetto ha concepito l’abitazione non come stanze separate, ma come un unico ambiente che deve trovare armonia e raccordo anche se diviso in stanze diverse.

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Dopo la lunga visita, con un autobus ritorniamo sulla 5° Strada: c’è temo per un po’ dello shopping che dobbiamo fare su commissione. Alla sera, buon cibo americano nel ristorante “Five Napkins”, in Hell’s Kitchen.

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9 maggio – Stamattina apprendiamo dalla tv che c’è stato un incidente sulla linea metropolitana che porta a Queens, e ci sono ritardi e cancellazioni … proprio oggi che vogliamo andare al PS1! Ma sfidiamo la sorte e andiamo lo stesso, forse il treno è un po’ più lento del solito, però ci porta a destinazione. IMG_2016.JPGLa metropolitana di New York dimostra tutti i suoi anni, e ha un’aria un po’ caracollante, ma l’importante è arrivare. Siamo in anticipo, il museo apre a mezzogiorno, e facciamo una passeggiata negli isolati intorno: molti immigrati, case degli anni ’30-’40, belle, caratteristiche con i mattoni a vista e le scale antincendio in facciata; ancora tanti capannoni e la sensazione di stare in un’area industriale, anche un po’ disordinata. In questa zona non si avverte la sensazione che il Queens sia l’area attualmente più in espansione e recupero della città.

Finalmente entriamo: il PS1 si propone come una delocalizzazione del MoMa, dedicato ad artisti giovani o meno noti, oltre che a tecniche meno convenzionali. Lo spazio che lo ospita era una vecchia scuola, con l’esterno in mattoni rossi e l’interno con pavimenti di legno lucidato e scriocchiolante. C’è in mostra una galleria fotografica realizzata da una giovane giapponese, Lurel Nakadate, a mio avviso con poche idee, ma magari si farà … Ci sono i video realizzati negli anni ’60 e ’70 da un gruppo di artiste, secondo me molto centrati, pur nella loro brevità: Modern Woman, Single Channel. Infine c’è una (parte della) mostra di Francis Alys, intitolata A Story of Deception, che è un capolavoro. L’artista utilizza metodi diversi, ma sempre poetici, per spiegare in forma allegorica la realtà sociale, politica ed economica, oltre ai cambiamenti in corso nella nostra società. Impossibile spiegare a parole le sue idee, perché vorrebbe dire impoverirle: con pochi e facili mezzi, è in grado di far riflettere a lungo, anche con un sorriso.

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Dopo la sosta al PS1, doverosamente lunga, riprendiamo la metropolitana per tornare a Manhattan, di cui vediamo perfettamente lo skyline, e ci fermiamo sulla Quinta Strada. Siamo un po’ incerti su come passare il pomeriggio, quindi decidiamo di consacrarci ancora alla cultura, ed entriamo al MoMaIMG_2032

Qui la scelta delle cose da vedere è davvero notevole: noi ci fermiamo soprattutto per le immagini degli Espressionisti Tedeschi, per le chitarre di Picasso e per la collezione del Museo, ed è tutto di grande soddisfazione. Non mi viene in mente un altro museo di arte moderna così ricco e dinamico nel proporre progetti nuovi e insoliti. La cena è al Red Lobster, in Times Square, aragosta del Maine, ottima, a volontà.

10  maggio – La mattinata comincia con una visita a Carlo Medori, simpatico personaggio ultra ottantenne, che vive a New York da 40 anni e si propone per consigli e  visite alla città. In realtà, quello che ci racconta è abbastanza banale, ma non è il caso di contraddirlo, e ce ne andiamo con qualche piantina scritta a mano e una lista di ristoranti a cui appoggiarsi qui a NY.preston Prendiamo la metropolitana per farci portare alla punta più estrema di Manhattan, e visitiamo subito il Museo dedicato agli Indiani d’America. Il museo è molto interessante, ricco di testimonianze dedicate ai tempi d’oro della Horse Nation, ma secondo me la cosa  più interessante è la mostra di Preston Singletary, un americano nato e cresciuto  in Alaska che forgia oggetti in vetro colorato ispirandosi alla natura in cui è cresciuto e alle sue origini culturali e artistiche.

Il museo è ospitato in uno splendido palazzo sontuoso e rigoroso, con tanto legno caldo nelle decorazioni, ispirate alla rivoluzione industriale e alla immigrazione.

Dalla riva del mare iniziamo una lunghissima passeggiata che ci porterà a Ground Zero IMG_2058.JPG(stato avanzamento lavori), Nolita, Soho, Greenech Village (tutte zone già conosciute ma sempre apprezzate per le belle case dell’800 e la misurata vivacità che le caratterizza), fino al Meatpacking District, quartiere ancora fortemente industriale, ma in evidente rilancio, con una strepitosa passeggiata vista mare attrezzata con sedie, tavolini e sdraio e disposizione di chi passa. Ancora verso  la nostra base, incrociamo il Madison Square Garden e la Penn Station (qui ci concediamo una birra fresca) . Finiamo la giornata da Tad’s, un gradevole ed economico ristorante self service specializzato in carne alla griglia.

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11 maggio – Stamattina andiamo ad Harlem, un bel quartiere ormai multietnico, pulito e ordinato, con belle case stile british e ancora alcuni complessi residenziali fortemente popolari, a rimarcare che qui non si vive sempre nella “New York da bere”. Mentre cerchiamo la Columbia University, quasi per caso attraversiamo uno splendido parco, il Morningside, un’oasi di silenzio. IMG_2120Arriviamo al campus, dove fervono i lavori in preparazione della festa di sabato prossimo, per celebrare i laureati di quest’anno. A pochi passi sorge la chiesa meravigliosa di St. John Le Divine, meravigliosa non solo per la sua struttura architettonica,ma soprattutto per la varietà di culti che vi sono rappresentati.

Immagino che la chiesa sia ancora sconsacrata, visto come accoglie le altre fedi, e mi piace copiare qui sotto una bella iscrizione tratta da un altare giapponese.

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Da Harlem, con una corsa in metropolitana, andiamo sulla Prince Street per un’ultima passeggiata-shopping. Mentre si avvicina il tramonto, saliamo sul Top of the Rock, al Rockfeller Center, e ancora una volta rimaniamo incantati davanti alla bellezza di questa città, che è cresciuta in altezza oltre che in larghezza, armonizzando costruzioni centenarie con i grattacieli degli anni ’50, così solidi, e le recenti costruzioni in vetro che regalano riflessi e luminosità in continua trasformazione. Da una parte l’Empire State Building, dall’altra la distesa di Central Park, tutto intorno il mare. Stasera si cena al Bubba Gamp, troppo divertente (e molto buono!).

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12 maggio – Oggi andiamo a Brooklyn, per valutar di persona cosa c’è e come si muove questo quartiere diventato molto alla moda. La prima tappa è il Centro Visitatori, dove raccogliamo qualche informazione e molte piantine. Facciamo l’errore di sottovalutare la distanza con il Museo di Brooklyn, e ci andiamo a piedi, facendo così una passeggiata tra il traffico congestionato e sotto un sole cocente. Il museo do Brooklyn vale assolutamente una visita attenta e tranquilla, sia per l’edificio che lo ospita, sia per la quantità di reperti e opere d’arte che ospita. In questi giorni c’è anche una bella mostra dedicata ai Tipi degli indiani d’America, dove sono presentati  anche molti oggetti di uso casalingo che, soprattutto, mettono in risalto la differenza tra i diversi  ruoli e le contaminazioni con i diversi momenti storici, da quando gli indiani erano popoli liberi e padroni dei loro spazi, alla deportazione nelle riserve, fino al riconoscimento della loro identità culturale e la conseguente posizione di cittadini americani a tutti gli effetti.IMG_2240.JPG

Tra le tante e importanti opere ce n’è una che non conoscevo, e che è invece di grande importanza, in quanto rappresenta il principale monumento dedicato al movimento femminista: si tratta di The Dinner Party di Judy Chicago, una tavola apparecchiata che ospita la metaforica presenza di 999 donne che hanno lasciato una traccia profonda nella storia. Curioso che siano vicine due delle mie preferite: Virginia Wolf e Georgia ‘ Keeffe.

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Dopo il museo ci spostiamo nel quartiere di Brooklyn Heights, con le sue belle case dell’800 affacciate sull’acqua, proprio di fronte alla Statua della Libertà, e proseguiamo fino a Dumbo (Down Under Manhattan Bridge Overpass), dove i vecchi magazzini sono diventati luminose abitazioni, e si aprono le gallerie d’arte. Tutta quest’area in riva al mare, con la splendida vista di Manhattan davanti e i giardini fioriti, è bellissima.IMG_2293.JPG

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Lasciamo Dumbo e ritorniamo a Manhattan, a piedi, attraverso il Ponte di Brooklyn. La cena stasera è con ostriche e pesce fresco all’interno della stazione di Grand Central.IMG_2309.JPG

13 maggio – Stamattina il programma è per un visita al Whitney Museum, ma siccome scopriamo che il museo apre all’una, decidiamo di ingannare l’attesa con una passeggiata esplorativa in Madison Avenue. Siamo nell’Upper East Side, e non c’è bisogno di tante spiegazioni per capire che siamo nella zona più chic di New York: case esclusive e bellissime, negozi con le firme più famose, soprattutto italiane e francesi. Casualmente entriamo in una galleria d’arte e cogliamo le seguenti opportunità: vedere una bella mostra di pittura (di un particolare autore alle linee morbide e colorate), vedere una mostra fotografica di ritratti di Avedon, ritratti di persone molto famose, si intende; infine, visitare il lussuosissimo interno di un palazzo in questa zona della città.

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Il Whirney Museum, ospitato in una sede dedicata e molto bella,  ha caratteristiche un po’ diverse da quelle trovate fin’ora, perché presenta poche opere, non affastellate, il che fa sì che si possano gustare con la giusta attenzione e partecipazione. All’ingresso c’è la piccola esposizione di una giovane artista , Dianna Molzan, intitolata Bologna Meissen: l’autrice, che si ispira anche a Giorgio Morandi, con pochi e semplici gesti riesce a trattare la tela in modo veramente particolare e poetico.

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Un piano è dedicato a una selezione di opere moderne, quasi pop, ognuna diversa e pregevole, ricca del significato che principalmente accomuna gli artisti oggi, ovvero la solitudine e la difficoltà di comunicare, pur in mezzo alla folla. Un piano, infime, propone il nuovo progetto del Museo, che vuole offrire in un arco di tempo di più anni, i pezzi più significativi della collezione, raggruppati per periodi diversi. Si comincia proprio adesso, con gli anni ’20 e ’30: le opere selezionate sono tutte molto interessanti (alcune molto belle) e ci sono lavori della fondatrice del museo, Gertrude Vanderbilt Whitney.

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E’ una visita rilassante, un po’ anticonvenzionale, di ampia soddisfazione. Torniamo presto in albergo perché, ahimè, oggi si parte: dopo qualche brivido causati dal ritardo nel trovare una macchina per l’aeroporto, e il traffic jam del venerdì sera, arriviamo al JFK sani e salvi, e puntuali.

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7 maggio – 13 maggio 2011