La Maremma di ieri e di oggi

 

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La riunione di un gruppo di “vecchi” compagni di viaggio (vecchi solo perché già avvezzi alla precedente, reciproca compagnia) ha visto come sfondo la Maremma toscana.

E’ indispensabile essere più precisi, e mi piace esserlo: in Italia la concentrazione di cose belle, interessanti, tesori artistici, paesaggi esclusivi, è così alta, in pochi chilometri si trovano così tante cose da visitare che la definizione “Maremma toscana” non è corretta. Per tre giorni abbiamo girato in lungo e in largo la zona prospiciente al mare, i paesi medioevali che sorgono sulle alture, per difendersi dalla malaria, le abbazie adagiate tra gli ulivi, e la costa affacciata sull’Arcipelago Toscano. Pochi chilometri quadrati, tanta storia e arte.

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L’incontro con Carla e Franco è cordialissimo: non ci vediamo da un anno e mezzo, ma non sembra proprio. Ci accolgono nella loro bella casa immersa nel verde, tra gli ulivi e i fiori, e non solo ci riservano uno spazio esclusivo, ma ci fanno trovare una succulenta cena di benvenuto innaffiata da uno squisito Brunello di Montalcino.

La mattina dopo la compagnia si riunisce al gran completo: Gianfranco e Anna, Christiane e Franco, Carla e Franco, noi, i due Paoli. Teatro dell’incontro è Massa Marittima che, a scapito del nome, è ben lontana dalle spiagge. Dopo l’abbraccio collettivo, ci perdiamo nell’ammirazione di questa bellissima località: elegante, austera, perfettamente conservata, ha il suo fulcro nella piazza dove si affaccia la Cattedrale, insolitamente non allineata con gli altri edifici. Gli antichi edifici contribuiscono a dare solennità e armonia all’insieme, ma la vera star è proprio la cattedrale, grandissima, sopraelevata, con una piazza nella piazza che diventa palcoscenico naturale. L’interno è spoglio come si conviene a una chiesa gotico-romanica, salvo una dolcissima Madonna di Duccio da Boninsegna.

Dalla Cattedrale ci avviamo verso la parte alta della città, per arrampicarci sulla Torre del Candeliere e osservare dall’alto il panorama che si stempera nella campagna fino a raggiungere il mare. La caratteristica di questa costruzione, la cui parte inferiore, originale, risale ancora al XIII secolo, è il possente Arco Senese, oggi passeggiata panoramica, ma in origine costruzione dominante sulla città sottomessa.

Proseguiamo poi con una bella e rilassante passeggiata intorno alle antiche mura difensive, già immersi nel morbido verde della Toscana. Massa Marittima ci saluta con l’immagine dell’albero della fecondità, un dipinto che non ha bisogno di spiegazioni.

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Sulla strada per Montesiepi incontriamo vecchie miniere di ferro in disuso, dove il materiale rimasto si mostra nelle diverse combinazioni di ossidazione e in combinazione con altri elementi. Il risultato è una collina stemperata in tante tonalità diverse: grigio, rosso, verde, giallo …

 

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Prima di raggiungere la prossima meta culturale, ci concediamo un piccolo break mangereccio in mezzo alla campagna, dove assaggiamo squisiti crostini su pane toscano.

 

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Galgano Guidotti era un nobile cavaliere della zona che, nel lontano 1180 (circa) improvvisamente decise di rinunciare alla vita mondana. A suggello di questo fatto, prese la sua spada e la piantò nella roccia, dov’è rimasta fino ai nostri giorni. Successivamente, intorno a questa Excalibur italiana è stata costruita una cappella di forma cilindrica, circondata da una originale cupola a fasce cromatiche alternate: la Rotonda di Montesiepi. La cappella adiacente, datata 1300, conserva degli affreschi, molto deteriorati in verità, attribuiti ad Ambrogio Lorenzetti.

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Dopo questa chiesina raccolta e intima, ci spostiamo a San Galgano. Come si può raccontare una basilica medioevale interamente in pietra e mattoni, grandissima, che ancora conserva perfettamente la sua struttura perimetrale, le navate interne, le colonne, la facciata imponente, le finestre a sesto acuto, ed è completamente vuota e senza tetto? Conserva la solennità dell’edificio religioso, e ha insieme la magia di qualcosa che, nel perdere la sua funzione originaria, si è trasformata in un monumento che sembra non appartenere a questo mondo. Le aperture sembrano cornici al paesaggio esterno, mentre gli aspetti decorativi sono curiosamente molto ben conservati. Intorno, l’ordinata campagna toscana con i suoi olivi secolari, i cipressi, le viti. Per osservarla ancora meglio e dall’alto, ci spostiamo sulla rocca, strategico punto panoramico. Scendere dalla rocca è ancora un tuffo nel medioevo, in mezzo a percorsi pedonali, scale acciottolate e giardini fioriti.

La prossima tappa è Roccatederighi, dove hanno casa Christiane e Franco: un rifugio tranquillo che esplode in un grande giardino soleggiato, pieno di alberi e fiori.

E’ un paese medievale dove le case mantengono la struttura originale in sasso, e alcune costruzioni sembrano sorgere direttamente dalla roccia, rivelando un’insolita perizia nei costruttori. Il percorso nel centro è solo pedonale, su vicoli lastricati in pietra e in mezzo ai giardini fioriti. E’ un posto molto tranquillo, salvo durante l’annuale festa denominata “Medioevo nel Borgo”, durante la quale le tre contrade si incontrano e si scontrano. L’evento attira migliaia di persone che affollano le strade.

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Il giorno successivo abbiamo appuntamento a Civitella, un borgo che conserva quattro porte di ingresso. Nonostante siano solo quattro, riusciamo a non centrare il punto di incontro … poco male, grazie ai telefoni cellulari, ormai non si perde più nessuno.

Assaporiamo la bellezza di Paganico, elegante centro posto in uno strategico punto panoramico (forse un tempo si sarebbe detto, difensivo) e proseguiamo per S. Angelo in Colle e il suo straordinario castello. Siamo ormai a Montalcino, quindi l’enoteca all’interno offre, oltre a una bella selezione di vini diversi, una grande quantità e varietà di Brunello e Rosso. Altrettanta varietà sta nei prezzi, che arrivano a diverse centinaia di euro.

Montalcino ci accoglie con la sua altissima torre che pare appoggiata alla costruzione un po’ asimmetrica a fianco.

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Facciamo un bel percorso nel centro storico, in mezzo a botteghe artigianali e vinerie, sotto gli austeri palazzi medievali. E’ una cittadina vivace, posta anch’essa un po’ in alto, e dalla quale si occhieggia, tra le case, scorci della campagna intorno, fatta di ulivi e cipressi.

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Per pranzo scegliamo dei semplici ma gustosissimi panini, che mangiamo in un improvvisato pic nic davanti all’Abbazia di S. Antimo. Ancora una volta ci troviamo davanti a un monumento imponente e di grande bellezza che si erge, solitario, in mezzo alla campagna. La chiesa romanica risale al XII secolo, sebbene molti interventi siano stati fati nei secoli successivi, e il santo a cui è dedicata l’abbazia è un martire cristiano vissuto nel IV secolo. Qui però non c’è abbandono: S. Antimo è abitato e vissuto da una comunità di monaci che ne seguono il canone, si dedica alla preghiera e alla cultura del Canto Gregoriano, che qui è praticato e insegnato. Il giardino e l’uliveto sono perfettamente curati, mentre i giovani sono i benvenuti e hanno spazi dedicati.

La campagna intorno è di una bellezza quasi struggente, forse dovuta anche alle tante tonalità di verde, mai eccessivo, ma intenso e spesso virato al grigio e all’argento. L’interno della chiesa è spoglio, solenne, austero, un invito al raccoglimento e alla contemplazione. Di fronte all’Abbazia, un piccolo giardino con alcuni ulivi secolari, delle sculture viventi, con i tronchi contorti e nodosi.

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Ci spostiamo a S. Quirico d’Orcia, e la località è annunciata da un piccolo girotondo di cipressi. Qui, ahimè, ci sorprende la pioggia. Per fortuna i paesi medievali sono ricchi di portici e arcate, abbiamo così modo di ripararci e aspettare che il tempo migliori. In centro visitiamo la Collegiata, che ha un bell’altare barocco, ma soprattutto la chiesa di Santa Maria Assunta, un vero capolavoro di equilibri architettonici, con i bei portali. Il paese è noto anche per gli Orti Leonini, bei giardini curati dove, al momento, sono esposte alcune installazioni contemporanee. Percorriamo tutta la strada principale, dove si affacciano numerosi edifici che conservano molto della loro origine medievale, fino alla chiesetta di S. Francesco

L’ultima tappa della giornata è Bagno Vignoni, dove una sorgente leggermente sulfurea e calda, già nota ai Romani, alimenta ancora oggi percorsi acquatici che sfociano in piccole, ma ripide cascatelle fino a valle, e a un grande bacino allagato all’interno del paese, attorno al quale si affaccino bellissimi edifici storici. E’ davvero insolita questa piscina naturale che, con le sue acque placide, fino a non molto tempo fa offriva a tutti la possibilità di un bagno terapeutico nelle sue acque. Poco lontano, i depositi calcarei hanno dato origine a una piccola Pammukale.

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Ci allontaniamo da questa zona più interna per tornare verso il mare, dove tutti abbiamo la base. La campagna toscana ci abbraccia ancora con i ritmi ordinati delle sue colture, e mentre il sole tramonta e il cielo si tinge di rosa, i tanti borghi sulle alture cominciano ad accendere le luci, diventando tanti piccoli presepi illuminati.

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La serata si chiude con un’ottima cena a Braccagni, dal simpatico Re Sugo.

Oggi, ultimo giorno insieme (ma già due protagonisti ci hanno abbandonato: Anna e Gianfranco, rientrati a casa per festeggiare il compleanno della figlia), vista la bellissima giornata, decidiamo di comune accordo di andare in spiaggia, e precisamente a Cala Violina, un angolo raccolto che si raggiunge dopo una breve passeggiata in mezzo ai pini e ai lecci. Potevamo chiedere di più? Acqua trasparente, sabbia morbida, sole splendente, temperatura perfetta. Tante chiacchiere e ancora il piacere di stare insieme.

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Alla prossima, presto!

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Auld Lang Syne Scozia

La Scozia è un paese quasi disabitato, dove piove moltissimo, pieno d’acqua e di boschi. Visitandola in un momento dove in Italia imperversa la siccità, viene da dire: Pensiamoci. Gli Scozzesi scrivono in inglese, ma parlano una lingua loro che se ne infischia della fonetica, quando non è celtico. Più semplice andare a intuito. Gli Scozzesi sono, comunque, estremamente gentili, tolleranti con i turisti e il loro improbabile inglese, e molto puliti. Peccato guidino a sinistra.
Questo è il diario di una settimana di vacanza

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A hotel room with a view

25 luglio 2017
Con solo 45 minuti di ritardo ci solleviamo in volo da Milano e, alle 15,30 in punto ora italiana (ora locale 14,30) siamo a Edimburgo, Edinburgh.
Subito apprezziamo i disagi della Brexit o, semplicemente, la sospensione degli accordi di Schengen: ci tocca una coda lunga e lenta prima di passare la dogana ed entrare, veramente, nel Regno Unito.
Un comodo e non economico taxi ci porta all’hotel, Holiday Inn Express, in Queen Street; non è centralissimo, ma nemmeno così scomodo. Dati i tempi lunghi già impegnati in inutili convenevoli, ci mettiamo subito in marcia.

DSC01682.JPGLa città è interamente coinvolta nei preparativi per l’Edinburgh International Festival, un evento mondiale che richiama spettatori da tutto il mondo e che si svolge in agosto. Ma noi non ci facciamo impressionare e ci avviamo per il nostro giro. Appena usciti dall’albergo, davanti a noi cammina un signore in kilt. Non uno dei numerosissimi signori drappeggiati in tartan che incontreremo durante il nostro giro, a scopo turistico. No, questo signore ha proprio scelto di preferire la divisa tradizionale della Scozia. Ci capiterà di vederne altri.
La prima cosa da vedere, a Edimburgo, è senza dubbio il Castello, che sovrasta la città dalla cima della sua rocca. Già dal basso si intuisce che è una costruzione enorme, anzi, è formato da costruzioni diverse.Scottish gallery.JPG
Il percorso che ci porta al castello è affascinante e riserva molte sorprese: costeggiamo la Scottish Nationail Portrait Gallery, in un edificio color mattone dove, in facciata, compaiono statue tridimensionali di molte donne e sante dell’antichità.

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Attraversiamo la piazza St.Andrew con il suo piccolo, ma verdissimo parco, raggiungiamo la Scottish National Gallery immersa nel verde, entriamo nell’infinito e verdissimo West Princes Park. Si tratta di un parco difficile da immaginare per noi italiani, tanto è grande, ben tenuto, fiorito, ricco di spazi erbosi dove giocare, grandi e piccoli.

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Mi colpisce un teatro all’aperto: in una nazione dove piove quasi ogni giorno, un teatro all’aperto è un vero inno alla creatività e al desiderio di fare qualcosa ad ogni costo. Dopo l’attraversamento del parco, scaliamo un bella scalinata e, voila, ci siamo. Naturalmente ….è chiuso. Qui tutto chiude alle cinque, e noi non siamo per nulla abituati a questi orari anglosassoni!

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Percorriamo un pezzettino del Royal Mile, quindi ritorniamo verso la città per ammirare il castello dall’esterno. In questo modo scopriamo un paio di passaggi stretti e nascosti tra le case, sotto voltini scuri, e collegano due vie parallele. Questa passeggiata ci porta ad attraversare un parco dopo l’altro, a scoprire la chiesa di St. Cuthbert e il suo suggestivo, antico cimitero, fino alle propaggini della città “nuova”, in quanto costruito intorno al 1700, e per distinguerlo dalla città “vecchia”, medioevale.

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Torniamo verso l’hotel passando per la lunga, accogliente e curiosa Rose Street: soprattutto il primo pezzo è molto poetico, per la presenza di antichi pub e per e decorazioni su muri e vetrine che riprendono liriche in inglese e, soprattutto, in gaelico.

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Ci fermiamo a cena nel pub The Conan Doyle, dove incominciamo a prendere confidenza con le specialità locali: salmone scozzese, fish & chips, pie di carne.
Dopo cena, quella che dovrebbe essere solo una banale passeggiata digestiva ci porta in cima a Calton Hill, un punto panoramico aperto su tutta la città dove, data la serata meravigliosamente serena, si sono dati appuntamento in tantissimi per ammirare il tramonto. Così facciamo noi, oltre ad apprezzare un altro polmone verde lussureggiante, che regala respiro alla città.

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26 luglio

La colazione dell’Holiday Inn non è male, un po’ disorganizzata. Dopo aver ritirato la macchina, una Opel corsa grigio metallizzato, partiamo per Inverness, sotto una pioggia battente. Il percorso è tutto immerso nella campagna scozzese, verde e rigogliosa che più non si può, dove ogni tanto si vedono greggi di pecore o mandrie di mucche al pascolo. Ci fermiamo per una visita al castello di Blair, dove per fortuna non piove.

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E’ un castello molto elegante, sebbene privo dell’armonia di quelli francesi, tutto intonacato di bianco, ancora abitato, e un buon esempio per osservare come viveva, e riceveva, la nobiltà inglese nei secoli passati. L’arredamento è riconducibile al XVIII secolo, e direi comune ad altri esempi visti in altri paesi. Mi ha colpito, in alcune stanze, il campanello per chiamare la cameriera, le decorazioni a stucco nei soffitti, belle e insolite, e il fatto che molte sedie fossero rifasciate con tessuti ricamati dalle nobili proprietarie, segno che, nonostante il benessere, non amavano stare con le mani in mano.
Notevoli, in negativo, i palchi di corna di cervi uccisi e l’impressionante collezione di fucili e altre armi.


All’esterno i giardini sono enormi, e accolgono l’allevamento dei cervi, dei pony e delle pecore. Ci sono prati immensi e boschi con alberi di dimensioni gigantesche, segno della loro salute e della loro vetustà.

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Riprendiamo la strada verso Inverness, in un panorama non diverso. Facciamo solo una tappa velocissima alla distilleria Tomatin, dove assaggiamo al volo un whisky squisito e impariamo che la qualità del whisky delle Highlands si deve alla dolcezza dell’acqua.

DSC01807.JPGFinalmente siamo a Inverness, nel gradevolissimo B/B The Gatehouse.
Abbiamo tempo per un giro panoramico della città: il castello, probabilmente ricostruito, la severa cattedrale, alcune vecchie massicce costruzioni, ma soprattutto deliziose casette singole in pietra grigia, con le finestre a bovindo e i giardini pieni di fiori colorati e rigogliosi, e naturalmente lui, Ness, il fiume vigoroso che taglia in due la città, che formerà il famoso lago, e che soprattutto la rende unica.
Buona cena nel pub The Den, sotto le fotografie dei più famosi personaggi scozzesi: Sean Connery, Rod Stewart, Annie Lennox, …… Io scelgo dei deliziosi muscoli in salsina piccante e una squisita zuppa di pesce e verdura.


27 luglio
Dopo una buona colazione, ci mettiamo in viaggio, lasciamo Inverness.

Costeggiamo a lungo l’impetuoso fiume Ness, e facciamo la prima tappa al castello di Urquhart, un maniero di sasso del quale ormai non rimangono che poche rovine, ma che conserva abbastanza struttura per capire come potesse essere in passato, quando serviva da abitazione e da luogo di appostamento e difesa verso eventuali invasioni dall’acqua.

Il castello si affaccia sul più famoso dei laghi scozzesi, Loch Ness, una estensione d’acqua imponente nella quale, ahimè, non vediamo spuntare nemmeno l’ombra di Nessie. Pare non sia stagione … Proseguiamo verso Fort Augustus, un microscopico paesino composto, anche lui (ma non mi stanco di guardarle) da deliziose villette monofamiliari intonacate di bianco e piene di fiori. L’attività più rilevante di Port Augustus consiste nel riempire e svuotare le chiuse, per permettere alle barche di arrivare al lago. I mari a est e a ovest della Scozia non sono allo stesso livello, e il percorso nel Canale Caledoniano non può essere diretto, deve essere modulato.

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Proseguiamo verso il castello di Eilean Donan, che in gaelico vuol dire “Castello dell’isola di Donan”. La Scozia ha ancora moltissimi castelli, e guardando le immagini sono anche abbastanza diversi uno dall’altro, ma ahimè è impossibile visitarli tutti. Questo è ancora differente dai due già visti. L’interno è in parte ricostruito, con ambienti addirittura “abitati” da figure ad altezza naturale, l’esterno ha un delicato colore rosa arancio che lo rende perfetto nella tavolozza azzurra e verde tutta intorno. L’accesso tramite un ponte di pietra rende il castello ancora più suggestivo.

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Continuiamo finalmente verso Skye, ci siamo quasi. Intorno a noi campi di velluto verde, piccoli laghi, cascatelle. Attraversiamo l’aereo ponte che oggi unisce l’isola alla terraferma, e il panorama solitario prosegue, anche più intenso. Prati verdi, pecore e mucche che brucano, pioggia che va, viene, torna il sole e ricomincia, qualcosa impossibile da immaginare sotto altri cieli.

Raggiungiamo Portree, un minuscolo borgo raccolto su una insenatura naturale, caratterizzato soprattutto da una sfilata di case tutte colorate che guardano il mare.

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Qui facciamo una bella sosta fotografica. Continuiamo verso Uig, la nostra tappa finale per oggi, e raggiungiamo l’albergo, Uig Hotel. La struttura è bellissima e perfettamente inserita nell’ambiente, il servizio ottimo, e la cena del ristorante interno, di cui approfittiamo, è squisita (chowder e salmone al vapore con salsa bernese). La nostra camera guarda il mare ed è una vera “camera con vista”. Questa parte della Scozia, quest’isola, ne raccolgono tutto il fascino, e rispondono all’immagine più caratteristica di questo Paese: pochissime le case, tutte bianche immacolate, tutte con il tetto di ardesia grigia, pochi servizi essenziali, solo il porto sembra essere un posto dove si intreccia qualche attività, ma sempre con molta calma. Una situazione fuori dallo spazio e dal tempo da apprezzare in silenzio.

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28 luglio
Ci svegliamo e, in meno di mezz’ora, il cielo davanti a noi cambia colore tre volte. L’incomparabile variabilità del cielo a queste latitudini.

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DSC01954.JPGPartiamo subito perché ci aspettano lunghe ore di guida. Il vero obiettivo, oggi, è raggiungere le Silver Sands di Morar, le spiagge sulla costa occidentale della Scozia, note per la loro sabbia finissima e brillante.
Lasciamo l’isola di Skye da dove siamo venuti, ritroviamo i grandi laghi, ci dirigiamo verso l’estrema costa ovest. Durante il tragitto siamo attratti dal Glenfinnan Monument, una colonna eretta in memoria di alcuni valorosi Highlander morti in battaglia. Il monumento è tutt’altro che bello, ma sorge proprio sul lago e, subito dietro, in pochi passi si arriva abbastanza in alto da godere di un panorama aperto ed emozionante. Scattiamo le solite fotografia e riprendiamo verso le spiagge d’argento, che sono davvero così. Ampie distese di sabbia bianca e brillante al sole, di consistenza finissima, dove verrebbe voglia di sdraiarsi e godere di tanta morbidezza, se solo non fosse così freddo. Ci godiamo allora un po’ il paesaggio, una baia silenziosa, immobile, dove il mare acquista mille sfumature diverse, e poi torniamo verso l’interno e verso l’hotel di stasera.

Siamo al Corriegour Lodge hotel, una dimora storica arredata con molta eleganza (very british, fiori ovunque!), dove ci riservano una cordiale e raffinata accoglienza. Ci fermiamo per la cena, all’altezza delle premesse, sebbene assai costosa: piccolo timballo di verdure grigliate, trancio di haddock in salsa al curry.
Sul dépliant dell’hotel leggo che è situato in una delle più belle aree del Great Glen, tra Sprean Bridge e la punta occidentale del Loch Ness. Il Great Glen è una delle aree geologiche più interessanti della Scozia, una spaccatura che corre da Inverness a Fort Williams. Approfittando di questo spazio naturale, è stato costruito il Canale Caledoniano, che mette in comunicazione i mari a est e a ovest del paese. Un tempo era molto utile in quanto le navi erano più fragili delle attuali, e navigavano in acque meno profonde. Oggi non è più così, ma il canale rimane. Qui l’acqua si divide in più laghi, ognuno con il suo nome preciso, come Loch Ness o il piccolo Loch Lochy, di fronte all’albergo.

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29 luglio
Sotto una pioggia battente, lasciamo il Corriegour Lodge per visitare Fort William. Qui il tempo ci concede una breve tregua, più che sufficiente a dare un’occhiata a una cittadina che non ha nulla di particolare salvo il lago, a portata di mano, moltissimi hotel e la natura lussureggiante che la circonda. Leggiamo che questo è, in effetti, il punto della Scozia più piovoso, ma che mantiene una posizione strategica e interessante per gli escursionisti, attratti dalla possibilità di poter praticare sia gli sport acquatici che le arrampicate sul Ben Nevis, la cima più alta della Gran Bretagna. In effetti è divertente pensare a un posto dove ci si può portare indifferentemente il costume da bagno o la picozza. Da Fort William parte un treno a vapore che arriva a Mallaig, la zona delle silver sands, e che pare sia stato reso famoso da un racconto o un film di Harry Potter: un’esperienza che ci è sfuggita.


Lasciamo Fort William, il prossimo obiettivo è attraversare Glen Coe, una vallata famosa per il suo fascino selvaggio e un po’ inquietante. Nell’omonimo paese troviamo il Visitor Centre, un interessante punto di partenza prima di inoltrarci nel Glen Coe.

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Qui viene spiegato in modo chiaro ed esauriente l’origine della Gran Bretagna, che milioni di anni fa era all’altezza dell’Equatore, nonché di questa zona, un tempo vulcanica e soggetta a eruzioni esplosive, poi modellata dai ghiacci dell’era glaciale. Nel Ben Nevis si riconosce ancora la Caldera. Il Glen Coe mantiene le promessa: poco dopo averlo imboccato, ci si trova in una gola stretta, circondata da cime alte e incombenti, coperte del velluto verde che qui sembra rivestire tutto. Sono le Three Sisters da un lato e l’Anoach Eagach dal’altro.

Poi lentamente la vallata si apre in una alternanza di spazi aperti, laghi e laghetti con piccole isole piene di vegetazione, cascate scroscianti, mentre le nuvole giocano a coprire e scoprire le cime. Non è facile raccontare una sensazione: qui, oltre alla bellezza, si respira l’armonia con l’universo e con le tante cose diverse che ci circondano.


Appena usciamo dal Glen Coe entriamo nella diversissima, ma altrettanto bella, zona del Loch Lomond e della riserva naturale del Trossachs. Il lago è il più grande della Scozia e si distende con sponde molto mosse, che formano piccole baie e apparenti cambiamenti di direzione. La riserva, più bassa di quanto visto fin’ora, non è meno bella, con una vegetazione più collinare, ma rigogliosa e variegata.

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Raggiungiamo il nostro Bed & Breakfast, una piccola villa bianca che ci ha riservato una cameretta semplice, ma deliziosa, e subito ripartiamo verso nuove avventure.
La prima tappa è Balloch, con il suo bel castello in pietra, purtroppo chiuso, e soprattutto il suo parco naturale che si stende fino al lago. Credo di non aver mai visto prima alberi così imponenti per altezza, grandezza del tronco, rigoglio della chioma, prati così ben curati, e un’estensione impressionante. Approfittiamo per dare un’occhiata anche al paese di Balloch, abbastanza banale, mentre per la cena andiamo a Drymen, posto più carino e divertente. Qui ceniamo molto bene al pub The Clachan Inn, uno dei più antichi di Scozia. Prendo zuppa di pesce scozzese e funghi alla crema.

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30 luglio
La prima tappa è Stirling, una cittadina non poco importante situata più o meno in mezzo tra Glasgow ed Edinburgo. A Stirling c’è il castello, consueto maniero in pietra che guarda la città dall’alto, e che serenamente decidiamo di non visitare, e soprattutto il quartiere medioevale, che corre con le vecchie mura di difesa “contro gli inglesi” e si arrampica fino al castello stesso. Dall’alto è bello ammirare la città e il suo panorama, e tra le targhe poste nelle strade, che raccontano la storia della città, ci sono alcuni aneddoti del passato davvero divertenti.


Lasciamo Sterling per giungere a Glasgow, penultima tappa del nostro tour scozzese. Grazie all’autostrada, arriviamo in poco più di mezz’ora, parcheggiamo l’auto e ci avviamo subito per visitare la città. Sono interessata alle opere di Charles Rennie Mackintosh, l’architetto ch ha saputo interpretare il rigore dello stile scozzese con la fantasia leggera dell’Art Nuveau. La città ha diversi esempi del suo lavoro, come The Willow Tea Room, the Glasgow School of art, e soprattutto The Lighthouse, una costruzione seminascosta che scopriamo quasi per caso (per fortuna ero preparata!).

L’edificio è stato ideato da Mackintosh come sede per un quotidiano, l’Herald, ma dopo che il giornale ha chiuso, è stato lanciato un concorso per la conversione dell’edificio, che oggi ospita mostre d’arte moderna, ma soprattutto un po’ di storia e di spiegazione dei progetti di Mackintosh, a Glasgow e fuori, e la possibilità di approfittare della sua forma, un faro, per arrampicarsi sulla cima e guardare la città dall’alto.


Dopo questa visita mi dichiaro soddisfatta per quanto riguarda l‘architettura Art Nuveau. Proseguiamo verso il fiume Clyde, perché in ogni città dove c’è un fiume, questo va visitato, poi verso il Glasgow Green, un enorme e bellissimo parco che i cittadini amano molto. Oltre ai bellissimi prati e agli alberi secolari, il parco ospita il People’s Palace, che ospita il museo della storia di Glasgow e un piccolo orto botanico, e l’ex fabbrica di tappeti Templeton, oggi non più usata come tale, un edificio in mattonelle policrome, quantomeno curioso.


Dal Green, a sud, ci portiamo a nord per una visita alla Cattedrale dedicata a Saint Mungo, patrono della città. E’ l’unica cattedrale scozzese sopravvissuta alla Riforma, e ben si apprezza il valore della sua età originale. L’interno è scandito da archi a sesto acuto che corrono per tutto lo spazio, dalle vetrate dipinte, alcune molto belle, dall’altare posto in posizione sopraelevata e quasi staccato dal resto della chiesa, fino alla cripta, dove riposa il santo. Una visita molto interessante.


La città è piccola, in pochi minuti rientriamo verso l’hotel, il deludente Rab Ha’s, e ci prepariamo per la cena, al pub dell’albergo. La cena è ottima (muscoli e tacos, scozia e messico), così come è ottima la birra Tennents, ma abbiamo la sgradita sorpresa di vederci addebitare 10 pounds come sostegno della festa del quartiere! Finiamo la giornata con un’ultima passeggiata per Glasgow, a conferma che è veramente molto piccola.

31 luglio
Lasciamo senza rimpianti Glasgow e ci mettiamo subito in viaggio verso Edimburgo, l’ultima tappa. Troviamo l’albergo (Sherwood Guest House), riconsegniamo l’automobile che ci ha fedelmente scorrazzato, e ripartiamo in visita. Entriamo nella Scottish National Gallery dove, a discapito del nome, di artisti scozzesi ce ne sono davvero pochi. In compenso, molti italiani (Raffaello, Lotto, Tiziano, Canaletto, Guardi, Tiepolo, persino Leonardo), molti francesi, e olandesi, alcuni impressionisti. Scopro delle vere chicche, quadri spesso citati, di autori sommi, sono qui: La cuoca di Bernardo Strozzi, I covoni di Manet, un ritratto di Gian Lorenzo Bernini fatto dal genovese Baciccia (!), la famiglia Lomellini, noto nome genovese, opere di Luca Cambiaso, Procaccini e altri. La visita è lunga, ma davvero piacevole, forse ci richiede un po’ più tempo del previsto, perché qui tutto chiude presto ed è meglio correre.

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Ci dirigiamo al Castello, dove entriamo appena, e solo per scattare qualche fotografia, poi scendiamo lungo il Royal Mile. La strada più nota di Edimburgo ha ben ragione della sua fama, non solo per i numerosi negozi di lane e tartan, ma per i numerosi monumenti che vi si incontrano. Ci fermiamo alla cattedrale, dedicata a St. Gilles: la facciata e il campanile gotici introducono a un interno meraviglioso, con archi a sesto acuto che si rincorrono, vetrate bellissime, e le bandiere dei vari clan scozzesi appesi alle pareti laterali.

 

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Proseguendo lungo il Royal Mile si incontrano numerosi palazzi di sicuro interesse, dimore storiche oggi sede di musei, dell’Università, di raccolte per il pubblico.

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Nel percorso ci imbattiamo nel Fudge shop, negozio di cui avevo sentito parlare, che vende SOLO fudge. Impossibile resistere, ne comperiamo un congruo assaggio. Continuiamo fino alla sede del Parlamento Scozzese, purtroppo visitabile solo a porte chiuse. Una curiosità per capire un po’ dell’amministrazione locale e del progetto architettonico di Enric Miralles e Benedetta Tagliabue datato 2004.

Di fronte al Parlamento si aprono due scenari completamente diversi: da un lato la città si interrompe completamente e diventa una verdissima collina, e dall’altra si apre Holyroot House, la residenza della Regina quando è in visita a Edimburgo. La visita è accurata e molto interessante, vediamo le stanze interne fino alle camere da letto del re e della regina, e infine gli appartamenti di Maria Stuarda. Gli arazzi, i soffitti decorati a stucco, gli arredi sono, inutile dirlo, grandiosi, ma penso che la cosa più interessante e divertente sia proprio immaginare qui la famiglia reale, impegnata nelle attività consuete, e riconoscere gli ambienti dove si sono svolti alcuni momenti famosi (la visita di Papa Benedetto XVI, l’investitura di cavaliere a Sean Connery e Gordon Ramsey). Intanto impariamo che l’ordine più importante in Scozia è quello del cardo, fiore che si incontra spesso anche nei giardini di Edimburgo.

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Quando usciamo, la dimora è chiusa. Rientriamo in albergo per una doccia, e ceniamo bene in un altro pub storico, The Old Bell Inn (io, Ceasar Salad poco scozzese con salmone molto scozzese, e patatine fritte).

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1 agosto. Con calma e tranquillità raggiungiamo il centro di Edimburgo e, con il comodo ed economico autobus n. 100, arriviamo in aeroporto.heathers.jpg

(25 luglio – 1 agosto 2017)

 

Σαντορίνη, Κρήτη (Santorini e Creta)

Cattura

Ci sono uomini, in Grecia, con un profilo che sembra ricalcato da quelli incisi su affreschi dell’epoca minoica. Ci sono donne, in Grecia, con capelli così lunghi e folti, portati raccolti in trecce voluminose, che sembrano statue di marmo improvvisamente animate.
E’ una terra bellissima e sorprendente, che ho lasciato con il rimpianto di non averle dedicato abbastanza tempo, almeno questa volta.

25 giugno 2017
Dovevamo partire alle sei del mattino e avere già praticamente da goderci tutta la giornata a Santorini. Invece il volo è stato spostato di 12 ore, con ulteriore ritardo. L’aereo è piccolo e vola basso nelle perturbazioni, ma alla fine ce la facciamo: Santorini, eccoci!
L’hotel Tamarix del Mar a Kamari, è un sorprendente borgo bianco e azzurro appena dietro la strada, raccolto intorno alla piscina. In camera troviamo una fresca insalata e una bottiglia di vino a darci il benvenuto.


La camera è una mini suite molto bella e fresca, e dopo una notte un po’ breve, ma riposante, ci alziamo contemplando la luce esplosiva della Grecia, la leggerezza dell’aria, il caldo torrido del sole, il rigoglio delle bouganville.
26 giugno

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Santorini è tutta nera o rossa, nel caso qualcuno si dimenticasse che sta seduto su un vulcano attivo. Dai rubinetti esce acqua salata, è chiaro che il vulcano non prevede sorgenti di acqua dolce. Il contrasto tra i suoi colori scuri e quelli squillanti della vegetazione, l’azzurro del cielo, il blu del mare, oltre a questa energia silente nel profondo, ne fanno un luogo di insolito fascino e, obiettivamente, grande bellezza.
Oggi la giornata è interamente dedicata alla visita e perlustrazione dell’isola. Affittiamo una macchina (rossa) e partiamo subito. La prima tappa dovrebbe essere la visita della vecchia Thira, che tra l’altro è molto vicina a Kamari, ma oggi è lunedì ed è chiusa. Pazienza. Proseguiamo per la spiaggia di Perissa, un litorale lungo, nero e bollente con alle spalle una roccia verticale brulla e arida.

La spiaggia è un vero problema, già al mattino alle dieci è così calda che risulta quasi impossibile stare in piedi o sdraiati. In compenso il mare è trasparente e leggero, lì ci rinfreschiamo con un bagno dopo l’altro.
In verità a Perissa non c’è altro che la spiaggia, proseguiamo quindi verso Akrotiri per vedere la spiaggia rossa. Qui lo spettacolo comincia a farsi difficile da raccontare, tanto è suggestivo. La spiaggia rossa, che deve il nome al colore delle rocce che la compongono e la circondano, si raggiunge dopo un sentiero discretamente lungo, ma agevole, e si stende sotto una parete verticale rosso-nera, nella quale ancora si indovina il vulcano. Il mare, inutile dirlo, è trasparente e placido come un cristallo, e sembra quasi intimorito da questa roccia che conserva la forza del fuoco vulcanico.

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L’altro versante del promontorio che accoglie Akrotiri si affaccia sulla caldera, dalla quale spuntano i tre isolotti: Thirassia, Nea Kameni, Palea Kameni. Scopriremo poi che, contrariamente a quanto dicono tutte le guide, questo è il miglior punto di osservazione per questa voragine piena d’acqua che, dice la leggenda, forse ha inghiottito la mitica città di Atlantide.

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Proseguiamo il nostro giro verso Fira, la città più importante dell’isola. Bella e suggestiva con le sue case immacolate dalle pareti arrotondate, ma caotica e vanamente lussuosa come non ci saremmo mai aspettati.DSC01106.JPG

Facciamo un doveroso giro giusto per avere qualche termine di confronto, ma scappiamo volentieri in direzione di Oia. Siamo sulla punta più settentrionale dell’isola e, senza volerlo, cogliamo un momento magico: la cittadina è quasi deserta. Scopriremo verso sera che può riempirsi esattamente come Fira, ma nel frattempo la giriamo in lungo e in largo in compagnia di pochi turisti come noi. Case bianche, tetti azzurri esattamente come il cielo, piscine nascoste, scale e gradini, porte antiche e bellissime, bouganville rigogliose e invadenti, Oia è anche molto elegante.
Una birra in un piccolo bar ci permette di guardare un po’ il passeggio e goderci la caldera dal versante opposto rispetto ad Akrotiri. Passeggiamo ancora perlustrando altri angoli, scendendo e salendo molti altri gradini, qualche volta insieme agli asini, legittimi abitanti di questi percorsi, e finalmente viene l’ora di cena. Ci fermiamo in un piccolo ristorante con una bella terrazza panoramica e assaggiamo la zuppa di pesce di Santorini, mussaka e sarde al forno, tutto ottimo. E’ quasi l’ora del tramonto: andiamo a godercelo pienamente a Emeravigli, sopra Fira: siamo in prima fila per uno spettacolo che non dimenticheremo.

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Rientriamo verso Kamari, non è tardi e ci sta ancora una bella passeggiata sul lungomare.
27 giugno
Possiamo permetterci di non approfittare di questo mare perfetto? La spiaggia di Kamari è nera, ampia, molto ben attrezzata. Ci stiamo tutto il giorno, alternando lunghi bagni nell’acqua, che è fresca, leggera e molto salata, e soste al sole bollente che asciuga via tutta l’umidità dei mesi passati. Ci sono 42 gradi, ma non si sentono. La brezza soffia costante e misurata, un piacere continuo sulla pelle.
Ceniamo alla Taverna Sellada, un posto semplice, dall’aria tradizionale, con ottima cucina speziata. Torniamo poi sul lungomare per scoprire una Kamari notturna e modaiola, fatta di locali dalle luci soffuse e musica dal vivo spesso di scarsa qualità. Una forma di divertimento molto globalizzato ma, se funziona, hanno ragione loro. Del resto, per queste isole il turismo è l’unica risorsa. Detto questo, il bilancio è ampiamente positivo.
28 giugno
42 anni, e non posso dire di non sentirli. Anche ultime ore a Santorini, dedicate più possibile alla spiaggia e a infinite nuotate. Alle 15 lasciamo puntualmente il Tamarix del Mar e con il taxi raggiungiamo il porto di Athinios. Arrivarci è emozionante: dopo esserci arrampicati fino a Pyros, in vetta all’isola, si entra nella caldera e si scende per una ripida serpentina fino al mare, con la vista magnifica del piccolo arcipelago rimasto dopo l’eruzione e l’inquietante effetto nuvola del mare che, per il gran caldo, evapora, facendo immaginare ebollizioni profonde.

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La sala d’attesa del porto è costituita da lunghi muretti sui quali sedersi, posti sotto una tettoia per ripararsi dal sole e dal gran caldo. Non c’è quasi nessuno e si sta anche bene, ma siamo molto in anticipo, e piano piano arrivano pullman e taxi che scaricano altri viaggiatori, sia quelli diretti a Creta come noi, che i crocieristi attesi nei palazzi galleggianti che stazionano in rada. Per qualche attimo temo di non cavarmela in mezzo a tanta confusione, ma all’improvviso echeggia una voce, Iraklion! L’aliscafo sta arrivando e ci fanno raccogliere nella zona dell’imbarco. Questo si svolge in modo ordinato e tempi rapidissimi, ripartiamo con solo 15 minuti di ritardo sull’orario. Il mare, nonostante la fama delle Cicladi, è piatto, e alle sette sbarchiamo nel grande porto di Iraklion, nella grande isola di Kriti, tutt’altro contesto che la piccola Santorini. Già l’aria, pervasa da un’umidità tutta continentale, ci fa capire che, anche se un’isola, Creta non lo è così tanto. Dopo la sosta in hotel, il Capsis Astoria, sulla piazza della Libertà, la più centrale, facciamo un primo giro perlustrativo nella zona pedonale, sufficiente a orientarci, e mangiamo mussaka e pesce davanti al mare.
29 giugno
Grande festa a Roma, oggi, è San Pietro, e anche San Paolo, quindi tanti auguri a noi. Devo dire che ne sono arrivati tantissimi. Appena pronti, prendiamo il bus n. 2 che ci porta al palazzo di Cnosso. Credo che, a parte qualche pietrone qui e là, ci sia più ben poco di originale: molto è stato ricostruito dall’inglese Arthur Evans, che ne ha scoperto le rovine, mentre gli affreschi sono stati sostituiti con delle copie, gli originali sono al museo archeologico di Iraklion. DSC01225.JPGMa la ricostruzione in cemento armato, ben riconoscibile, aiuta moltissimo la fantasia nell’immaginare come doveva essere questo palazzo magnifico che oggi compie circa 3700 anni. La società Minoica, vera culla della civiltà europea, era molto evoluta sia dal punto di vista tecnico (le case erano fresche e arieggiate, l’acqua potabile arrivava all’interno, le fognature funzionavano perfettamente, l’igiene era una priorità) sia dal punto di vista politico e sociale. Il re Minosse (un titolo più che un nome proprio) aveva capito che un popolo che sta bene è pacifico e non si ribella, e quindi distribuiva equamente le risorse, assicurandosi pace e prosperità.DSC01238.JPG
Da Cnosso rientriamo a Iraklion e adiamo subito al museo archeologico: vogliamo vedere gli affreschi e i mosaici originali. Ci sono, ma la vera sorpresa è rappresentata dall’enorme quantità di oggetti di uso comune, e dai gioielli esposti. Arrivano da Cnosso, e da molti altri palazzi minoici sparsi nell’isola. Moltissimi pezzi potrebbero ancora valorizzare le nostre case, oggi, tanto sono eleganti ed essenziali, così come i gioielli, raffinatissimi.

DSC01251.JPGDedichiamo il tempo che ci rimane per capire meglio Iraklion. E’ una città abbastanza grande che, al di fuori del centro storico, è costituita da innumerevoli palazzetti non più alti di due o tre piani, dalla forma praticamente cubica, tinteggiati di bianco o di beige, e accatastati l’uno sull’altro senza un ordine preciso. In mezzo a questo caos, i monumenti ancora intatti costruiti dai veneziani intorno al 1500 spiccano senza fatica per bellezza ed eleganza.
Cominciamo da Koulé, la fortezza veneziana che guarda il mare, al limitare del porto. Una costruzione massiccia iniziata poco dopo l’anno mille, e recuperata dai Veneziani dopo la conquista della città, nel XVI secolo. La ristrutturazione da parte della Serenissima ha impiegato 15 anni prima di essere terminata (1525 – 1540), e conserva la possenza di un monumento voluto da una grande Repubblica Marinara, con elementi di delicata eleganza. Rientriamo in centro per ammirare la Loggia veneziana, oggi sede del Comune, la chiesa di Ayios Tio, patrono dell’isola, con un interno magnifico e la facciata nel più puro stile veneto, alla fontana del Morosini, e ci spingiamo fino alla chiesa di Santa Caterina, cattedrale della città, dove scopriamo che ci sono, prospicienti la stessa piazza, altre due chiese.DSC01282.JPG

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Ora c’è solo il tempo di rientrare per una doccia, andare a cena (sempre pesce!).

 
30 giugno – Oggi si cambia! Affittiamo una macchina (ancora rossa) e ci spostiamo verso ovest, a Rethymno. Lo consideriamo un punto di partenza per visitare l’estremità occidentale di un’isola lunga e stretta come appunto è Creta. Purtroppo l’albergo scelto ci delude un po’: è lontano dal centro, ha piscina e spiaggia private, ma della prima non so che farmene, mentre la spiaggia è poco attraente. Non solo, la nostra stanzetta porge sul retro, verso una strada di grandissimo traffico, molto rumorosa. Scopriremo poi che poche centinaia di metri più avanti comincia l’autostrada. Fa molto caldo, un caldo umido e appiccicoso, e nemmeno il mare aiuta, perché ha una temperatura mai sentita prima, tanto è elevata, e un aspetto stagnante, dovuto a frangiflutti posti al largo, che lo rendono ancor meno piacevole. Alla sera facciamo un giro nella città vecchia, che si riscatta con la sua bellezza caratteristica e i suoi negozietti, alcuni davvero originali e di qualità. Merita un approfondimento. Delizioso il vecchio porto, un angolino caratteristico con le casette dei pescatori tutte colorate che si riflettono nell’acqua.

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1 luglio
Eccoci in luglio! Lo accogliamo andando a visitare la spiaggia di Elafonissi, una delle più famose di Creta. Ci vogliono circa due ore, di cui una abbondante sull’autostrada che corre in riva al mare, offrendo scorci meravigliosi, e la seconda tagliando la montagna. Proprio quest’ultima parte, pur lunga per la situazione della strada piena di tornanti, è bellissima: si entra nella Gola di Deliana, dove la roccia si apre in verticale e la si attraversa tutta, in mezzo a fioriture spontanee, pinete festanti di cicale e macchia mediterranea. Alla fine, quando si rivede il mare, si percorre l’ultimo tratto in mezzo a migliaia di ulivi. E finalmente Elafonissi. Non ci sono le parole. La spiaggia bianca, il mare turchese in ogni gradazione, l’acqua placida e fresca, nemmeno una barca. C’è molta gente, ma lo spazio è tanto e ci stiamo tutti. Troviamo un ombrellone e due lettini dove stare comodi, e ci godiamo questo paradiso che sembra portarci direttamente ai tropici. Rientriamo pieni di sale e di sole. Alla sera ceniamo in camera, sul terrazzino rumoroso, e ci ristoriamo con tanta verdura e frutta fresca … e un goloso bombolone.

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2 luglio
Dedichiamo la mattinata alla visita di La Canea (per i veneziani del 1500), Xania (per i greci), Hania (per i turchi) la capitale morale dell’isola. E’ una città estesa, ma l’area interessante è quella antica, del porto e della zona immediatamente retrostante. Mi conquista subito, con i suoi vicoletti pieni di locali e negozi, ma anche tanti fiori che riempiono di colore e si affacciano da ogni angolo. L’area del porto, se da un lato rivela ormai la presenza di hotel senz’altro lussuosi, dall’altra mantiene la caratteristica di una corona di edifici affollati e attaccati uno all’altro, con facciate di diversi colori e tante finestre aperte alla luce. All’estremità c’è la fortezza, chiamata Firkas, oggi sede del museo navale, di fronte il faro veneziano, dall’altra parte la straordinaria Moschea dei Giannizzeri, Kioutsouk Hasan, la più antica di Creta. Oggi è sconsacrata e ospita mostre d’arte, ma all’interno si vede ancora chiaramente il mirhab.

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Arrampicarsi nel dedalo di stradine permette di scoprire sia l’influenza araba, riconoscibile dalle architetture geometriche e prive di ornamenti, sia quella, magnifica, veneziana, con porte e portali finemente modellati e ampie finestre incorniciate da modanature in pietra. Visitiamo anche l’interessante Sinagoga, Etz Hayyim, da poco ricostruita, e una bella chiesa ortodossa.
La mezza giornata è sufficiente per conoscere Xania, torniamo a Rethymno e terminiamo il pomeriggio placidamente in spiaggia. Peccato per il mare così caldo!
La sera, ottima cena da Lemonokipos, dove si mangia all’aperto sotto gli alberi di limone
3 luglio
Abbiamo dedicato l’intera giornata alla visita della laguna di Balos e della fortezza di Gramvoussa. Siamo andati fino al porto di Kissane dove, alle 10 e 40, ci siamo imbarcati non su una barchetta o un catamarano, ma una vera nave, che ha costeggiato tutta la penisola di Gramvoussa e ci ha scaricati, come prima tappa, nella laguna di Balos. La giornata è stata molto ventosa e il mare molto mosso, quindi i tempi di navigazione sono stati più lunghi rispetto alla regola, ma abbiamo fatto tutto. La laguna di Balos è, appunto, una piccola laguna di acqua salata che si raccoglie tra due spiagge bianche aperte, ma protette da una insenatura naturale. Il forte vento ha rinfrescato l’aria e reso possibile la permanenza e il passeggiare al sole per molte ore.

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La seconda tappa è stata dedicata alla fortezza di Gramvoussa, una costruzione di probabile origine turca posta in cima a un costone di roccia, su una isoletta pietrosa del piccolo arcipelago. Forse qualcuno ha raggiunto la cima e la fortezza, forse. Io sono rimasta tranquillamente seduta a bagnarmi nell’acqua trasparente e scaldarmi al sole nella piccola, bellissima spiaggia sabbiosa.
Il percorso di ritorno è stato anche più ballerino che all’andata, un po’ emozionante e anche molto divertente.
A conti fatti, siamo stati in giro per 12 ore. Alla sera, pomodori freschi e olive Kalamata mangiati sul terrazzo, piacevolissimo.

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4 luglio
Oggi è l’ultimo giorno a Rethymno, è il momento di visitare la città con un po’ di raziocinio. E’ una città universitaria, quindi con una parte nuova e anonima, ma la città vecchia è suggestiva e accogliente, con il dedalo di vicoletti che si incrociano uno nell’altro. Naturalmente è una città aperta ai turisti, e i negozi sono praticamente tutti dedicati a offrire souvenirs o prodotti locali. Come a Xania, la contaminazione tra architettura veneziana e araba è continua e senza regole: portali patrizi che si aprono su cortili meravigliosi, finestre grandi con terrazzi fioriti, o cubi di spessa pietra, freschi e razionali. Tra tutto questo, i monumenti più significativi sono la fontana Rimondi, con le teste di leone, la bellissima loggia, il museo archeologico con il magnifico portale e, a fianco, un arco decorato e, sulla grande piazza Andistasis, la moschea di Nerandzes, con il suo minareto altissimo.

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DSC01458.JPGAcquistiamo delle olive Kalamata da portare in Italia, e per puro caso, ci troviamo in un negozio ricco di storia: una ragazza albanese che parla perfettamente l’italiano ci racconta che, durante la ristrutturazione, è emerso uno spazio occupato in passato da una chiesa veneziana e, prima ancora, da un magazzino che i turchi usavano per olio e vino.
Ci dirigiamo verso il mare per rivedere il delizioso porto, quindi proseguiamo per costeggiare l’imponente costruzione della fortezza veneziana, posta sopraelevata, a guardia della città, contro i pirati e gli invasori dal mare. La fortezza sembra emergere dalla roccia, ed è curioso trovare su un lato a metà altezza, una piccola cappella ortodossa completamente scavata in una grotta.

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Nel pomeriggio, meritato riposo in spiaggia, a goderci la mareggiata, e a cena ancora sul terrazzo. Facciamo un’ultima passeggiata per riempirci gli occhi dell’ora del tramonto.
5 luglio
Eccoci arrivati all’ultima tappa del nostro viaggio. Siamo a Elounda, raggiunta dopo circa due ore e mezzo di auto in mezzo a piantagioni di ulivi, montagne di argilla e macchia mediterranea. Arriviamo dall’alto, con un panorama mozzafiato del doppio mare, diviso dalla sottile lingua di terra che caratterizza questo angolo. Elounda è tutta bianca, nuova, e si fatica un po’ a trovarne l’anima, ma è molto carina e vivace. Ha un grazioso porto turistico, una bella passeggiata in mezzo all’acqua, una bellissima spiaggia e tanti locali e negozi.DSC01480.JPG
Per oggi abbiamo girato abbastanza. Il nostro hotel, Elounda Krimi, è molto bello, e ci hanno riservato una stanza con una bellissima vista sul mare. La sera ceniamo molto bene alla Taverna Paradiso, con vista sull’acqua e silenzio totale.
6 luglio
Iniziamo la giornata con una bella colazione all’aperto. Andiamo poi al porto di Elounda per salire su una barca e visitare la fortezza di Spinalonga. C’è molto vento e il mare è un po’ agitato, ma la gita in barca è piacevole. La barca si chiama Margarita, ed è una piccola imbarcazione old style, tutta in legno. La fortezza si rivela una discreta delusione, non fosse altro per il prezzo di ingresso, esoso e inaspettato. Siamo ancora una volta dentro una costruzione fatta dai veneziani, poi occupata dai turchi, che presenta una particolarità recente, datata nel secolo scorso: fino al 1957 è stata zona di confino per i lebbrosi. La fortezza è possente, per quello che ne rimane e che è visitabile, e ci si chiede come e con che mezzi abbiano potuto realizzare una costruzione simile su un’isoletta come questa. La parte che ancora ricorda il soggiorno dei malati è piuttosto triste: piccolissime abitazioni, ormai semi distrutte, una piccola chiesa.
Rientriamo a Elounda e, con mio grande piacere, mi spalmo sulla bellissima spiaggia, davanti al mare incantevole (fresco, trasparente, calmo) e resto lì fino al tardo pomeriggio in pace e riposo assoluto.DSC01496.JPG
Alla sera decidiamo di cenare in albergo, ma non è una buona idea, sembra la cena di un villaggio turistico! Per fortuna la bella passeggiata fino al porto, costeggiando i laghi salati, ci riporta il buonumore

7 luglio
Se sul lato occidentale di Creta la spiaggia più nota e più bella è quella di Elafonissi, da questa parte si visita Vai: un angolo sabbioso preceduto da un fitto palmeto spontaneo, il più grande d’Europa. Si ha quasi l’illusione di essere ai tropici! Raggiungere Vai non è né breve né veloce: si percorre l’autostrada fino a Sitia, poi la strada incomincia a diventare più stretta, mentre il percorso aumenta il suo fascino: si entra letteralmente in mezzo ai monti, rigogliosi di vegetazione e, tra uno scorcio e l’altro verso l’azzurro, finalmente si ritorno al livello del mare, si incontrano le prime palme, ed eccoci!
Mare magnifico, perfetto per lunghe nuotate, sole bollente, brezza fresca e intensa, folla contenuta, una giornata perfetta, che suggelliamo con un’altra ottima cena alla deliziosa Taverna Paradiso.DSC01541.JPG

8 luglio
A parte il vento, ancora un po’ forte, la giornata è perfetta, e ce ne stiamo sulla spiaggia di Elounda godendoci il sole e tante nuotate. A metà pomeriggio ci prepariamo, vogliamo visitare Ayos Nicolaos, il centro più importante di questa zona. Purtroppo si rivela una delusione: completamente sparita ogni traccia di storia, oggi è infestato da costruzioni nuove, spesso molto alte, alberghi vistosi, negozi costosi con brutta merce, automobili e moto che sfrecciano ovunque, anche dove ci si aspetterebbe un po’ di tranquillità. Peccato, perchè paesaggisticamente è davvero bello e particolare, una specie di collinetta circondata per tre quarti dall’acqua, acqua che si insinua a formare un laghetto proprio al centro della cittadina.
Ceniamo molto bene al ristorante Pelagos, in un bel giardino riparato e sotto l’ombrello naturale di un’enorme bouganvillea.
Al ritorno verso Elounda, il mare scintilla sotto la luna piena.

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9 luglio
Siamo agli sgoccioli della vacanza, e il desiderio più forte è quello di godersi le ultime ore sulla bella spiaggia di Elounda. Ma c’è ancora qualcosa che dobbiamo vedere, l’antica città sommersa di Olous. Si trova proprio al di là del breve istmo di terra che collega Elounda con la brulla montagna di fronte. Tutto valorizza la visita: la passeggiata in riva al mare, i vecchi mulini in parte ristrutturati, i resti delle mura della città immersi nell’acqua, una piccola chiesetta ortodossa, e il bel mosaico con i delfini conservato all’interno di una basilica paleocristiana. Tutto questo in un contesto tranquillo e silenzioso, davanti al mare, circondato da pini marittimi e ulivi, dove le cicale non smettono di cantare. Scopriamo un piccolo ristorante sull’acqua, Kanali, e prenotiamo un tavolo per la sera.

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La giornata trascorre in spiaggia, o meglio, in acqua. La serata, un po’ ventosa, è però ricca di soddisfazione: Kanali è un’eccellente scelta, il menu a base di pesce è ottimo, e il servizio è essenziale, ma perfetto. Non potevamo essere più fortunati durante la nostra ultima serata a Elounda.
Rientrando in albergo, la luna piena ci illumina la strada.

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10 luglio
Oggi incomincia il viaggio di ritorno. Salutiamo l’hotel Elounda Krini, che ci stupisce con un piccolo omaggio di prodotti greci. Ci siamo organizzati e passiamo la mattina in spiaggia, ma nel primo pomeriggio ci mettiamo in marcia verso Iraklion. Salutiamo la nostra fida macchinina rossa, ci facciamo una doccia e torniamo a mangiare un’ottima cena greca in riva al mare, davanti a un tramonto che più bello non potrebbe essere.

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11 luglio
Ready, steady, go!

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(25 giugno – 11 luglio 2017)

 

Favignana, la prima volta alle isole Egadi

13 settembre 2016 – La sveglia è alle quattro, ma dopo il tragitto fino a Bergamo, il volo Bergamo-Trapani con Ryanair, un po’ di transfer e l’aliscafo, arriviamo a Favignana al villaggio Punta Longa all’ora di pranzo. Il posto è molto accogliente, poche casette nel verde ben affacciato sul mare.DSC00452.JPG

Per una prima esplorazione in zona ci fermiamo a mangiare in un piccolo chiosco proprio sugli scogli. La scelta dei piatti non è entusiasmante, il conto salato. Assaggiamo il mare della splendida baia di Marasolo, dove i colori dell’acqua hanno tutte le sfumature dell’azzurro, poi in bicicletta tentiamo di raggiungere Cala Azzurra, ma è troppo lontana. Andiamo nel paese di Favignana a fare qualche acquisto alimentare, e ci torniamo la sera per la cena nel ristorante La Lampara: porzioni abbondantissime, qualità un po’ deludente.

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14 settembre – Dopo una buona e abbondante prima colazione, decidiamo di passare la mattinata nella spiaggia di Marasolo. Le sue acque trasparenti, turchesi e cobalto, leggerissime, sono un invito a tuffarsi continuamente. In più, forse grazie al livello di salinità, l’acqua è di straordinaria leggerezza. Un pranzo leggero, poi ci attende la barca di Vito Sinagra per portarci a fare il tour dell’isola. Favignana è un’isola molto varia, le coste alternano strapiombi a picco sul mare dove si riconoscono le vecchie cave di tufo, microscopiche spiaggette nascoste in mezzo a scogliere impervie, lingue di roccia che si allungano sul mare. Il fondo sabbioso e chiaro permette alla luce di giocare con tutte le tonalità’ dell’azzurro e del blu, e il mare è irresistibile.  Il giro dell’isola dura circa quattro ore, intervallato da numerosi tuffi nelle baie piú belle. Alla sera, cena sul terrazzo a base di arancini, una prelibatezza!

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15 settembre – Mi alzo presto per fare una passeggiata in zona, esplorare i dintorni e vedere l’alba. Il sole si apre un varco tra le nuvole e l’umidità notturna, e comincia a splendere. La giornata sarà poi delle più variabili, anche con una spruzzata di pioggia, ma ancora pienamente estiva.

Dopo colazione facciamo tutti insieme una tappa nel paese di Favignana dove assaggio il latte di mandorla. L’approfondimento gastronomico rientra nella vacanza! Ci spostiamo dietro gli stabilimenti della tonnara per fare il bagno … in porto. C’è una piccola e incantevole baia protetta, quasi inaccessibile per l’irregolarità degli scogli, dove l’acqua è molto calma e i colori stupendi.DSC00630.JPG

Lasciamo il gruppo degli amici, facciamo un po’ di spesa in paese e torniamo a casa per un pranzo veloce. Dopo pranzo c’è tempo per un bel bagno e sole sugli scogli di Calamone.

Nel tardo pomeriggio ci attende la visita della tonnara. Per molto tempo gli abitanti dell’isola si sono sostenuti solo con la pesca del tonno rosso, vera e rara prelibatezza. La tonnara di Favignana è la versione industriale di questa pesca: costruita e fondata nel XIX secolo dalla famiglia Fiorio, è stata per circa 150 anni un simbolo noto in Italia e all’estero e un’attività in grado di dare lavoro a tutti gli abitanti dell’isola, uomini e donne. Dopo la caduta in rovina della famiglia la tonnara è stata acquistata dalla famiglia Parodi di Genova, che è riuscita a farla funzionare fino al 1982, anno della chiusura definitiva. Di questa gestione mi piace ricordare l’iniziativa della moglie del titolare, che aveva pensato a creare asili nido all’interno della struttura, per permettere alle operaie di lavorare senza troppe difficoltà anche con bimbi molto piccoli. Ovviamente erano previsti i permessi per allattare.

 

Oggi la pesca del tonno rosso si fa con metodi più sofisticati e invasivi, al limite della sostenibilità. Basta pensare che vengono preferiti animali giovani perché più piccoli, mentre qui si pescavano pesci adulti che già si erano riprodotti molte volte. Il tonno rosso va quasi tutto in Giappone e nei ristoranti giapponesi per la preparazione del sushi, mentre quello che troviamo comunemente in scatola è il meno pregiato pinna gialla.

Oggi la tonnara è stata convertita in un museo, dove si possono visitare gli ambienti un tempo destinati alla preparazione del tonno, dal rimessaggio delle barche utilizzate per la pesca a tutti i passaggi necessari dalla cattura all’inscatolamento. Molto toccante e interessante è il filmato finale, un inedito dell’Istituto Luce datato 1926-1934 che illustra tutte le fasi, dalla posa delle reti della tonnara alla mattanza, all’arrivo dei tonni in fabbrica.

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Cena leggera sulla terrazza del nostro piccolo bilocale, per finire con la gradita visita di Mrs and Mr Puppi che passano a fare due chiacchiere.

16 settembre – Già dal mattino abbiamo voglia di provare la Praia, ovvero la bella spiaggia di sabbia del paese di Favignana. Porto per porto, tanto vale stare comodi. Prima però attraversiamo il litorale del paese per raggiungere palazzo Fiorio e visitarlo.

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Oggi questa elegante e imponente dimora ospita l’info-point di Favignana, ma è permesso fare un giro in una parte degli spazi interni, dove sono allestite mostre diverse (tra tutte, Un mare di colori), e nel bel giardino piantumato che si affaccia sul mare. Ritorniamo alla spiaggia, di sabbia morbida e dorata, piacevole sulla pelle. Tira un bel vento di scirocco che rende facile sopportare il sole torrido. Nel primissimo pomeriggio affrontiamo la salita del Monte S. Caterina, in cima al quale c’è una costruzione diroccata che denuncia un passato variegato. Si trova sulla cima più alta di Favignana, ed è raggiungibile molto facilmente, sebbene un po’ faticosamente, attraverso un percorso che alterna le scale e i percorsi in salita. Il vento ci aiuta a non sentire il calore, e nello spazio di circa un’ora siamo finalmente in cima. Da lassù la vista è, come si dice, mozzafiato. Si identifica bene la forma a farfalla dell’isola, le baie che ormai conosciamo, con sullo sfondo i profili di Levanzo e della più lontana Sicilia. Discendiamo, non senza fatica, appena in tempo: la cima sta per nascondersi in mezzo alle nuvole. Rientriamo a metà pomeriggio per cambiarci e prepararci, in vista della cena al ristorante La Bettola: ottimo cous cous di pesce.

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17 settembre – Ho voglia di visitare il Lido Burrone, la spiaggia di sabbia più grande dell’isola. In effetti è abbastanza grande e ci sembra molto affollata, visto che ormai abbiamo tarato gli occhi con le splendide solitudini degli scogli. In realtà c’è posto per tutti, e ci godiamo anche un bel bagno nel mare un po’ mosso, dove l’acqua è resa meno trasparente dalla sabbia sbattuta dalle onde.

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Il pranzo è a Cala Cavallo, in una piccola trattoria nascosta nel verde, gestita da toscani. Io assaggio la parmigiana di tonno, buona ma non molto originale. Il pranzo ci condiziona per molte ore, ma prima di rientrare facciamo un tuffo nell’incantevole piccola baia di San Nicola, dietro al cimitero. Proseguiamo verso il paese per qualche spesa, e poi a casa. Lo splendido tramonto ci invita a fare un ultimo, veloce tuffo a Marasolo. Per cena, un arancino molto goloso, con tonno, pistacchio e pomodoro fresco.

18 settembre – La giornata comincia serena, poi si rannuvola, poi si rasserena ancora. Meglio per me passare la mattinata a Marasolo, in splendida solitudine (o meglio, in compagnia della lettura) con frequenti nuotate rinfrescanti. Dopo un pranzo veloce a base di frutta, mi sposto su una splendida spiaggetta tra Calamoni e Lido Burrone, sabbiosa, poco frequentata e con un mare trasparente, turchese. Il pomeriggio si conclude con un aperitivo al Kiosco di Marasolo, dove mi innamoro del panino “Cala Azzurra”, farcito con pesce spada affumicato, melanzane e pistacchi. Divino si può dire di un panino?

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La serata si conclude in bellezza, con l’allegro e virtuoso concerto all’aperto offerto dalla Banda di Favignana presso la vecchia tonnara.

19 settembre – Oggi la giornata è particolarmente ventosa, sebbene abbastanza serena. Faccio la mia corsetta mattutina che mi permette di vedere l’alba, quindi facciamo un giretto per il centro del Paese per rivedere bene quanto già noto e provvedere a un po’ di spesa. Rientriamo a “casa” e andiamo subito sugli scogli davanti a Punta Longa, abbastanza comodi perché piatti, dove l’acqua è ancora una volta bellissima, leggera e trasparente. L’aria comincia a non essere più così calda, meglio approfittare dell’ora centrale della giornata per fare qualche tuffo. Dopo un pranzo leggerissimo preferisco terminare il pomeriggio sulle sdraio della piscina, più comode e più calde. Alla sera ci accoglie per la seconda volta il ristorante La Bettola, dove continuo il mio approfondimento gastronomico: busiate con pesto alla trapanese, ottime, e caponata di melanzane, superlativa. Prima però facciamo un giro nella Favignana “vecchia” con le case di tufo e i giardini ipogei spontanei.

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20 settembre – Oggi affittiamo uno scooter, per poter fare comodamente il giro di tutta l’isola e ammirarne ogni angolino. La prima tappa è Cala Azzurra, affollatissima (ma come fanno in piena estate?), poi le scogliere impervie del Bue Marino con le sue grotte che sembrano tempi egizi, e Cala Rossa. Il mare qui non finisce di incantarmi. Le parole non bastano per descriverne i colori. Purtroppo, le possibilità di accesso sono poche e molto impervie.

 

 

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Riprendiamo il percorso litoraneo dallo Scalo Cavallo, e da lì arriviamo in paese, per una spesa veloce. Dopo un leggero spuntino ci avviamo verso il Faraglione, dove ci aspetta il resto della compagnia e dove facciamo il bagno in una microscopica, incantevole baia ben riparata. Rientriamo dalla costa orientale con una tappa al faro di Punta Sottile, poi la Cala Grande con la sua vasta pineta, fino alla meravigliosa Cala Rotonda. Un ultimo sguardo alla spiaggia Pirreca prima di ripassare sotto il Monte Santa Caterina e rientrare.

 

Il mare rappresenta il punto di forza di Favignana, per i suoi colori mai uguali e per il fascino di una costa aspra, forte, ricca delle tracce del reciproco rapporto. Forse, quando si visita l’isola, si pensa meno al suo interno, che è altrettanto difficile, ma vario e molto particolare. Favignana è ricca di acqua, e questo aiuta le colture, in particolare della vite e del fico d’India, e l’insediamento urbano. Nei vasti spazi pianeggianti delle due ali della farfalla sono numerose le case di tufo, dalla forma squadrata e spesso a un solo piano, intonacate di bianco, con giardini rigogliosi e fioriti di bouganville viola e plumbago azzurri. Nella parte occidentale sono numerosissimi i giardini ipogei, molti spontanei, altri più condotti, che nascono all’interno delle vecchie cave di tufo, oggi abbandonate: piante fiorite e frutteti nascosti agli occhi meno attenti. Uno spettacolo inatteso e affascinante, una immagine forte di vita che nasce e cresce dove meno te lo aspetti.La cena è a casa, formaggio locale, olive, pomodori, fichi d’India e dolci siciliani, cena da re.

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alba e finocchietto selvatico

21 settembre –  Oggi è il primo giorno di autunno, ma qui siamo ancora immersi nell’estate piena. Se non fosse per le giornate un po’ più corte e l’aria che incomincia appena a rinfrescarsi, potremmo illuderci di essere in luglio. La fine della vacanza però si avvicina, è il caso di dare un’occhiata in giro: andiamo a Levanzo.

 

La piccola isola è ben visibile dalle coste di Favignana, sembra di toccarla, bastano infatti dieci minuti di aliscafo per raggiungerla. Ci accoglie incantevole, una piccolo presepe di casette bianche, ordinate e pulite, che guardano il piccolo porto dove, sull’acqua cristallina, dondolano piccole imbarcazioni. Chiediamo qualche informazione per capire come muoverci: andiamo a sinistra, in direzione del faraglione. Scopriamo una bella passeggiata un po’ in alto rispetto al mare schiumeggiante, in un percorso prima asfaltato, poi sterrato, infine in un sentiero pietroso che si arrampica dolcemente e, a un certo punto, rientra un pochino per passare in mezzo ai pini, senza però mai perdere di vista il mare. La passeggiata è piuttosto lunga, ma non faticosa, anzi, molto piacevole, e quando meno ce lo aspettiamo arriviamo all’altezza della Grotta del Genovese.

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Da qui la strada per il ritorno al paese è facile, ben lastricata, e in discesa. Quel poco del territorio interno di Levanzo che vediamo ci mostra un’isola arsa, ricca di macchia mediterranea, con qualche isolata e bella costruzione. Rientriamo in paese per prendere una granita e continuare poi la passeggiata litoranea nell’altra direzione, fino a Cala Fredda, dove godiamo della vista, ancora una volta, di un angolo roccioso che si tuffa nel mare meravigliosamente trasparente.

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Purtroppo ci aspetta l’aliscafo per il ritorno, faremo un bagno dagli scogli a Favignana. Alla sera, ottima cena al ristorante Due Colonne, con Danila e Paolo.

22 settembre – E’ l’ultimo giorno che passiamo a Favignana, domattina l’aliscafo ci aspetta poco dopo le 10 per portarci a Trapani, sulla terraferma, a casa … L’isola ci saluta con una giornata perfetta, serena, calda, appena ventilata, e il mare è calmo e così azzurro che sembra non volerci fare andare via. Mattina e pomeriggio sono dedicati a lunghi bagni e nuotate e ad altrettanto lunghe ore in spiaggia o sugli scogli a prendere il sole. E’ anche la giornata della raccolta del finocchietto selvatico, speriamo di riuscire a conservarlo e a usarlo. La cena consiste in un aperitivo e un panino “Cala Azzurra” al kiosco di Marasolo, ma l’ospite d’onore è il meraviglioso tramonto che si propone, come uno spettacolo inedito e irripetibile, e accompagna la nostra ultima serata, tutti insieme, a Favignana.

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23 settembre – Sorpresa! La vacanza non è finita: abbiamo ancora una giornata a disposizione, visto che l’aliscafo ci deposita a Trapani alla mattina, e il nostro aereo partirà stasera tardi. Ci dirigiamo subito verso la funivia che, da Trapani, ci porta sul Monte San Giuliano, a Erice. Ci troviamo in una cittadina medioevale costruita in sasso e protetta dalle Mura Ciclopiche. Incontriamo subito il Duomo dell’Assunta, eretto in stile gotico trecentesco, nel quale entriamo attraverso il portale di ispirazione catalana. L’interno, che a prima vista sembra una scultura di crochet, a un più attento sguardo rivela la scarsa armonia con il contesto, è un’aggiunta recente. Molto bello il grande altare marmoreo che raffigura scene della vita di Cristo.

 

La nostra passeggiata prosegue tra stradine strette e case più o meno patrizie, ma la meta è la famosa pasticceria “Maria Grammatico”, nota per la qualità delle specialità siciliane.Rifocillati, proseguiamo arrampicandoci fino alla piazza dove si affacciano nobili palazzi, e dove spicca il ristorante Nuovo Edelweiss, un nome che non mi aspetterei di trovare qui.Accanto a semplici case in sasso dalla forma squadrata e tozza, ci sono case affascinanti con sinuosi balconi fioriti e portali sontuosi. Tra tutti il Palazzo Burgarella, dell’omonima famiglia di imprenditori. Furono importatori del tonno rosso, commercianti in sale marino, e tra i fondatori del Banco di Sicilia.Incontriamo il noto Centro di Cultura Scientifica intitolato a Ettore Majorana, e finalmente arriviamo al punto panoramico dove la vista è, come si dice, mozzafiato. Sotto di noi, il mare della Sicilia settentrionale e San Vito Lo Capo.

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Lentamente scendiamo, dobbiamo raggiungere la fermata del bus che ci porterà a Trapani.

Anche il capoluogo siciliano ci incanta per la sua bellezza. E’ una città piuttosto grande, purtroppo in buona parte allargata con un’edilizia dall’estetica poco curata, ma il centro storico è bellissimo. Chiese e palazzi barocchi si alternano, magnifici e imponenti, mentre il mare ricorda spesso la sua presenza.Ci fermiamo per assistere alla celebrazione di un matrimonio: si attende la sposa in una coreografia altrettanto barocca e ridondante.

Entriamo nella chiesa di San Giuliano, che vede la prima costruzione nell’XI secolo. All’interno, gli originali gruppi scultorei dei “Misteri”, che rappresentano la morte e la passione di Gesù Cristo, ognuno dei quali dedicato, e sostenuto, dai rappresentanti di una professione.

 

A Trapani si respira un’aria elegante e nobile come solo i popoli del sud sanno esprimere, e coniuga la bellezza ridondante del barocco con la riservatezza di ampie finestre ben protette dagli scuri e cortili fioriti nascosti dietro enormi portoni.

Non potevamo lasciare la Sicilia senza un ultimo arancino … e mentre ci avviamo verso l’aeroporto, il sole che tramonta sulle saline ci regala le ultime, meravigliose immagini di questa terra benedetta.

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(13 settembre – 23 settembre 2016)

 

 

Le città della Lega Anseatica

Intorno al 1200 alcune città dell’Europa settentrionale si riunirono in gruppo (Hansa) per sostenersi a vicenda, difendersi e potenziare i traffici con il Mare del Nord e il Mar Baltico. Siamo andati a visitarne tre, Amburgo, Brema e Lubecca, ovviamente nella loro versione del terzo millennio.
13 giugno – Sfidando il detto che impone “di venere e di marte non si sposa né si parte”, oltre al fatto che è il giorno 13, partiamo indomiti alla volta di Amburgo. Germanwings, puntualissima, ci scarica all’aeroporto internazionale Fuhlsbüttel e qui, con un comodo e veloce treno che passa in mezzo ai boschi, arriviamo alla Central Banhof di Amburgo. Un attimo per orientarci, poi a piedi, con una passeggiata di circa mezz’ora che ci porta a costeggiare il più piccolo dei laghi Alster, raggiungiamo il nostro sciccosissimo hotel: Grand Elysée.

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L’albergo si trova in una zona residenziale al centro di aree verdi molto ampie, parchi e prati. Il tempo di appoggiare le valigie in camera, e ci avviamo per una prima scoperta della città. E’ ora di pranzo, quindi facciamo tappa da Leopold’s, una birreria molto simpatica dove divoriamo una porzione, ottima, di salsicce con crauti e purè, innaffiata dalla birra Paulaner.IMG_9349

Ritorniamo verso il Binnenalster, che nel mezzo è caratterizzato da un alto spruzzo d’acqua. Capiremo poi che questo spazio lacustre è quasi solo decorativo, mentre nell’adiacente lago gemello, ben più grande, si naviga con passione. Come un po’ tutti i popoli nordici, qui l’amore per la natura e per lo stare all’aperto è lampante. Le temperature che a noi paiono ancora troppo fresche, per chi abita a queste latitudini sono già estive.

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Percorriamo le strade più eleganti di Amburgo, quella con i negozi più belli e costosi: Colonnaden, Jungfernstieg. Mentre l’Alster si allunga in un canale dove nuotano i cigni, scopriamo il Rathaus, imponente edificio neorinascimentale sormontato da un’alta torre, riccamente decorato ma secondo un certo qual rigore nordico, con un ampio cortile che ospita la fontana eretta in occasione della fine di un’epidemia di peste.

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Lasciamo il Rathaus, che a quest’ora è chiuso, e proseguiamo la passeggiata verso il porto. Vediamo una città che alterna classico con moderno, molto attenta agli spazi verdi, che sono numerosi e curati, e una forte voglia di rivalutare quello che fa la storia del luogo. E’ il caso di ricordare che questa città è stata quasi rasa al suolo durante la Seconda Guerra Mondiale, quindi onore al merito per quello che si è costruito di nuovo e quello che si è recuperato.IMG_9369.JPG
Dopo aver attraversato il quartiere portoghese, raggiungiamo il porto sul fiume Elba. L’ ampiezza del fiume è tale da far pensare di essere sul mare, sebbene gli odori siano molto diversi, e ancora più incredibile è pensare che mancano ben cento chilometri prima della foce del fiume. Ci imbarchiamo sul traghetto numero 62, una linea di trasporto metropolitano, e ci facciamo portare in giro per il porto, dove non vediamo solo container, ma anche spiagge, belle case e ancora tanti giardini. Dalla costa ci guardano il famoso Mercato del pesce, gruppi di tipiche case alte e strette, con i tetti molto spioventi, mentre intorno viaggiano le imbarcazioni più diverse: navi da crociera, porta container, traghetti privati, barche a vela.

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Dopo questo momento di relax, torniamo verso il centro e visitiamo la St. Michaeliskirche. Si tratta della più grande chiesa protestante della Germania settentrionale, e l’interno è davvero grandioso, con la bellezza di quattro organi, stucchi dorati e in delicati colori pastello, ampi spazi per accogliere i fedeli. Affrontiamo coraggiosamente i 468 gradini che ci conducono alla cima.

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Qui, in mezzo a un vento forte (ma non troppo freddo) prendiamo visione di una città che ancora non conosciamo, dove l’edificio più curioso è quello, ancora da terminare, della Elbphilarmonie e della quale l’aspetto più attraente rimane quello acquatico, siano i laghi Alster o il fiume Elba.

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IMG_9438Dietro la chiesa, quasi per caso troviamo la Krameramtsstubem, una vecchissima stradina, con casette a graticcio che sono state, nel passato, rifugio e abitazione per le vedove dei commercianti, e sono oggi per lo più trasformate in piccoli negozi e ristoranti. Il posto è ancora affascinante e pieno di piccole curiosità.

Ci avviamo per rientrare, e spostandoci di poco scopriamo un altro aspetto di Amburgo: la zona dei vecchi magazzini, ancora integri e solenni, con le facciate di mattoni rossi e i piedi nell’acqua dei canali, di modo da accogliere direttamente le merci portate dalle navi. Attraversiamo vari ponti, da alcuni dei quali la vista è quasi “veneziana”, per la caratteristica delle case che sorgono direttamente dall’acqua.

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Il rientro verso il centro ci porta a rivedere il Rathaus, e ceniamo, molto bene, al ristorante Franziskaner, dove i nostri impareggiabili compagni pretendono una foto con una bella bionda locale, dal sorriso dolcissimo.IMG_9477

Tornando verso l’hotel, la città illuminata ci regala un’emozione nuova e diversa, e la voglia di socialità degli abitanti di Amburgo emerge chiaramente.

14 giugno – Prima di partire avevamo acquistato il biglietto ferroviario per Brema, approfittando di una favorevole offerta del fine settimana. Eccoci quindi sul treno. La stazione di Brema, Hautbahnhof, è molto bella, in mattoni rossi, con il caratteristico tetto a botte che la rende subito riconoscibile.

Mentre ci avviamo verso il centro, attraversiamo un parco con un bel mulino a vento, ai piedi del quale una vasta aiuola fiorita riprende il disegno della Germania. Anche Brema, come Lubecca che visiteremo poi, è un’isola circondata dalle acque del fiume Weser, quindi la zona dell’Altstadt si raggiunge necessariamente passando su uno o più ponti.

IMG_9496.JPGBrema ci accoglie con la pioggia e con la curiosa statua di un incantatore di maialini. Il viale centrale che attraversiamo è ampio, piacevole, fiancheggiato da belle case bianche dai tetti spioventi. In cima, appena prima di arrivare al Markt (piazza principale), tante bancarelle piene di fiori. La piazza è davvero enorme, bellissima, dove il duomo, dedicato a San Pietro (St. Petri Dom) troneggia con i due altissimi campanili dal tetto di rame, circondato dalle belle case alte e strette, dalle facciate impreziosite con decori architettonici. E’ una chiesa evangelica, con un interno spoglio e solenne, oltre a una piccola parte museale che visitiamo, sebbene sia di limitato interesse, salvo un antico testo amanuense.

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Di fronte al Duomo sorge il Municipio, un edificio bellissimo, forse il più prezioso della piazza, che risale ai primi anni del 1400. Lo stile è gotico, con successive aggiunte tardo rinascimentali. Davanti al Municipio c’è la curiosa, altissima statua di Rolando, e quasi di fronte quella dedicata ai Musicanti di Brema, dalla fiaba dei fratelli Grimm.

 

IMG_9550.JPGRacconta la fiaba che un giorno quattro vecchi animali, un asino, un cane, un gatto e un gallo, consapevoli di rischiare di essere uccisi perché ormai troppo vecchi per avere ancora utilità, decisero di scappare dalla fattoria dove vivevano e si rifugiarono in un vecchio edificio. Questo era già occupato da un gruppo di feroci malfattori. Gli animali, per osservare meglio, si disposero uno sopra l’altro (così come sono raffigurati nella statua) e in questo modo vennero visti dai briganti, che credettero di essere davanti a un mostro altissimo con quattro paia di occhi. Così i malfattori fuggirono e i quattro “musicanti” vissero sicuri e tranquilli nel nuovo rifugio.

Ci avviamo nella Böttcherstrasse, originale strada voluta nel 1931 da Ludwig Roselius, noto al mondo per essere l’inventore del caffè Hag. La strada si annuncia con una vistosa insegna dorata che raffigura l’arcangelo Michele mentre lotta con il drago, ma rimanda un po’ a esasperazioni di regime. La strada però è davvero carina, con le case dai mattoni a vista e decorazioni geometriche.

IMG_9537Quasi senza accorgercene raggiungiamo la piazza del Glockenspiel, il carillon, che proprio dopo pochi minuti comincerà la sua esibizione: sul muro si apre una finestrella e numerose figure si susseguono, con un omaggio a scienziati e navigatori non solo tedeschi. La bellezza di questa architettura è un po’ ingabbiata in un rigore ben diverso dalle linee morbide della cultura mediterranea, ma non lascia indifferenti ed è variegato e simpatico.

Poco oltre la Böttcherstrasse c’è il fiume Weser: lo raggiungiamo all’altezza della chiesa di San Martino. Ci perdiamo poi un po’ in giro per tornare verso lo stupendo Markt, che ammiriamo volentieri ancora un po’, e ci dirigiamo verso un’altra zona famosa e caratteristica, lo Schnoor. Si tratta del vecchio quartiere marittimo, poi diventato a luci rosse, e oggi ancora trasformato in una pittoresca stradina dove si susseguono ordinatamente piccole, vecchie case dai tetti spioventi e dalle facciate colorate. Non mancano negozi di tutti i tipi, locali e gallerie d’arte. La parola “schnoor” significa “fila” nel dialetto locale, e indica proprio la regolare processione delle case che lo compongono. E sono davvero una diversa dall’altra, per colori, decorazioni, addobbi floreali, tutte perfettamente curate.

La sosta finale è da Hachez, famosissimo cioccolatiere dove facciamo scorta di cioccolato puro, squisito, e praline dai gusti assortiti da portare con noi in Italia e assaggiare in famiglia.
Un’ultima occhiata al meraviglioso Markt e ai bellissimi palazzi che vi si affacciano, e d è ora di tornare a prendere il treno che ci riporterà ad Amburgo. Riprendiamo lo stesso sentiero della mattina, ma con maggior piacere: stamattina pioveva, ora c’è un bel sole che colora il mondo.

 
Alla sera ceniamo da Kartoffen Keller e ci scaldiamo con una bella zuppa di patate servita in un’originale zuppiera-scaldavivande. La buonanotte ci viene data dalla città illuminata, a partire dallo scenografico Rathaus.

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15 giugno – Stamattina è domenica, l’unico giorno in cui il Fischmarkt è aperto al pubblico. Andiamo rapidamente a visitarlo, scendendo con la metro alla fermata di Reeperbahn (la fermata del quartiere a luci rosse, dove andremo domani). La parte esterna è un variegato, ma tutto sommato consueto, mercato del pesce. La parte all’interno della struttura è uno spettacolo, anzi, molti spettacoli: un mare di persone sedute a tavoli di lunghezza interminabile, che ascolta musica, beve birra, mangia salsicce, incurante del fatto che sono solo le 10 del mattino. Non ci vuole molto a capire che questo ambiente è coinvolgente per i nottambuli, che vengono qui a fare l’alba, piuttosto che chi arriva, come noi, all’ultimo momento, e si trova un po’ spiazzato davanti a tanta energia a cui ancora non è ben pronto. Comunque la struttura è bellissima, possente e in sintonia con l’architettura di Amburgo, in mattoni e ferro.


Lasciamo il Mercato del pesce perché abbiamo un appuntamento con Annalisa, vecchia (non di età!) amica di famiglia, che gentilmente ci accompagna a visitare il maggiore dei laghi Alster. Sarà che è domenica mattina, ma si respira un’aria tranquilla e rilassata che rivela l’altra anima di Amburgo. Le placide acque del lago lambiscono percorsi pedonali dove si corre, si cammina, si va in bicicletta. Nei locali che si affacciano sull’acqua si sorseggia birra o caffè, senza fretta. Complice di tutto questo è senz’altro il bel tempo e la temperatura gradevole, due variabili che, come già detto, gli amburghesi non si lasciano sfuggire e godono fino in fondo, quando ci sono.

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Salutiamo, grati, Annalisa, e ci dirigiamo alla stazione, perché nel pomeriggio è in programma la visita a Lubecca. La “Regina delle Hanse”, fondata nel XII secolo, ci accoglie con il suo aspetto da libro illustrato, attraverso la splendida Holstentor, la costruzione in mattoni rossi con i due tetti conici perfettamente a punta.

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Lubecca è un’isola circondata dal fiume Trave, nel quale si rispecchiano antichi edifici e magazzini (Salzspeicher, per immagazzinare il sale necessario alla conservazione delle aringhe e pagato con le pellicce scandinave), testimonianze di una storia commerciale potente, sia le vecchie case caratteristiche, dalle facciate colorate e dai tetti a punta. Anche Lubecca è stata quasi completamente distrutta dai bombardamenti durante la seconda Guerra Mondiale, ma ancora una volta bisogna riconoscere al popolo tedesco la capacità di ricostruire nel pieno rispetto della storia e della tradizione. Affrontiamo la città da una zona pedonale, e il primo incontro è con il Museo delle Marionette, ben riconoscibile dalle decorazioni esterne e sulle finestre. Per avere un punto di vista panoramico ci arrampichiamo (con l’ascensore) sul campanile della Petrikirche, dalla quale ammiriamo il panorama dei dintorni, i tetti aguzzi nelle strade sottostanti, la splendida piazza, la Hostentor, e naturalmente il fiume.

L’interno della chiesa stessa è molto interessante: quasi a monito della pesante distruzione subita, è rimasta vuota, immacolata, e ospita solo una grande scultura che ricorda una scala, appesa al soffitto. Ma Lubecca è una grande città, ricca di punti di interesse, strade eleganti dove si affacciano palazzi austeri e patrizi, e chiese solenni. Ci perdiamo nelle sue strade e nei suoi viali fino a raggiungere la cattedrale, il Dom, che sorge in mezzo al verde, in un angolo raccolto e tranquillo lontano da traffico e rumore.

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La chiesa è impreziosita all’interno da un’elaborata scultura linea che rappresenta il Crocifisso inserito in un contesto elaborato dove compare anche un orologio. Siamo fortunati a essere qui nel mese delle rose, perché i cortili sono meravigliosamente fioriti e colorati.

 

Il nostro percorso arriva finalmente al Markt dove sorge il Rathaus, una complessa costruzione gotica schiarita da un bello scalone di marmo bianco, rinascimentale.

IMG_9699.JPGQui c’è la pasticceria Niederegger, un posto incantevole dove acquistiamo, e assaggiamo, il marzapane di Lubecca, la specialità del posto. Lubecca ha dato i natali a molti personaggi noti, che hanno lasciato un segno nella storia, e che qui hanno ancora la loro casa: Willy Brandt, la cui abitazione è diventata un museo, lo scrittore Premio Nobel Gunther Grass, la casa di famiglia di Thomas Mann (Buddenbrookhouse).

 

IMG_9749.JPGNel lungo ritorno verso la stazione abbiamo modo di incontrare la Katharinenkirche, purtroppo inaccessibile (contiene un quadro del Tintoretto), e la Marienkirche, che, come leggiamo, è la terza chiesa più grande della Germania. A fianco della chiesa c’è la statua di un simpatico diavoletto seduto su una enorme trave. Dice la leggenda che, quando si iniziarono i lavori per la costruzione della chiesa, il diavolo credeva fosse un’osteria, ed era contento, perché già molte anime erano arrivate a lui attraverso la frequentazione di simili posti. Così il diavolo si unì alla folla e aiutò nella costruzione, senza badare alle fattezze che l’edificio andava acquisendo. Un bel giorno, però, il diavolo si rese conto di cosa davvero stava sorgendo e, incollerito, prese una pesante trave per lanciarla contro le pareti già costruite. Stava per sferrare il colpo quando un bel giovane gli gridò: “Fermati, Diavolo! Lascia quello che è già costruito! Per te, costruiremo un’osteria nelle vicinanze”. Il diavolo fu molto soddisfatto, e posò la trave di fianco alla chiesa, dov’è tutt’ora, e sulla quale si è poi seduto, come testimonia la statua che lo raffigura. Di fronte, c’è veramente un’osteria, anzi, un wine bar, quella del Comune di Lubecca.
Rientriamo ad Amburgo. La giornata è stata intensa, siamo un po’ stanchi, è la sera giusta per provare la Brasserie dell’albergo. La cucina tedesca non riserva sorprese, ma qui si mangia bene. Io scelgo un piatto di riso e verdure ben cucinato, e per una volta preferiamo il vino alla birra.
16 giugno – Oggi, finalmente, ci dedichiamo alla visita approfondita (faremo del nostro meglio) ad Amburgo. Incominciamo con il monumento più toccante, la chiesa di Sankt Nikolai. Il santo è protettore di marinai e viandanti, e una prima cappella a lui dedicata venne eretta nel XII secolo. Successivamente la costruzione è stata ingrandita in tutte le direzioni, tanto da diventare la struttura più alta al mondo alla fine del 1800, quando un enorme incendio la danneggiò gravemente. Venne ricostruita e tale rimase fino alla II Guerra Mondiale. Nel 1943 la Luftwaffe bombardò a tappeto la città inglese di Coventry, con un’operazione unica, fino a quel momento, tanto da dare il nome alla tecnica usata. Qualche tempo dopo, nei primi giorni di luglio 1943, per nove giorni consecutivi, la Royal Air Force rispose con l’operazione Gomorrah, una serie di bombardamenti altrettanto devastanti, che distrussero quasi tutto il centro cittadino, fecero migliaia di vittime e un numero ancora più alto di senzatetto.

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IMG_9768.JPGOggi la chiesa di Sankt Nikolai vuole essere un ricordo di quella devastazione e un monito per le generazioni future: l’interno è rimasto tale, si è solo provveduto alla sicurezza. Un ascensore porta in cima al campanile, completamente transennato, dove si gode un bel panorama della città, ma si vedono anche le foto a testimonianza della devastazione subita da Amburgo. A fianco alla chiesa, un museo memoriale che ribadisce la tragicità dei momenti e puntualizza le responsabilità trasversale da parte di tutte le nazioni belligeranti.
Ci avviamo ora verso la zona del porto per pranzare con birra, wurstel e patatine fritte, facciamo un veloce shopping all’Hard Rock Café e proseguiamo verso St. Pauli, famoso per essere il quartiere a luci rosse, in realtà una strada sporca e squallida con ben poca attrattiva. Niente a che vedere con l’omonimo quartiere di Amsterdam e le sue vetrine, o con Pigalle a Parigi. Qui, in una strada trafficata e rumorosa, si affacciano vetrine tristi di ogni genere, e ogni tanto un locale a luci rosse tenta di farsi notare. Proprio qui però troviamo la Beatle-Platz, una piccolissima piazza a forma di disco microsolco dove sono ritagliate le sagome in acciaio dei Fab Four. Per un attimo sogniamo di essere John, Paul, George o Ringo, che proprio ad Amburgo hanno tenuto i primi concerti e hanno cominciato a farsi notare, prima di incidere la loro traccia nella storia.


Amburgo è una grande città, e perdercisi passeggiando in giro porta via tutta la giornata. Alla sera torniamo sul Binnenalster, ceniamo in un piccolo locale, Grill & Green: il cibo non è granchè, ma la birra è ancora una volta squisita.

17 giugno – Ultime ore in Germania. Annalisa ci aveva parlato di un parco molto vicino al nostro albergo, Planten un Blomen, e ci sembra una meta perfetta per godere della giornata tiepida e soleggiata. Il parco è splendido: curato dall’Università, ha percorsi a tema legati a diverse varietà botaniche, incluse quelle tropicali, con fioriture rigogliose, verde ricchissimo, percorsi acquatici, silenzio e tranquillità.

Il percorso nel parco ci porta a vedere altre zone di Amburgo, ma vogliamo tornare a salutare il Rathaus. E’ aperto, e lo visitiamo internamente, per quanto possibile. Il salone di ingresso è elegante, diviso in più navate da colonne con una decorazione che ricorda il gotico flamboyant, arredi in legno, lampade preziose e specchi luminosi. Ospita una mostra fotografica di interesse locale, ed è invaso da un gruppo di simpatici ragazzini che stanno facendo una ricerca. Lo attraversiamo e ci troviamo nella piazza con la fontana della peste, e da lì entriamo, di fronte, negli spazi della Camera di Commercio di Amburgo. Questo è un edificio davvero bello, luminosissimo, con un’enorme vano centrale aperto fino al tetto, intorno al quale corrono due piani di ballatoi ben decorati con colori delicati. Nel pianterreno resistono gli scranni in legno intestati ad aziende e persone, oggi forse scomparse, e in un angolo sono rappresentati i sigilli dei land tedeschi. Nel contempo, attrezzature ad alta tecnologia rendono attuale questa istituzione.


Sulla strada del ritorno c’è ancora il tempo per una visita alla chiesa si St. Jacobi, un’ulteriore testimonianza della ricostruzione di Amburgo, in quanto anche qui convivono antichi decori che hanno resistito alla distruzione con interventi moderni.
All’ora di pranzo io convinco tutti a scegliere il ristorante Friesenkeller, che si affaccia su un canale del Binnenalster, e infatti mangiamo sull’acqua: finalmente assaggio l’aringa!
Sono gli ultimi passi ad Amburgo prima del viaggio di ritorno. E’ una città molto grande, della quale abbiamo visto solo una piccola parte, trascurando sicuramente aspetti importanti come le spiagge romantiche o quartieri particolari. La sensazione è di aver conosciuto una città dove gli abitanti hanno trovato un equilibrio quasi perfetto tra impegno e piacere, dove la stessa allegra energia è distribuita in tutte le attività, nel rispetto reciproco, nel piacevole ordine rigoroso, in una certa serenità dell’aria.

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(14 – 17 giugno 2014)

Primavera romana

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Roma è una delle città più belle e più ricche di storia del mondo, ogni opportunità di visitarla è un regalo meraviglioso. Accettiamo con entusiasmo l’invito di Danila e Paolo per passarvi insieme una settimana.

Giovedì 3 maggio 2012  – Con l’auto dei nostri amici partiamo da Bergamo e, attraverso Lombardia, Emilia Romagna, Toscana e Lazio, arriviamo alla Capitale. Ci aspetta la loro accogliente casa in Trastevere, affacciata sulla chiesa di San Pasquale Baylon, e data la giornata bellissima, ci concediamo subito una bella passeggiata per il quartiere, alla ricerca degli angoli ripresi da Woody Allen nel film To Roma with love.IMG_4016 Il cielo azzurro, l’architettura avvolgente, i sampietrini, una chiesa e un palazzo nobiliare all’improvviso: questa è Roma. Attraversiamo un Tevere sonnacchioso e ci sediamo in Campo dei Fiori, per un aperitivo di benvenuto. Le rondini ci accompagnano con le loro grida. Dopo esserci goduti la sosta e le prime luci del tramonto, ci avviamo attraverso il Passetto del Biscione, in Campo Marzio, dove una volta sorgeva il Teatro di Pompeo, primo teatro in muratura di Roma. Siamo dietro corso Vittorio Emanuele, tanto che scorgiamo la cupola di S. Andrea della Valle. La passeggiata che ci riporta verso casa è una continua scoperta di angoli curiosi, targhe famigliari, fontane, case nobiliari, case popolari: ripassiamo il Tevere a destra dell’Isola Tiberina, mentre da lontano scorgiamo il campanile romanico di S. Maria in Cosmedin.

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3 maggio – Abbiamo l’auto, quindi questa vacanza sarà dedicata anche a diverse escursioni fuori porta. Oggi facciamo la prima, e prima di lasciare la città, ci fermiamo a Ponte Milvio, dove è nata la tradizione dei lucchetti, ma giustamente famosa per la leggendaria battaglia tra Costantino e Massenzio, durante la quale Costantino si convertì al cattolicesimo. Lucchetti ce ne sono moltissimi, ma siamo rapiti dalla bellezza e dai riflessi sul fiume, che scorre placido sotto di noi. La primavera romana è dolcissima.

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La prima tappa fuori Roma è nel Parco di Veio, un’area vastissima abitata fin dall’età preistorica e dove venne fondata la città etrusca di Veio, la più meridionale dell’Etruria. Per alcuni secoli prima di  Cristo Veio subì l’invasione dei Romani, fino a esserne distrutta e sottomessa, e solo Augusto nel 27 d.c. la elevò al rango di Municipio per contrastarne la decadenza. Con la costruzione delle vie consolari, Veio risultò essere vicino alla Cassia, e questo aiutò il ripopolamento della zona. Nel medioevo le campagne si spopolarono e furono amministrate direttamente dalla Chiesa, finché dopo l’anno 1000 incominciarono a sorgere i primi insediamenti che avrebbero dato vita ai Comuni , e nella zona si scatenarono i contrasti tra le famiglie Orsini e Colonna. Ma Veio e i suoi dintorni godettero anche di una valorizzazione spirituale, in quanto nelle vicinanze passava la via Francigena (Canterbury – Roma), percorsa dai pellegrini che si recavano a Roma per ottenere l’indulgenza plenaria. Nei secoli successivi l’area alternò periodi di produzione agricola con altri di abbandono, anche a causa di epidemie, e solo all’inizio del XX secolo l’area venne bonificata e, negli anni 1950, vennero espropriati i grandi territori e divisi tra i contadini. Oggi la zona è un parco protetto che preserva le sue antichissime vestigia storiche, immerso in una campagna meravigliosa e fiorita del rosso dei papaveri e del giallo dei fiori di tarassaco.

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La tappa successiva è Isola Farnese, un paese sulla via Francigena che sorge su una rupe tufacea e che prende il nome di isola per la posizione protetta all’interno delle valli. E’ un paese medievale ben conservato, piacevole e accogliente, con un castello dominante sui boschi intorno.

IMG_4144Ci spostiamo a Sutri, antichissima città  alle falde dei Monti Sabatini, anch’essa testimone delle vicende etrusche e romane. Posizionata sulla via Cassia, porzione della Francigena, ha visto un periodo di gloria fino al medioevo, per poi subire un graduale decadimento a causa dello spostamento degli interessi verso la Cassia Cimina, a opera dei Farnese. Oggi è una bellissima cittadina che mantiene la sua impostazione medievale, con strade strette sulle quali si affacciano vecchie case in pietra, botteghe, piccole logge e balconi fioriti. Entriamo in città dalla Porta Franceta, ci arrampichiamo sul colle fino alla piazza e alla Cattedrale di Santa Maria Assunta, un po’ fredda secondo me, e scendiamo all’Antico Lavatoio, affacciato sulla vallata.IMG_4119

 

Pranziamo con un succulento panino acquistato in un negozio di alimentari, e preparato con grande cura e attenzione. Ci sediamo nel parco ai piedi della città, dove sorge la Necropoli monumentale, l’Anfiteatro e il Mitreo, che visitiamo dall’esterno con una lunga passeggiata perimetrale.IMG_4129

La tappa successiva è Viterbo, nota anche come la città dei Papi, in quanto nel XIII divenne sede pontificia per circa 25 anni . E’ una città con un ampio centro storico medievale ben conservato, chiuso da mura, dove gli imponenti palazzi rivelano un passato importante e sono ornati dagli stemmi papali o dal leone, simbolo della città.IMG_4150

Raggiungiamo il Palazzo dei Priori in piazza del Plebiscito, dove una disponibile guida ce lo illustra, ma soprattutto ci racconta la tradizione legata al culto di Santa Rosa. Ogni anno la città lancia un bando di concorso per progettare e realizzare la Macchina di Santa Rosa, una costruzione alta circa trenta metri, riccamente addobbata, che il 3 settembre di ogni anno viene portata a braccia per le vie della città, in onore della santa. Rimaniamo piuttosto stupiti che una festa qui così importante e impegnativa non sia affatto conosciuta nell’Italia settentrionale. Ma l’interno del palazzo è veramente interessante, affrescato in modo elegante con figure che raccontano la storia della città e della regione, mentre dal giardino si gode una bella vista sulla collina intorno. Poco distante scopriamo l’elegante portale gotico di Santa Maria della Salute, purtroppo chiusa .IMG_4164

Ci avviamo verso la zona più elevata della città, dove ha sede il palazzo dei Papi, attraverso strade acciottolate definite da edifici in pietra: sul percorso incontriamo la piazza sede del presidio Slow Food di Viterbo, dove si affaccia la chiesa del Gesù, e arricchita da una bella fontana in pietra. Tra balconi fioriti e altissime torri di avvistamento raggiungiamo la Cattedrale di San Lorenzo, chiesa di impianto romanico, poi rimaneggiata, e imponente campanile gotico. Ne visitiamo l’interno, ampio e arioso, notevole per diverse opere e in particolare il fonte battesimale in marmo di Carrara. A fianco, finalmente, troviamo il Palazzo dei Papi, dove si riconosce il leone simbolo della città. Tutta la piazza, che si trova nella parte più elevata e sembra quasi sospesa, risulta particolarmente armoniosa ed elegante, nonostante la struttura delle costruzioni intorno sia piuttosto squadrata e poco dinamica. Forse si deve questa impressione anche al verde abbondante e vicino e al cielo limpidissimo che ci sovrasta.IMG_4183

La nostra gita prosegue verso Tuscania, cittadina di origine etrusca che sorge su promontori di roccia tufacea, come molti altri borghi della zona. Entriamo in città attraverso le mura e incontriamo subito la Fontana delle Sette Cannelle, antichissima: risale all’epoca etrusco – romana. Ci arrampichiamo attraverso vicoli, scale e archi, all’interno di un borgo antico tranquillo e soleggiato, con case basse in pietra e mattoni e una vegetazione che ricorda la relativa vicinanza del mare. Incontriamo la chiesa di San Marco, con un bellissimo portale romanico,  dove il suggestivo interno, a una navata, è raccolto e semplice, solo le tracce di qualche antico affresco. Affacciata su una bella piazzetta c’è Santa Maria della Rosa, che risale al XIII secolo, il cui interno rivela gli interventi diversi fatti nel corso dei secoli. Incontriamo ancora la chiesa di San Silvestro, databile 1271, solenne nella sua semplicità, e finalmente raggiungiamo l’Acropoli del colle di San Pietro. Godiamo qui di un panorama meraviglioso che spazia nella campagna intorno e arriva fino al mare. IMG_4202L’ultima tappa della nostra giornata è Tarquinia, città anch’essa racchiusa all’interno di alte mura di fortificazione, che si rivela subito elegante e sontuosa. Ci concediamo un rapido giro superficiale, perché ormai la giornata volge al termine, sebbene una visita all’ora del tramonto, con la colonna sonora delle rondini che volano senza sosta, crei un ricordo molto suggestivo. Il cielo infuocato traccia i contorni delle isole dell’arcipelago toscano, che sembrano vicinissime.

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4 maggio – La mattina è dedicata alla visita di Palazzo Valentini, sede della Provincia di Roma, ma soprattutto (almeno per noi) scrigno prezioso di mosaici e antichissimi reperti d’epoca romana che visitiamo con un percorso guidato … dalla voce di Piero Angela.IMG_4308
Lo raggiungiamo passando attraverso il Ghetto dove, pare, è tempo di carciofi … e dando uno sguardo al Campidoglio. Continuiamo la mattinata con la visita del Palazzo Doria Panphilj, in via del Corso, forse il più grande palazzo storico ancora di proprietà e gestito dalla famiglia che gli dà il nome. Ci viene proposta gratuitamente l’audioguida, e c’è una sorpresa: la storia del Palazzo è raccontata direttamente da Jonathan Doria Panphilj, uno dei più giovani rappresentanti della casata, che ci conduce attraverso le meravigliose e ricche stanze raccontandone notizie storiche legate con episodi famigliari, il tutto con una passione e un’attenzione che solo un padrone di casa può avere. La collezione è ricchissima e di enorme prestigio, ci sono opere di Caravaggio, Raffaello e Tiziano, il ritratto del papa Innocenzo X eseguito da Velazquez e il busto in marmo realizzato da Gian Lorenzo Bernini.palazzo dp galleria

 

Nel pomeriggio raggiungiamo il Macro, che ci accoglie con una imponente e divertente installazione fatta di palloncini colorati. All’interno, le sale propongono filmati e opere contemporanee sicuramente curiose e interessanti, ma la stessa struttura è molto godibile, e la visitiamo fino all’ampio terrazzo.

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Sulla strada del ritorno incontriamo la chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane, capolavoro barocco del Borromini, e ancora una volta Roma si lascia guardare alla luce del tramonto, strategicamente illuminata per meglio apprezzarne la bellezza: la luna è un disco enorme che si riflette nel Tevere.

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5 maggio – Oggi il tempo non è dei migliori, ma nulla ci ferma! Dedichiamo la mattinata alla visita di due chiese moderne, dotate di un impianto architettonico rilevante. La prima tappa è per la Chiesa Meier , o meglio la chiesa dedicata a Dio Padre Misericordioso del quartiere Tor Tre Teste. Il nome viene dal suo progettista, l’architetto americano Richard Meier, che vinse il concorso indetto dal Vicariato di Roma per  il progetto di una chiesa nuova in vista del Giubileo 2000. La chiesa ha una struttura ariosa, con larghe ali bianche all’esterno e caldo legno all’interno.IMG_4364

Ci spostiamo poi alla Chiesa del Sacro Volto di Gesù in via della Magliana. Questa architettura, pensata da Piero Sartogo e Nathalie Grenon,  è forse ancora più sorprendete rispetto alla Chiesa Meyer: l’ampio sagrato va a chiudersi in forma di V davanti alla grande croce esterna di Eliseo Mattiacci; la cancellata esterna ha una linea sinuosa e leggerissima, la grande vetrata ricorda la protettiva tela del ragno, e la cupola rimanda a quelle delle moschee . Alla decorazione della chiesa hanno contribuito famosi artisti contemporanei, tra gli altri Mimmo Paladino e Carla Accardi.IMG_4375

Piove, continuiamo il pomeriggio con una visita alla mostra “Avanguardie russe” allestita all’interno dell’Ara Pacis, e sulla strada del ritorno non resistiamo, decidiamo di rendere omaggio a Caravaggio. Cominciamo con la Madonna di Loreto nella Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio, continuiamo con la visita di San Luigi dei Francesi e le strepitose opere dedicate alla storia di  San Matteo.

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6 maggio – La giornata è dedicata alla scoperta dell’Aventino. Il percorso ci conduce fino al Tempio di Vesta, davanti a Santa Maria in Cosmedin, ma subito incominciamo a salire così da ammirare Roma dall’alto. Sotto di noi corrono le imponenti Terme di Caracalla, con una prospettiva ben diversa da quella consueta. Sul nostro percorso incontriamo un roseto fiorito, che colora un po’ la giornata purtroppo molto grigia, e dal quale si gode una bella panoramica della città. Visitiamo la chiesa di Santa Prisca e il suo interno affrescato: la chiesa risale al IV o V secolo, e di originale sono rimaste solo le colonne, peraltro inglobate nei pilastri. I ricchi affreschi sono del XVI secolo e tutt’ora molto ben conservati. Davvero notevole il soffitto ligneo a cassettoni. Entriamo ora in una delle basiliche minori di Roma, dedicata a Santa Sabina. Risale al V secolo e, sebbene molto restaurata, mantiene una forte solennità. Ora è la volta della meravigliosa basilica dedicata ai Santi Bonifacio e Alessio, anch’essa annoverata tra le basiliche minori. Costruita tra il III e il IV secolo. È stata molto rimaneggiata: il campanile è romanico, il portico è medievale, la facciata cinquecentesca.  Lì vicino c’è la piazza dei Cavalieri di Malta e non resistiamo a guardare il Cupolone, come si vede attraverso il buco della serratura di un portoncino. Mentre scendiamo ci accontentiamo di ammirare dall’esterno la chiesa di San Saba, perché purtroppo è chiusa, e continuiamo la nostra passeggiata in compagnia delle possenti Terme di Caracalla e del panorama della città, mentre sotto di noi il Tevere scorre placido.IMG_4452

7 maggio – Vogliamo visitare la sede dell’Università La Sapienza e i suoi dintorni: attraversiamo piazza Navona e per caso prendiamo la via degli Staderari, dove c’è una curiosa fontana, con ai lati del libri. Ecco cosa dice una ricerca su di essa:

La Fontana dei Libri si trova in via degli Staderari, nome che ricorda gli antichi fabbricanti di stadere e bilance, un tempo esistenti in questa zona. C’è da precisare che questa via, in precedenza, si chiamava “via del’Università”, in riferimento alla vicina Università della Sapienza, mentre l’antica via degli Staderari era parallela a questa e fu soppressa allorché fu allargato Palazzo Madama. La fontana è situata entro una nicchia coronata da un arco a tutto sesto e presenta una testa di cervo (simbolo rionale di S. Eustachio) tra quattro libri antichi, due su ciascun lato, e collocati su due mensole laterali, naturalmente in ricordo dell’Università della Sapienza. L’acqua sgorga da due cannelle a forma di segnalibri poste sui tomi superiori e da altre due, poste lateralmente sui tomi inferiori, e si raccoglie nella sottostante vasca semicircolare. Questa composizione, in travertino, fu eseguita nel 1927 su progetto dell’architetto Pietro Lombardi e fa parte di quelle fontane commissionate dal Comune di Roma che volle ripristinare in vari punti della città alcuni simboli di antichi rioni o di mestieri scomparsi. Le altre fontane, tutte opere dello stesso architetto, sono: la Fontana delle Anfore, la Fontana delle Arti, la Fontana delle Tiare, la Fontana della Pigna, la Fontana delle Palle di Cannone, la Fontana dei Monti, la Fontana della Botte e la Fontana del Timone. Una piccola curiosità: al centro della fontana, tra le corna del cervo, risulta inciso in verticale il nome del rione e in orizzontale il relativo riferimento numerico, ma evidentemente c’è stato un errore perché S. Eustachio corrisponde al Rione VIII e non IV come chiaramente inciso.IMG_4478

La passeggiata tra i palazzi bellissimi di Roma ci porta fino alla chiesa di S. Ivo alla Sapienza, capolavoro di Francesco Borromini,  resa caratteristica dalla sua cupola a spirale. La realizzazione di questa chiesa è stata una vera sfida per il Borromini, che ha dovuto situarla tra gli edifici preesistenti dell’Università e il cortile già costruito. L’architetto ha realizzato un progetto che rimane un punto di riferimento per il barocco e per le geniali idee architettoniche: niente è casuale, tutto parla di un’ascesa a Dio, la spirale della cupola è un riferimento all’infinito, La chiesa non è visitabile, ci accontentiamo di passeggiare nel cortile dove è esposta la mostra “L’Italia dei libri”, dedicata ai testi fondamentali della nostra letteratura. Non vedo nemmeno una donna.

Continuiamo per un passaggio a Piazza Navona, del resto certe tappe a Roma sono irresistibili, e continuiamo sul Campidoglio, dove cerchiamo gli angoli più panoramici. Facciamo una piccola sosta all’interno della chiesa dell’Ara Cieli, ma poi torniamo all’esterno. E’ una stupenda giornata di sole e Roma, con il cielo azzurro, gli alberi ricchi di foglie e la sua memoria storica, ci regala uno spettacolo che ogni volta stupisce.

IMG_45198 maggio – Siamo quasi alla fine della vacanza ma, dulcis in fundo, oggi visitiamo Tivoli e le famose ville che sorgono nella zona. Un allegro campo di papaveri  ci accoglie all’ingresso di Villa Adriana : la casa che Adriano volle come dimora imperiale fuori Roma fu iniziata nel 117 d.C., ed è la più grande e rappresentativa villa romana rimasta. Il percorso, lunghissimo, si snoda attraverso quello che rimane dei possenti edifici, tutti abbastanza conservati per permettere di immaginare come poteva presentarsi in origine la costruzione, dove erano previsti spazi per tutti e per tutto, e dove alcune decorazioni, in particolare i mosaici, sono ancora bellissimi. Spazi d’acqua, colonne corinzie, archi e ulivi secolari ci accompagnano per tutto il percorso, fino al bellissimo ninfeo , ancora elegantissimo. Nell’antiquarium del Canopo, la mostra dedicata alla figura di Antinoo, “il fascino della bellezza”, ci avvicina agli ideali del tempo. Su tutto aleggia lo spirito dell’imperatore Adriano, come lo ha descritto Margerite Yourcenar nelle Memorie, un uomo illuminato e di grande purezza interiore. La scrittrice ha trascorso qui, in uno spazio definito, il tempo necessario alle sue ricerche, e ha lasciato la sua impronta e i suoi ricordi. Danila e io suggelliamo il viaggio con una fotografia che ci ritrae insieme sotto l’ulivo preferito dalla scrittrice.

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Pranziamo nel piccolo ristorante appena fuori, Villa Esedra, ed è piacevole mangiare una discreta pizza all’aperto, sotto il verde degli alberi. Nel pomeriggio ci attende Villa d’Este, spettacolare per i suoi giochi d’acqua incredibili! L’interno della villa è sicuramente interessante, ma la parte più suggestiva è all’esterno, dove il giardino all’italiana si dipana su diverse terrazze verso il basso, e dove le fontane si moltiplicano in acrobazie acquatiche vorticose. La villa è considerata dall’Unesco come Patrimonio dell’umanità, è stata costruita nel 1600 e vanta interventi addirittura da parte di Gian Lorenzo Bernini. Dopo alterne vicende e periodi di decadenza, oggi è stata quasi completamente riportata allo splendore originale, con il maggior valore degli interventi moderni. Non meno accattivante è il panorama sulla vallata circostante.

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Chiudiamo la giornata, un po’ in ritardo, con una visita davvero troppo veloce a Villa Gregoriana: è tardi e non ci è possibile fare tutto il percorso per guardare le cascate naturali, alcune imponenti, che si trovano nel parco di questa villa, e che testimoniano l’abbondanza d’acqua della zona. Ma se pur breve, è un buon modo per chiudere la giornata, e anche la nostra vacanza.

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(3 maggio – 8 maggio 2012)

Zaragozza

Con pochi euro e un breve volo si può raggiungere Saragozza. E noi andiamo, olè.

19 aprile 2012 –

Ci incontriamo all’aereoporto di Orio al Serio, siamo in dieci, con noi:

il tour leader Gianni

la first lady Tiziana

la dolce Assunta

il dinamico Luigi

il sensibile Giovanni

la pragmatica Giovanna

la solare Mirella

il deciso  Paolo

L’aereo parte puntualissimo e dopo meno di due ore atterriamo in Spagna, a Saragozza, città capoluogo dell’Aragona. Il piccolo aeroporto sorge accanto a un’importante base militare dell’aviazione spagnola, in una zona dall’aspetto un po’ desolato e arido, e il panorama non cambia nel percorso in autobus verso la città, se non per le numerose pale eoliche che svettano in lontananza. In realtà l’Aragona è una regione abbastanza fertile e ricca di industrie, ma per quanto ci riguarda non ne vediamo traccia. L’autobus ci lascia in un viale centrale, vicino alla Puerta del Carmen, e con una breve passeggiata raggiungiamo l’hotel Avenida, essenziale ma confortevole. Ci riposiamo pochi minuti nel salotto dell’albergo e poi via! alla scoperta di Saragozza.

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Di fronte all’hotel c’è il Mercado Central, un’ampia costruzione dedicata che ricorda un po’ la Boqueria di Barcellona, dove la merce è esposta in bell’ordine come nei mercati magrebini. E’ sempre interessante la visita al mercato per cogliere le abitudini alimentari del posto e dare un’occhiata ai prodotti tipici, anche se ormai la globalizzazione rende tutto il mondo un po’ uguale a se stesso … Usciamo dal mercato, siamo diretti verso il fiume Ebro, l’arteria che separa la città storica dalla periferia moderna, e incontriamo le monumentali Murallas Romanas, le vestigia che hanno protetto la città per 2000 anni attraverso le epoche romana, visigota, musulmana e cristiana.

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Oltre le mura romane ci aspetta la facciata della chiesa di San Juan de los Panetes, ma soprattutto il Torreon de la Zuda, di origine musulmana. Oggi ospita l’ufficio del turismo, e le sue eleganti proporzioni risalgono al XVI secolo, ma in origine faceva parte dell’alcazar di Saragozza.saragozza3

Nonostante le indicazioni ci dicano che dal tetto si gode un bel panorama della città, decidiamo di non visitarlo, e proseguiamo la nostra passeggiata fino all’Ebro.Il fiume è ampio e suggestivo, ma il suo aspetto fangoso rivela subito che non è navigabile: niente gita in barca!

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Ritorniamo sulla maestosa piazza di Nostra Signora del Pilar, dove si affaccia l’omonima basilica, meta di pellegrinaggio. E’ con questo nome che in Spagna viene venerata la madre di Gesù, ed è la patrona della Spagna. Cominciamo la nostra visita nella Basilica: dice la leggenda che la costruzione della chiesa è stata chiesta all’apostolo Giacomo dalla Madonna stessa, e infatti all’interno della basilica c’è il “pilar”, ovvero la colonna dove la Madonna avrebbe posato i suoi piedi. Il santuario è il più antico di Spagna e, forse, di tutta la cristianità. saragozza5Oggi ha proporzioni gigantesche, l’interno è in stile barocco suddiviso in numerose cappelle. I quadri e gli affreschi sono tutti di qualità, in particolare rivolgiamo la nostra attenzione agli affreschi di Francisco Goya nella volta del Coreto e nella cupola Regina Martyrum (per fortuna, data la poca luce, ce n’è una piccola copia appoggiata a una parete della chiesa, così da ammirarla comodamente). Il monumento più impressionante è senz’altro la pala dell’altare maggiore,capolavoro in alabastro che rappresenta diversi momenti della vita della Madonna, realizzato  in  modo così fine da ricordare il pizzo. Molto bello anche il coro rinascimentale con la cappella che ospita l’immagine della Vergine del Pilar.

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Sulla piazza si affaccia anche la Lonja dei Mercaderes, o Borsa dei Mercanti, costruita con questa funzione nel 1500, oggi sede di mostre. La facciata è severa, molto bella, caratterizzata da una gronda vistosa e da una galleria di archi, e realizzata nello stile che troveremo ripetuto in città, ovvero con mattoncini marroni a vista. L’interno è un esempio di stile rinascimentale aragonese, con imponenti colonne e bellissime volte stellate, mentre ai lati due leoni sostengono lo stemma dell’imperatore Carlo V. Siamo molto fortunati, perché possiamo vedere la mostra fotografica di uno dei più grandi autori spagnoli: la mostra è ambientata in varie città della Spagna negli anni 1950-60.saragozza7

Ormai è quasi sera, proseguiamo un po’ la nostra passeggiata per guardare dall’esterno la Seo, Cattedrale di Saragozza, ritorniamo sul fiume fino al Ponte di Pietra. Infine ci lasciamo rapire dalla suggestiva immagine della Basilica del Pilar al tramonto, e tornando verso l’hotel ammiriamo i tipici palazzi spagnoli, dalle facciate colorate e decorate e con i caratteristici terrazzi in ferro battuto. Per cena scegliamo il ristorante Casa Montañés, dove ci sfamiamo decorosamente.

20 aprile – La prima visita in programma è per la Seo, la Cattedrale. Arriviamo talmente presto che dobbiamo aspettare qualche minuto per l’apertura, ma non importa, ci godiamo il tiepido sole della mattina. La chiesa ha facciata in stile barocco italiano e, intorno, splendidi ornamenti geometrici in ceramica policroma tipici dello stile mudejar aragonese. L’enorme interno è diviso in numerose cappelle, decorate per lo più da artisti spagnoli, sebbene non manchino interventi italiani. I dettagli più interessanti sono rappresentati dall’organo, che conserva tracce della stupenda scatola gotica del 1469, il lucernario a cupola, armoniosa fusione di architettura del rinascimento con elementi mudejar e, ancora una volta, la pala dell’altare maggiore in alabastro, qui policromo, che racconta la storia di San Lorenzo. Ma forse la ricchezza più interessante nascosta all’interno della cattedrale è la bellissima raccolta di arazzi, “Tapices del Capitolo Metropolitano di Saragozza”. Iniziata nel Medioevo, raccoglie oggi ben 63 arazzi provenienti dalle principali manifatture europee, divisi in diverse serie e temi, la maggior parte dei quali è “edizione principe”, cioè il primo arazzo di ogni cartone. Un tempo queste opere d’arte venivano usate durante le manifestazioni religiose, oggi sono protette e vengono esposte ciclicamente, in numero limitato.saragozza8

Ci avviciniamo alla moderna fontana in pietra posizionata dall’altra estremità della piazza del Pilar, e ci avviamo senza indugio alla visita di un altro importante e caratteristico monumento, il Palazzo dell’Aljaferia. Si tratta di una delle più grandi testimonianze di architettura musulmana in Spagna, a simboleggiare lo splendore raggiunto all’epoca del regno di Taifa, e successivamente residenza per i Re Cattolici. Oggi è sede del Parlamento Aragonese. Della struttura originale islamica restano pochi reperti, parte delle mura e la grande torre del Trovador (di ispirazione per il Trovatore di Giuseppe Verdi), ma è molto elegante il patio che ci accoglie, e bellissima la piccola moschea decorata in colori vivaci, con uno scintillante mihrab. Proseguendo la visita attraversiamo un giardino realizzato secondo i canoni orientali, con alberi di agrumi e vasche dove, immagino, una volta scorreva l’acqua. All’interno i decori si trasformano, a testimonianza che il palazzo è stato rimaneggiato secondo stili diversi, con pavimentazioni in piccole piatrelle e soffitti di legno, decorati con sovrabbondanza di ornamenti, colori e dorature, ma comunque bellissimi ed eleganti. E’ spesso ripetuto il simbolo dei Re Cattolici, il giogo e le frecce. Il percorso ci accompagna per uno scalone principesco circondato da splendide finestre, arricchite con le decorazioni dell’arte islamica.

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Ci riposiamo in quello che era l’ampio fossato dell’Aljaferia, oggi un prato verde, e con le indicazioni di Giovanni ci chiudiamo tutti insieme in un cerchio, per fermare l’armonia che è nata tra noi e  unire le nostre energia in un’unica corrente positiva. E’ il momento del viaggio che forse ricorderemo con più intensità.saragozza10

E’ ora di pranzo,  ci sediamo per uno spuntino a base di bocadillos vicino alla Plaza de Toros, intitolata “Coso de la Misericordia”. Come tutte queste arene, è molto bella, perfettamente circolare, con i caratteristici passaggi coperti su diversi piani, ma è ben triste pensare che ancora resista uno spettacolo feroce e cruento come la corrida.

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Costeggiamo il Palazzo Pignatelli, attuale sede del Governo di Aragona, e ritorniamo verso il centro, passando dalla Puerta del Carmen, uno dei simboli della città, eretta nel XVIII secolo, ma diventata baluardo durante la guerra di indipendenza spagnola (1808-1809) quando gli abitanti di Saragozza si difesero contro i francesi.

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La nostra passeggiata prosegue con il naso all’insù, per non perderci i bei palazzi così tipicamente spagnoli, con i terrazzi in ferro battuto e i bovindo in vetro trasparente. E’ piacevole perdersi tra le strette stradine, ma il nostro obiettivo è la cupola di Santa Maria del Pilar,per ammirare la città dall’alto. Oltre che bello, è interessante osservare l’urbanistica della città, i dintorni piuttosto desolati, l’Ebro imponente con i suoi ponti, e le cupole multicolore del santuario.

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Una breve passeggiata dietro l’hotel, in un quartiere dall’apparenza araba, ci porta a scoprire la bella chiesa dedicata a San Pablo, anch’essa in stile mudejar, con un’imponente pala sull’altare maggiore. Molto interessante è la torre campanaria, a pianta ottagonale, che sembra composto da più torri, incassate una nell’altra. A cena ci viziamo, ottima scelta il ristorante Albarracin.

Tornando verso l’hotel quando ormai è buio, la basilica del Pilar illuminata ci appare in tutto il suo abbagliante splendore.saragozza14

21 aprile – La meta stamattina è l’area dell’Expo, la parte nuova di Saragozza costruita per l’evento del 2008. Scopriamo una piacevolissima passeggiata pedonale lungo il fiume, percorrendola incontriamo un ponte, molto bello e leggero, chiamato “Pasarela Manterola”, dal nome del suo costruttore. Poi ci fermiamo come bambini a giocare in una piccola palestra a cielo aperto, e in mezzo a un boschetto di tubi sonori. Osserviamo che purtroppo quest’area, pur essendo curata e frequentata da sportivi diversi, ha numerose costruzioni apparentemente vuote e inutilizzate. Nello spazio più ampio ci fermiamo sotto l’Alma del Ebro, una scultura alta 11 metri, composta da tante lettere bianche, nella quale si può entrare. saragozza15Dopo pochi passi incontriamo la Torre del Agua, un bel palazzo alto la cui forma ricorda tante gocce d’acqua. Rientriamo verso il centro della città attraverso  il Puente del Tercer Milenio: un arco di 270 metri, il più lungo del mondo, e andiamo direttamente al ristorante dove, dopo una finta discussione, ci convinciamo tutti per un buon pranzo a base di carne cotta sul sale bollente. E’ tutto molto buono, anche il vino che non ci facciamo mancare.saragozza16

Nel pomeriggio il tempo volge alla pioggia, ma per fortuna c’è una mostra dei disegni di Francisco de Goya al Museo Ibercaja Camon Aznar, Palazzo dei Pardo, un bell’edificio rinascimentale. All’interno di questo palazzo è stato collocato il Patio de la Infanta, parte di un palazzo nobiliare scomposto e spostato. Oltre ad alcuni meravigliosi ritratti eseguiti da Goya, ci sono numerose altre opere di artisti diversi, non solo spagnoli, alcuni davvero importanti. Vediamo anche una mostra di disegni, sempre di Goya, impressionati per i soggetti scelti (sono immagini di guerra e sofferenza), ma straordinari nell’evidenziare la magistrale capacità dell’artista a rendere situazioni complesse con pochi tratti di matita

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Rientriamo verso l’albergo, e l’ultima immagine di Saragozza è quella delle rovine del teatro romano   … game over! Si torna a casa.

(19 aprile – 22 aprile 2012)