Gerusalemme, יְרוּשָׁלַיִם, القُدس, la Città Santa, la Città Eterna

Gerusalemme, la città delle contraddizioni, la città della fede più pura e del paganesimo più sfrenato, la città finta perchè quasi tutta rifatta o inventata, la città dove tutti, una volta, dovrebbero andare per guardare dove affondano le nostre radici. Non in Cielo, ma in un punto preciso sulla Terra.

8 marzo

Arrivare in Israele può apparire complicato, ti fanno un sacco di domande sia all’andata (“c’era qualcuno mentre preparava le valigie che avrebbe potuto inserire qualcosa al’interno?” ” ……”) che all’arrivo, in più il volo sembra in overbooking e forse non partiamo, invece va tutto benissimo e arriviamo persino puntuali.

Il taxi collettivo Nesher ci porta a gran velocità da Tel Aviv, di cui vediamo solo l’aeroporto Ben Gurion, al nostro hotel, Ibis, a Gerusalemme.

E’ venerdì sera, sta per iniziare lo shabbath, la festa ebraica che impone circa 24 ore di rifiuto dal fare qualunque cosa, incluso parlare per gli ebrei più osservanti, e infatti appena usciamo dall’hotel vediamo che i negozi e i locali sono tutti chiusi, la strada è vuota di mezzi pubblici. Venerdì sera è però la serata giusta per assistere alla preghiera, devotissima, al Muro del Pianto, che qui non è affatto definito così, qui è il Muro Occidentale o Kotel.  Il Muro è quanto rimane dell’antico Tempio di Salomone, distrutto da Nabucodonosor II nel 586 a.C., poi ricostruito, e infine distrutto dall’imperatore romano Tito nel 70 d.C. I fedeli infilano dei foglietti con le loro preghiere nelle fessure della pietra.
Da secoli gli ebrei si recano presso il muro di contenimento del Monte del Tempio, eretto due millenni fa, per pregare e piangere la distruzione del Primo e del Secondo Tempio.

Il nostro hotel è sulla Jaffa Street, dista pochi minuti a piedi dalla posta di Jaffa dove inizia la città vecchia: posizione davvero strategica. Appena passata la porta sbagliamo strada e ci inoltriamo nel quartiere armeno, poi troviamo il percorso giusto, una lunga discesa intervallata da gradini di pietra, dove si aprono numerosissimi negozi che vendono souvenirs o spezie, e seguendo la massa di turisti, molti, ed ebrei, moltissimi tra cui molti ortodossi con cappelli e cernecchi, arriviamo al Muro del Pianto.

Il nome che si riconosce in italiano deriva dal fatto che qui gli ebrei, durante il periodo ottomano, venivano a piangere la distruzione del tempio, ma poi molte cose sono successe.

Si entra dopo un controllo delle borse, e si arriva in una enorme piazza in pendenza. Il muro è laggiù, nel mezzo ci sono cancelli divisori che indirizzano i fedeli a passare in precisi corridoi. Davanti al muro, una folla che sembra esclusivamente maschile, nera, compatta, canta inni sacri, si dondola, si appoggia al muro con devozione.

L’impressione è molto forte: un muro semplice, spoglio, vecchio di migliaia di anni ma tutt’ora massiccio e imponente, offre accoglienza alle preghiere e alle lodi di noi poveri mortali. L’energia potente che scaturisce dalla pietra, inamovibile e verticale da sempre, sembra la risposta giusta all’incertezza dell’uomo che non solo conosce la sua mortalità, ma non conosce il suo futuro, tutt’altro che fermo e stabile.

Leggerò poi, dopo poche ore, che nella mattinata erano scoppiati disordini tra gli uomini e il gruppo delle “Donne del Muro” che si battono da tempo per avere lo stesso spazio e lo stesso tempo di preghiera degli uomini.

Ritorniamo alla ricerca di un ristorante dove mangiare qualcosa, ricerca non facile, sebbene alla fine fruttuosa, perché è lo shabbath, e i locali aperti sono pochi. Troviamo un pub, e anche se non è cucina israeliana, mangiamo bene.

9 marzo

Oggi è shabbah. Gli ebrei non possono fare nulla. Usciamo dalla camera dell’albergo per andare a fare colazione e prendiamo l’ascensore (siamo al settimo piano). L’ascensore si ferma a ogni piano, apre le porte, le richiude senza cha salga o scenda nessuno. Oggi gli ebrei non possono nemmeno schiacciare il bottone dell’ascensore! Cominciamo a inquadrarli …

La giornata comincia, puntuale alle 8,30, in compagnia della guida Massimo Conte e di una coppia di simpaticissimi napoletani, Pietro e Mena. Un taxi ci porta in cima al Monte degli Ulivi. Visitiamo la Chiesa dell’Ascensione, e prendiamo immediatamente atto di come ebrei e musulmani possano vivere fianco a fianco in armonia. Questa chiesa, che ha all’interno una pietra con due impronte che ricordano vagamente due piedi, e che si dice siano le impronte lasciate da Gesù Cristo prima di ascendere al cielo, era una volta parte di un grande complesso bizantino, molto più esteso di come non compaia oggi, e con un’apertura sulla cima per permettere, appunto, l’ascensione. Oggi è una moschea, il tetto è chiuso, c’è il mirhab e il minareto, ma rimane un luogo sacro per i cristiani.

Poco distante, appena sotto, c’è l’ingresso alla Chiesa del Pater Noster, ampia e circondata da un lungo porticato, che porge su un bellissimo giardino panoramico. Questa chiesa è stata voluta e fatta erigere da Elena, madre dell’imperatore Costantino, e sorge sopra una piccola grotta, nella quale si racconta che Gesù abbia insegnato ai suoi seguaci la prima preghiera, il Padre Nostro. Bisogna sapere che gli ebrei non conoscevano la preghiera, solo il sacrificio che consisteva nell’uccidere e poi bruciare un animale. E’ quindi il Cristo che si inventa la parola rivolta a Dio, ed è piuttosto toccante leggere la preghiera del Padre Nostro declinata in tutte (o quasi) le lingue, gli alfabeti e i dialetti del mondo, trascritta su formelle di ceramica di varie dimensioni allineate contro tutti i muri possibili. Ci sono lingue e simboli sconosciuti, e c’è il Padre Nostro in calabrese, in sardo e in milanese.

Ci avviamo lentamente a piedi verso il basso, e costeggiamo un punto panoramico dal quale si ha una bellissima veduta della città vecchia, con la spianata delle moschee, il monte di Sion, il quartiere arabo, le porte di ingresso, mentre sotto di noi si allunga fin quasi a fondovalle il cimitero ebraico, che per tradizione è sempre stato collocato fuori dalla città.

La tappa successiva è molto importante: entriamo nell’orto del Getsemani. Qui Gesù passò le ultime ore prima di essere catturato, pregando perché gli fosse risparmiato quel calice amaro, ma arreso alla volontà del Padre.

Oggi, complice anche la splendida giornata, ci accoglie un giardino curato e ricco di vegetazione, piantumato ad ulivi alcuni dei quali sicuramente pluricentenari (ma non millenari), mentre la chiesa, la Basilica delle Nazioni, costruita sui resti di due chiese preesistenti, non presenta particolari architettonici di grande rilevanza.

Estremamente suggestivo è, invece, il posto dove da tradizione sarebbe stata sepolta Maria, la madre di Gesù. La discesa di una lunga scalinata ci conduce in una cripta ortodossa: sulle nostre teste centinaia di antiche lampade di ogni forma e colore illuminano in modo mistico l’ambiente, la quantità di persone presenti non permette di leggere le immagini dell’iconostasi, ma solo di apprezzarne la grande bellezza. La tomba della Vergine è chiusa in una grotta ancora più profonda, coperta di biglietti con preghiere e invocazioni.

Siamo ormai all’altezza della città vecchia, nella quale entriamo dalla Porta dei Leoni.

Ci fermiamo in quella che, sempre secondo tradizione, è il luogo di nascita di Maria, ovvero dove sorgeva la casa di Anna e Gioacchino. La celebrazione di questo ricordo è nella cripta, dove c’è un altare e un mosaico piuttosto grossolano. Notevole è invece la chiesa che sorge sopra, un edificio crociato ancora intatto, di grande bellezza, armonia e maestosità.

A fianco della chiesa ci sono gli interessantissimi resti delle vasche di Bethesda, un antico complesso di cisterne per la raccolta dell’acqua molto ben congeniato. Gli scavi successivi hanno fatto emergere livelli diversi delle vasche, sulle quali nei secoli sono state fatte altre costruzioni romane e crociate, oggi presenti solo come resti ben riconoscibili. Qui Gesù compì il suo primo miracolo, la guarigione del paralitico.

Ci avviamo ora per la via Dolorosa, il percorso creato intorno al 1200 dai frati Francescani, che ripercorre idealmente la via Crucis, con le diverse stazioni. Ci fermiamo presso alcune di queste, sebbene nessuna risulti di qualche particolare pregio artistico nè religioso, visto che si tratta di un percorso inventato. Visitiamo la grotta dove Cristo venne tenuto prigioniero prima di essere crocifisso, insieme con Barabba (altro personaggio di incerta veridicità).

Facciamo una piacevole tappa nell’Austrian Hospice, una bella costruzione eretta e curata dagli austriaci e nata come ricovero per i lor pellegrini Oggi c’è una ricca pasticceria, e soprattutto una terrazza panoramica dalla quale si gode la vista di Gerusalemme a 360°.

Arriviamo alla Basilica del Santo Sepolcro. Sebbene possa considerarsi uno dei luoghi di culto più preziosi e più alti per la cristianità, la tentata (e infruttuosa) visita si dimostra molto faticosa, e soprattutto lontanissima da quel bisogno di raccoglimento e astrazione che il contatto con il sacro imporrebbe. La quantità di persone, pellegrini e turisti, è impressionante. Ovunque c’è folla che impedisce di continuare. Tentiamo una coda per entrare nel Sepolcro, ma in quel momento scatta la preghiera dei copti e tutto si ferma. La preghiera dura circa tre quarti d’ora. Cerchiamo una strada alternativa, ma rimaniamo bloccati da una processione dei frati francescani, cattolici. Rinunciamo, ci riproveremo. Sempre all’interno della chiesa, ma opposta all’edicola del Santo Sepolcro, è inglobato quello che rimane del Golgota, dove Gesù venne crocifisso. Qui la folla è meno fitta, e riusciamo a passare e vedere il foro nella montagna dov’era conficcata la croce. Si tratta sempre di ricostruzioni, ma la sacralità del luogo è intatta.

La visita si conclude con la discesa nella cripta dove si racconta che Elena trovò le tre croci del Golgota.

Usciamo dalla Basilica un po’ frastornati, saliamo verso il quartiere armeno e, entrando dalla porta di Zion, saliamo fino alla chiesa di San Pietro in Gallicantu. Siamo nel luogo dove Pietro rinnegò di conoscere Gesù “per tre volte, prima che il gallo canti”.

Come prima tappa la nostra guida Massimo ci porta ad osservare un bel plastico realizzato in tempi recenti, ma che riporta la struttura della città di Gerusalemme un migliaio di anni fa. Si riconoscono cardo e decumano, le costruzioni più antiche, come la Chiesa del Santo Sepolcro, e il percorso delle tre valli che ricordano la lettera S dell’alfabeto ebraico, lettera che si identifica con la figura di Dio. Ecco perchè Gerusalemme è la città eletta.

Ci dirigiamo verso la chiesa che, esternamente si presenta gradevole, a croce greca molto compatta e con bei mosaici intorno, mentre all’interno rivela un’architettura recente e, ancora, di limitata bellezza. Più interessante è la discesa attraverso le fondamenta delle due chiese preesistenti, una bizantina e una crociata, fino a una piccola stanza sotterranea dove ci si raccoglie per la lettura di una pagina della Bibbia.

Fuori dalla chiesa si è ancora una volta confortati dallo splendido panorama della città vecchia, e dai resti delle civiltà passate, quando vivevano nelle caverne scavate nella roccia carsica, con ingegnosi sistemi per raccogliere l’acqua e conservare i cereali.

L’ultima tappa della giornata è alla Tomba del re David, dove entriamo e siamo divisi tra uomini e donne.

Lo spazio femminile permette di vedere solo una nicchia nel muro, e di quello ci dobbiamo accontentare. Si dice che la donna ebrea non abbia bisogno di studiare o di capire perchè, a differenza dell’uomo, è già vicina a Dio, ma non sempre questa versione convince. Appena fuori dallo spazio sacro davanti alla tomba, un lungo corridoio dove alcuni bambini giocano e corrono. C’è una donna che prega con il viso rivolto verso il muro e la Bibbia in mano, un’altra bada ai piccoli. Nemmeno nel momento della preghiera le donne possono spogliarsi del loro ruolo, che assolvono a turno, aiutandosi, per permettersi un momento di proprio raccoglimento. Terminiamo nella Chiesa della Dormizione, dove si dice che Maria sia caduta nel sonno eterno.

E’ il tramonto, lo shabbah sta per finire, la città si sveglia.

Ceniamo al ristorante Shanti, molto bene.

10 marzo

Con la nostra preziosa guida Massimo ci avviamo subito, attraversando il quartiere Mamilla, verso il Monte del Tempio, Al Haram Ash Sharif, luogo sacro per ebrei, cristiani e musulmani. L’unico accesso consentito ai non musulmani è attraverso una passerella di legno sopra la piazza che ospita il Muro Occidentale, e dalla quale si intuisce molto bene la struttura così ondulata della città di Gerusalemme.

L’immagine della spianata è impressionante, per le dimensioni, per l’ordine regolare e preciso con il quale si alternano archi di accesso e piccole costruzioni, e forse anche per il bellissimo cielo azzurro che ci sovrasta. Il primo edificio che vediamo, ahimè solo dall’esterno, è la grandiosa Moschea Al Aqsa, che in passato era grande quasi il doppio. Ma quello che veramente sovrasta tutto, sia fisicamente che tradizionalmente è la Cupola della Roccia, realizzata in oro zecchino su dono del re di Giordania, magnificamente decorata di maioliche, e inaccessibile ai non musulmani. Il luogo è il terzo in ordine di importanza per i musulmani, dopo la Mecca e la Medina. E’ importante per gli ebrei, perché è il luogo dove sorgevano il primo e il secondo Tempio. Ed è importante per i cristiani perché si dice che il tempio contenga una grande roccia, emergente dal monte Moriah, con il cui materiale Dio ha forgiato Abramo; ed è il luogo dove Abramo quasi sacrificò il proprio figlio Isacco; infine si dice che il re Salomone collocò sulla pietra l’Arca dell’Alleanza.

Come dicevo, la moschea è aperta solo per i musulmani! Per fortuna la zona intorno è interessantissima: ci sono le fontane dove purificarsi, una costruzione aerea e aperta che pare essere servita come modello architettonico per il tempio stesso, altre moschee di grande bellezza e armonia, fino all’arco di accesso al suq El Qatanin, bellissimo con le sue sculture di preciso stile mamelucco.

Ma è tutto l’insieme, silenzioso, maestoso, lontano dai rumori seppur così vicino al traffico umano che passa a poca distanza, a rendere questo luogo ricco di sacralità. Non mancano bambini che giocano e donne che li badano, a rendere vivo un luogo che ha una storia vecchia di millecinquecento anni.

Scendiamo dalla spianata, attraversiamo il suq e rapidamente torniamo al Kotel, che fa da perimetro allo spazio appena visitato.

È il momento di accostarci al Muro. Ci dividiamo, lo spazio femminile è molto meno ampio di quello per gli uomini, ma non per questo meno suggestivo. La facciata principale del muro è occupata da una lunga fila di donne che pregano, piangono o semplicemente stanno raccolte. Altre che cercano uno spazio più intimo si appoggiano a una porzione di muro laterale, altre ancora pregano sedute, o in piedi dondolando. La devozione è autentica.

La forza che arriva dal muro fa breccia anche su di me, e lascio tre bigliettini.

Ci avviamo ora verso nuovi percorsi. Incontriamo una bella costruzione a due piani, molto ben tenuta, aperta con archi sia sopra che sotto: una casa destinata agli ebrei meno abbienti, costruita nel 1871 dal barone Rothschild

Passiamo a fianco della grande Sinagoga Hurva, dove è esposta l’originale Menorah d’oro, il candelabro a sette braccia costruito rigorosamente secondo i dettami imposti da Dio.

Incontriamo un interessantissimo sito archeologico che ha portato alla luce il cardo romano, con le colonne, le mura di separazione e il percorso che svolgeva, duemila anni fa

Arriviamo finalmente al Cenacolo. Questo spazio non offre nessuna certezza storica che possa trattarsi proprio del luogo dove Gesù ha consumato con gli apostoli l’ultima cena. E’ però un salone di grandissima bellezza, con le volte a crociera che preannunciano lo stile gotico flamboyant, finestre di vetri colorati con decori arabi volute da Solimano il Magnifico, il mirhab forgiato dai mamelucchi, e nonostante tanta diversità, una grande armonia d’insieme.

Ripassiamo davanti alla Basilica del Santo Sepolcro, dove non proviamo nemmeno a entrare, vista la quantità di persone presenti. Andiamo verso il coffee shop della Christ Church, dove scopriamo che sul retro c’è, oltre a un bellissimo giardino, lo spazio di accoglienza, un piccolo museo dedicato alla storia di Gerusalemme con un bellissimo plastico, e una bella chiesa che unisce i simboli cristiani ed ebraici, dove mi sento subito accolta.

Lasciamo ora la città vecchia, ormai visitata in modo esaustivo, per dedicare qualche ora alla città più recente, fuori dalle mura.

Entriamo subito in un bellissimo parco profumato dalle numerose piante di rosmarino, con una bella fontana nel mezzo, e passiamo in un quartiere residenziale molto esclusivo, Yemin Moshé: silenzioso, fiorito, apparentemente deserto.

Da qui incontriamo il mulino a vento Montefiore, antico dono di sir Moses Montefiore, quindi ci avviamo alla visita della città costruita alla fine del 1800. Ci dirigiamo verso nord, in una zona ben curata e ben seguita i cui abitanti sono esclusivamente Ebrei: molti bei palazzi, intervallati da hotel elegantissimi come il King David o il Waldorf Astoria. Si tratta di osservare una città che, seppur famosa per la parte vecchia, sta crescendo, e molto bene, ricca di vitalità

L’ultima tappa è al mercato Mahane Yehuda, dove si alternano banchi di proposte alimentari, pur molto variate, con piccoli locali e birrerie. Insomma, un luogo vivo, dove se si ha fame c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Alla sera la scelta cade su Diner, in linea con le precedenti esperienze.

11 marzo

Via da Gerusalemme, oggi. Andiamo nel deserto per visitare monasteri, oasi e vecchie ville. La prima tappa è dedicata al Monastero di San Giorgio. Per raggiungerlo, dopo aver lasciato una trafficatissima Gerusalemme, prendiamo la strada dei Patriarchi, ci portiamo in Cisgiordania (mentre, alla nostra sinistra, corre il muro di confine con i territori palestinesi) e raggiungiamo il deserto del Wadi Qelt.

Lasciamo la strada principale per un tortuoso percorso in mezzo alle rocce rosse e bianche, quindi lasciamo anche l’auto e ci avviamo a piedi, scendendo lungo un sentiero che costeggia il fianco verticale di una roccia in arenaria, mentre dalla parte opposta il panorama è aperto e permette di vedere acqua che scorre in fondo al wadi.

Dopo una passeggiata abbastanza lunga, ma in discesa, finalmente compare il Monastero: una chiesina scolpita nella roccia, impreziosita da due palme davanti alla facciata, e intorno altre abitazioni in sasso, molto ben manutenute, che danno la stessa sensazione di essere tutt’uno con la roccia. Saranno il silenzio assoluto, la vegetazione desertica e le fioriture prepotenti nate grazie a solo poche gocce di pioggia, l’imponenza delle montagne verticali, ma la sacralità del luogo è palpabile.

La seconda tappa è il Parco Nazionale di Qumran: qui il popolo degli Esseni visse e studiò per circa duecento anni. Gli Esseni erano una popolazione molto pacifica e generosa, che viveva in armonia lavorando la terracotta, e della quale si dice potesse aver fatto parte anche Gesù. Dal punto di vista archeologico, questo luogo è importante perchè qui sono stati trovati i “Rotoli del Mar Morto”, preziosissimi manoscritti che riportano parti dell’Antico Testamento, oltre a usi e leggi del tempo. Oggi i rotoli originali sono conservati al Museo di Israele, ma il sito è tutt’ora molto interessante in quanto, nei resti, è perfettamente riconoscibile quello che era lo stile di vita degli Esseni. Si riconoscono il refettorio e la biblioteca, i forni per cuocere i manufatti in creta, e le vasche dove si immergevano regolarmente per i bagni rituali di purificazione.

Arriviamo infine e finalmente a Masada. Siamo vicini al Mar Morto, quindi circa 400 metri sotto il livello del mare. La giornata è bellissima e l’acqua del mare, in lontananza, è azzurra come il cielo. Per salire, scegliamo la comoda funivia: arriviamo sull’altopiano da cui si gode una bella vista sul mar Morto, i monti della Giordania, e i resti degli accampamenti romani che assediarono la fortezza circa 2000 anni fa. Proprio per questi reperti della civiltà e della cultura romana, Masada è oggi Patrimonio Unesco dell’Umanità.

La parola masada significa fortezza, ma è molto di più: qui si volle installare il re Erode il quale, in cerca di un luogo inespugnabile, decise di costruire un palazzo ispirato all’architettura conosciuta a Roma. Erode era ricchissimo e disponeva di moltissimi schiavi, così si spiega la vastità della costruzione: stanze per gli ospiti, bagni, piscine e palestre, e infine, nella parte più arroccata e panoramica, le sue stanze, tutt’ora in parte affrescate e con i pavimenti ancora coperti da parti in mosaico.

La bellezza di quanto deve essere stato si intuisce, così come il lusso: basti pensare che ci sono ancora cisterne per l’acqua che fornivano l’acqua corrente agli abitanti del palazzo, ma venivano riempite a mano, o meglio a braccia, dagli schiavi.

Qui, nel 73 a.C, trovarono rifugio gli ultimi ebrei, nella loro strenua resistenza all’invasione dei romani, che alla fine assediarono il palazzo di Erode il Grande e conquistarono la Regione. 

Scendiamo lungo il sentiero dei Serpenti, quattro chilometri tra scale e pendenza.

Ma come si fa a raccontare un posto così? Bisogna vederlo.

E’ quasi l’ora del tramonto. Rientrando a casa facciamo una breve sosta in un kibbutz. Dimentichiamo le organizzazioni comunitarie degli anni ’60 del secolo scorso, dove nessuno era proprietario di niente. Oggi i kibbutz sono piccoli villaggi con abitazioni comode e belle. Qui è stato creato un orto botanico, dove sono presenti piante e alberi adatte al clima desertico, e che oggi è un centro di studi della materia.

La cena, in un ristorante arabo, è poco entusiasmante proprio come le altre, ma è l’ultima prima del ritorno.

12 marzo

In mattinata abbiamo ancora qualche ora a disposizione. Gerusalemme vecchia attrae con un fascino strano e avvolgente. Andiamo verso l’Anastasis e, forse perché è abbastanza presto, riusciamo a entrare nel Santo Sepolcro: una lapide grigia circondata da simboli votivi, dalla quale un sacerdote ci sollecita a una uscita molto veloce. Deve bastare un momento di raccoglimento, ma può essere sufficiente.

Lasciato l’albergo, salta l’appuntamento con Nesher, prendiamo un taxi verso l’aeroporto Ben Gurion.

8 – 12 marzo 2019

Regno Hashemita di Giordania

 

giordania_mappaAhlan Wa Sahlan!! Benvenuti in Giordania! Da quanto tempo si parlava di far questo viaggio…  e finalmente eccoci qui.

10 marzo 2013  – Il volo parte da Malpensa ed è davvero comodissimo, l’aereo di Air Jordan è confortevole, pulito e anche il pranzo, per essere su un aereo, si difende. Arriviamo puntualissimi all’aeroporto di Amman dedicato a Queen Alia , terza moglie del re Hussein, dove un’auto ci raccoglie e ci porta al nostro hotel, Landmark. La posizione non è delle più felici, ma è un buon hotel. Scopriamo che vi hanno soggiornato numerose personalità internazionali: se la maggior parte provengono dal mondo arabo, ci sono stati anche italiani “illustri”: Carlo Azeglio Ciampi, Massimo D’alema (scritto così!) .IMG_0623

La cena in hotel è discretamente buona. Ci sono altri italiani che sembrano essere insieme, chissà se faranno il nostro tour … Non conosciamo ancora la nostra guida, ci è stato solo specificato l’appuntamento per la mattina successiva: alle 8 pronti, si parte!

11 marzo – La nostra guida è un bel signore dall’aria moderatamente mediorientale (ma lo è profondamente inside, come scopriremo) che si chiama Ismail Shkokani, per gli amici Ismail. E’ veloce e organizzato, ci fa giustamente osservare che le cose da vedere durante il viaggio saranno molte e non c’è tempo da perdere. Siamo un gruppo di nove persone dove casualmente tutti gli uomini si chiamano Gianfranco, Franco o Francesco … scopriremo alla fine del tour di aver trovato dei veri compagni di viaggio.IMG_7078

La Giordania come la conosciamo oggi è un paese molto giovane, nato nel 1921, e questo dettaglio pesa sulla sua architettura: non esiste quasi niente di bello di quanto costruito in questi novant’anni, le case sono essenziali e disarmoniche, le moschee, che avrebbero pretese artistiche, sono altrettanto anonime. In compenso il tuffo nel passato è molto profondo.

La mattina è dedicata alla visita di Amman, la “città bianca” che sorge su sette colli. Deve il suo nome alla dinastia degli ammoniti, ma ha superato numerose vicende prima che Tolomeo la ricostruisse, nel terzo secolo d.C., e le desse il nome di Philadephia. Con l’arrivo dei romani entrò a far parte della Decapoli,  in quanto sorgeva sulla Via Nuova Traiana, che attraversava la regione in verticale e arrivava al mare, ad Aqaba. Successivamente fu abitata e gestita in periodi alterni da arabi e bizantini, finché proprio gli arabi non spostarono i loro interessi verso oriente e verso Bagdad, segnando così l’abbandono della città. Solo nel 1880 venne ripopolata dai circassi, popolazione di origine russa e di religione musulmana installata ad Amman dagli ottomani. La rinascita definitiva avvenne proprio nel 1921 quando un accordo tra Winston Churchill e re Abdullah bin al-Hussein diede vita a questo nuovo stato nazionale arabo.

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Oggi la prima tappa è la Cittadella, la zona archeologica i cui resti più antichi risalgono a  7000 anni fa. Per raggiungerla il nostro pulmino si arrampica sulla strada dalla quale vediamo i resti delle antiche mura. Dall’alto il panorama è bello e suggestivo: sotto di noi si stende un presepe di casette cubiche costruite senza alcuna strategia e che coprono tutto lo spazio disponibile. Sulla collina di fronte, Raghadan, si intravede la residenza reale, sotto di noi il centro della Philadelphia romana, con il teatro. Ci fermiamo a visitare le colonne e i resti del tempio di Ercole, costruito in onore dell’imperatore Marco Aurelio: le colonne sfoggiano capitelli IMG_6165corinzi, mentre l’enorme mano del gigante ci fa intendere quanto fosse grande la statua del dio. Ci spostiamo e riconosciamo i resti di una basilica bizantina, raggiungiamo al-Qasr, il Palazzo del Califfo, che si apre con una costruzione in pietra decorata con bassorilievi eleganti, coperta da una enorme cupola in legno. IMG_6180All’interno il canto festoso e continuo di uccelli invisibili crea una colonna sonora un po’ surreale. A fianco vediamo una grossa cisterna, oggi in disuso ma in passato punto di raccolta delle acque che servivano alla città. Da questa posizione possiamo ammirare una enorme bandiera della Giordania, talmente grande e pesante da avere un movimento morbido e lento, come sventolasse al rallentatore. IMG_6169La bandiera ha un significato preciso: le tre bande orizzontali, nera, bianca e verde, rappresentano  tre califfati, il triangolo rosso è il simbolo della dinastia Hashemita e della Rivolta Araba, mentre la stella bianca a sette punte ha un doppio significato, i sette versi della prima sura del Corano e l’unione dei popoli arabi.

Visitiamo ancora il piccolo ma interessantissimo museo archeologico, dove ci abituiamo a riconoscere le foto onnipresenti dell’attuale re Abdullah e del padre, Hussein. Tra le primitive sculture, molto bella la testa con due volti.

Scendiamo ora nella città bassa per visitare il teatro romano, grande e grandioso, perfettamente conservato e tutt’ora utilizzato, e i musei adiacenti del Folklore e della Tradizione Popolare. Qui impariamo come è vestita e attrezzata una guardia del deserto.

Lasciamo Amman per spostarci a nord est, verso il confine con l’Irak, e approfondire la conoscenza di alcuni castelli degli Omayyadi. Ci fermiamo alla fortezza   di al-Azraq – che vuol dire azzurro – in riferimento all’acqua di cui è ricca la regione. E’una costruzione militare grande e possente in basalto, la locale pietra scura, dove si riconoscono i diversi ambienti dedicati agli uomini o agli animali, e dove sono già visibili coperture a volta e archi a tutto sesto.  Eretta dai Romani nei primi secoli dopo Cristo, è stata usata successivamente dagli arabi, come denota la trasformazione in moschea dell’edificio centrale, dove è stato aggiunto il mirhab. E’ stata infine utilizzata come punto di appoggio da Lawrence d’Arabia.IMG_6218

E’ ora di pranzo, assaggiamo quella che ci viene presentata come una specialità, la “rovesciata”, riso con pollo e verdura pressati in una casseruola, e rovesciati sul piatto dove mantengono la forma rotonda del contenitore. Alla fine del pranzo prendiamo il caffè, ottimo caffè turco aromatizzato al cardamomo, e Ismail mi fa l’onore di leggere i fondi. Quello che mi dice si discosta molto dalla realtà che penso mi attenda, ma è comunque interessante assistere alla coreografia un po’ magica di questa tradizione.IMG_6225

La visita continua a Qusayr Amrah, un raro esempio di architettura musulmana dove le decorazioni comprendono, nonostante il divieto della religione, la rappresentazione di figure umane maschili e femminili, oltre a un’immagine di Cristo. La costruzione, molto elegante, si presenta nel suo insieme come un rifugio lontano da tutto e da tutti, dove l’attenzione al piacere e al bel vivere pare particolarmente curata. Oltre alle stanze centrali affrescate con scene diverse e paesaggi, ci sono le stanze dell’hammam, con i tre locali per le diverse temperature, dove è notevole una volta affrescata con la mappa celeste, oltre ai segni dello zodiaco e a divinità greco-romane. All’esterno della costruzione principale c’è un pozzo e si può riconoscere il sistema idrico che permetteva il rifornimento dell’acqua. Non è difficile immaginare come, un tempo, anche la parte esterna fosse curata e armoniosa come l’interno.

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Un caldo tè offerto sotto una tenda beduina ci prepara all’ultima tappa della giornata: l’imponente fortezza di Qasr al-Kharanah, luogo di difesa ma anche caravanserraglio a disposizione dei commercianti che trasportavano le loro merci per centinaia di chilometri attraverso il deserto. Sul cortile interno si affacciano le aperture degli spazi per i cavalli, cammelli e dromedari, mentre al piano superiore ci sono ben 61 stanze per l’accoglienza dei viaggiatori, tutte decorate con affreschi, sculture, volte, arcate.IMG_6244

Al rientro ad Amman decidiamo di terminare la giornata con una visita alla città bassa, dove vivono e si muovono le persone del posto. Diamo un’occhiata dall’esterno alle rovine del Ninfeo, che doveva essere davvero grande, acquistiamo spezie nel suq, dove gli animali si vendono vivi, arriviamo fino alla moschea al-Hussein, o Grande Moschea, la più antica della città. Mentre il sole tramonta, in città piano piano si accendono le luci, e l’impressione di essere n un presepe si rafforza ancora. Un taxi ci riporta all’albergo.

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12 marzo – Oggi, da Amman, ci dirigiamo verso nord, dove c’è il confine con Israele e la Siria. L’itinerario si snoda in un percorso pianeggiante, e la strada passa in mezzo a colline fiorite, colture e oliveti. Passiamo cittadine che si somigliano tra loro, casette bianche e disordine orientale,campus universitari modernissimi,  superiamo il fiume az-Zarqa, già attraversato da Giacobbe per andare in Palestina. Il centro più grande e importante è rappresentato dalla città di Irbid, e da lì arriviamo finalmente al sito di Umm Qays, l’antica Gadara (oggi Gedara) fondata in epoca ellenistica ed entrata a far parte delle Decapoli. La città sorge in una splendida posizione strategica, ed è possibile vedere, nonostante la foschia, le alture del Golan, il lago di Tiberiade e alcune città israeliane, sull’altro versante del lago stesso. L’origine del nome Umm Qays è controversa, pare derivi dal nome della sorgente che assicurava l’acqua alla regione, oppure dal fatto che fosse un centro per la riscossione dei tributi. Si riconoscono i resti ben conservati di costruzioni ottomane, alcune ancora utilizzate, ed è chiaro l’incrocio tra il cardo e il decumano, le principale arterie stradali secondo l’urbanistica romana. Numerosissime colonne corinzie delimitano i percorsi, mentre Ismail ci spiega che quanto vediamo non è che una parte dei resti ancora sepolti sotto la collina. Attraversiamo un quadriportico ancora pavimentato e riconosciamo perfettamente il perimetro e l’abside di una basilica di forma ottagonale, risalente al VI secolo, con alcune colonne in basalto nero. Visitiamo il teatro ovest, datato II secolo, costruito in basalto e con due ordini di posti. Il ninfeo è ben conservato e di discrete dimensioni.IMG_6311

La posizione di Gedara, prossima alla cuspide dove si toccano Giordania, Israele e Siria, offre l’occasione per una piccola lezione di storia e di geografia. I conflitti tra Israele e Siria sono sempre accesi, e le alture del Golan sono ambite da entrambi gli stati, oltre che dalla Giordania, per la loro ricchezza in acqua. La Giordania è infatti il quarto Paese al mondo nella classifica degli stati più assetati.

Lasciamo Gedara e costeggiamo il confine israeliano con un percorso boscoso e ricco di vigneti: raggiungiamo  il Castello di Ajlun, una massiccia, enorme costruzione in pietra, chiaro esempio dell’architettura araba. Sorge a 1200 metri di altezza su una vallata panoramica e aperta che spazia dalla valle del Giordano alle alture della Galilea. La fortezza è stata voluta e costruita dal nipote di Saladino durante le guerre Crociate per controllare i movimenti bellici. E’ stato distrutto dai mongoli, ricostruito dai mamelucchi e finalmente, nel 1812, scoperto da Johann Ludwig Burkhardt, ma solo negli anni ’60 del secolo scorso iniziarono i lavori di restauro e consolidamento. Per quanto potente e interessante, la cosa più bella è senz’altro lo spettacolare panorama sulle valli coltivate intorno.IMG_6315

Anche oggi assaggiamo una specialità: il pane arabo appena sfornato.IMG_6333

Il pomeriggio è dedicato alla visita di uno dei siti più belli e suggestivi lasciati dai romani: Jarash, l’antica Gerasa. Se le origini risalgono all’età del Bronzo, è con Alessandro Magno e, successivamente, gli imperatori romani Traiano e Adriano, che raggiunse il massimo splendore e l’armonia architettonica che ammiriamo ancora oggi.

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L’entrata nel sito è indicata dal possente Arco di Adriano, bellissimo con le sue decorazioni ben restaurate e il caldo color ocra. Oltre l’arco, sulla sinistra c’è l’ippodromo, tutt’ora funzionante e utilizzato, dove si riconoscono antiche stalle. Si arriva alla Porta Sud, e si entra nel sito monumentale, si raggiunge la spettacolare Piazza Ovale, delimitata da un ordinato ordine di colonne, pavimentata con pietre che diventano più piccole man mano che si va verso il centro della piazza, aumentando così l’effetto ellittico. Se la Piazza Ovale è il punto più spettacolare, intorno lo spazio è ricco di monumenti che raccontano la storia. Il Tempio di Zeus, che risale al II secolo d.C., si raggiunge attraverso una scala monumentale, accanto il Teatro Sud, capiente per 3500 spettatori, dall’acustica perfetta e ben pavimentato, è ancora utilizzato durante un importante festival che si tiene in estate. Qui, tre guardie del deserto in divisa ci suonano l’inno nazionale giordano!

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Visitiamo il Tempio di Artemide, ancora un’emozione per la bellezza e la strategia architettonica delle colonne antisismiche, e da lì raggiungiamo le chiese di San Giovanni, San Giorgio e Ss. Cosma e Damiano, con splendidi pavimenti in mosaico. La nostra passeggiata ci conduce a incrociare anche qui cardo e decumano, e fino al teatro nord, che era sede degli incontri amministrativi e usato durante le elezioni. IMG_6402Naturalmente c’è una Porta Nord, e ancora il grande Ninfeo, la Cattedrale sorta sui resti di un tempio dedicato a Bacco, il Tetrapilo e le botteghe dei commercianti … Ma in assoluto la cosa più toccante di questa visita è l’esperienza di viaggiare nella storia, di andare indietro nei secoli in mezzo a bellezza e armonia, volute da uomini grandi capaci di capirle e apprezzarle. La natura intorno, e la giornata soleggiata e tiepida, confermano queste sensazioni.

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13 marzo – Stamattina lasciamo definitivamente Amman, e ci dirigiamo verso sud. La prima tappa, non lontana, è il Monte Nebo, un luogo ricco di simboli e di storia: da qui, straordinario balcone sulla valle del Giordano, Mosè contemplò Israele, la Terra Promessa, qui fu sepolto e i Padri Francescani della Custodia della Terrasanta hanno costruito il memoriale a lui dedicato. Il panorama esterno è spettacolare, con l’ampia vallata che declina verso il Giordano e il Mar Morto e la città di Gerico sullo sfondo, dall’altra parte della valle. Una mappa stilizzata indica la posizione delle città più note in terra d’Israele, luoghi storici e resi sacri dal Nuovo Testamento, o tristemente famosi per le tensioni sempre presenti nell’area. In lontananza, oltre la valle del Moab piuttosto brulla, osserviamo le terre rese fertili dal Giordano e verdi di boschi e colture. La chiesa, uno spazio cristiano in terra araba, è chiusa per restauri, ma i bellissimi mosaici bizantini sono visibili nel loro perfetto stato di conservazione: animali, figure umane, fregi colorati si alternano con eleganza e armonia.

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Lasciamo il Monte Nebo e ci fermiamo a Madaba, un luogo storico di origine bizantina che meriterebbe una visita ben più approfondita. Noi ci dobbiamo accontentare (anche se non è poco!) di visitare la chiesa di San Giorgio, un tempio di rito greco ortodosso costruita nel 1896, dalla facciata semplice e dall’interno piacevole e luminoso. Qui è conservata la Mappa di Terrasanta,
IMG_6485 quanto resta di un mosaico antichissimo, databile intorno al 560 d.C., una vera carta geografica biblica dove sono citate oltre 150 località ognuna riconoscibile per le immagini e i colori che le rappresenta. Al centro della mappa si impone Gerusalemme, di cui sono riconoscibili molti monumenti, e intorno non mancano vallate, corsi d’acqua, deserti. Buffi i pesci che scappano dal Mar Morto, dove non potrebbero sopravvivere.

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Vicino a Madaba sorge la fortezza di Macheronte, dove venne decapitato Giovanni Battista.

Lasciamo Madaba e continuiamo il viaggio attraverso la Strada dei Re, o via Nuova Traiana, un percorso che taglia la regione da nord a sud e, in principio, univa Busra, in Siria, con Aqaba: un’opera monumentale, costruita in soli tre anni circa duemila anni fa. Su questo percorso attraversiamo lo spettacolare Wadi Mujib, un paesaggio asciutto e ripido, punteggiato da rara vegetazione e dalle abitazioni dei nomadi, letteralmente spaccato in due, che la strada percorre fino all’omonima diga (Al-Mujib) e al bacino d’acqua che disseta tutta l’area. Risaliamo l’altro versante e arriviamo alle pianure del Moab, intensamente verdi, dove in primavera fiorirà l’iris nero, fiore ufficiale della Giordania. Raggiungiamo la cittadina di Al-Karak, ben posizionata su un’altura, dove sorge la Cittadella, una struttura ampia, panoramica, con un’ampia vista sulla vallata intorno, costruita e completata in epoche diverse dai crociati e dagli arabi. E’ molto piacevole la passeggiata in questa struttura complessa, storica, dove si intuisce la tensione passata e si gode, oggi, il piacere di una visita in pace, dove il panorama non viene osservato in cerca del nemico che si avvicina, ma per apprezzare i pini di Aleppo nella collina intorno.

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Lasciamo Al-Karak, dove come dappertutto non mancano i ritratti dei re Hussein e Abdullah, e ci rassegniamo a un lungo tragitto, che ci porta direttamente a Petra. Dormiamo nell’albergo Beit Zaman, una sorta di albergo diffuso che si presenta come un bel complesso, sebbene un po’ trascurato. La gestione è affidata ai beduini che, fino a vent’anni fa circa, vivevano a Petra, all’interno delle aperture naturali nella pietra, e che sono stati compensati dello “sfratto” con queste attività di accoglienza turistica.

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14 marzo – Petra dei Nabatei. Eccoci qui, credo di non sbagliare se affermo che chiunque viene in Giordania lo fa principalmente per visitare Petra. E con ragione, perché nessuna immagine, film o racconto può trasmettere l’emozione di questo posto unico al mondo.

All’ingresso cammelli, cavalli, calessi aspettano di accompagnare i turisti più pigri. Noi ci avviamo subito nel Siq, un passaggio stretto pochi metri e lungo oltre un chilometro, dove subito si ha la forte consapevolezza di camminare in fondo al mare. Siamo infatti circondati da rocce in arenaria dalle forme morbide e tonde, forgiate quindi prima dall’acqua e poi dal vento, dove si alternano  colori diversi che vanno dal rosa al grigio al bianco. Circa duemila anni fa i Nabatei, popolo originario della penisola arabica,  trovò naturale e sicuro rifugio in questo spazio quasi nascosto, e qui lasciò tracce profonde della sua cultura e storia. Se le abitazioni erano semplici cavità nella pietra, le tombe, che si incontrano già all’inizio del percorso, denotano una raffinatezza artistica e una perizia ingegneristica davvero affascinanti. La scelta delle forme dell’obelisco, ispirate quindi all’Egitto, o della scala, di origine assira, indicano le contaminazioni culturali assorbite da questo popolo, che ha scelto di rappresentare le divinità in forma di parallelepipedo per differenziarle dall’aspetto umano e ha saputo costruire canali di scolo dell’acqua per difendersi dalle inondazioni. IMG_6666Questa passeggiata in fondo al mare, in cui ci si sente piccoli e insignificanti a confronto dell’ordine universale, cattura per la bellezza dei colori in contrasto con l’azzurro terso del cielo, la sacralità monumentale del luogo, l’energia potente che arriva dalla forza delle rocce. Ecco perché alla fine, quando all’improvviso lo spazio si apre su Al-Khazneh, il Tesoro del Faraone, si è quasi impreparati, ancora distratti dal percorso precedente.

IMG_6691La grande e imponente facciata, eretta nel primo secolo a.C. come tomba reale e poi, forse, trasformata in tempio, è elegantissima nelle sue forme di ispirazione ellenistica, ma particolari e uniche per la squisita tecnica architettonica dei Nabatei. Ci fermiamo a lungo in contemplazione, ma ripartiamo decisi perché questo è solo l’inizio. Petra è un’enorme necropoli, e subito la strada continua con le facciate di numerose altre tombe, tutte perfettamente decorate con motivi di rigoroso equilibrio geometrico. C’è il teatro, scavato nella roccia, di ispirazione romana, e in questo tratto l’arenaria offre il meglio di sé: grazie a infiltrazioni d’acqua e sali minerali, i colori si distinguono e si mescolano con raffinata fantasia, il rosa e l’arancio si alternano a bianco, azzurro e grigio, in accostamenti cromatici degni dei migliori stilisti (e la nostra guida ci indica quella che lui chiama la grotta Missoni). La passeggiata continua nella via colonnata, dove ci sono anche piccoli negozi e ristoranti.

IMG_6898Deviamo verso la Chiesa Bizantina, coperta da una brutta struttura (che però la protegge)dove osserviamo splendidi mosaici raffiguranti figure umane, animali e le allegorie delle quattro stagioni.IMG_6803

Da qui osserviamo il Grande Tempio di Petra, straordinario, e accanto il Palazzo della Fanciulla, pare dedicato alla figlia di un faraone. Ora affrontiamo la lunga salita verso Ad-Dayr, il Monastero: ci chiede tempo e fatica, ma lassù siamo compensati con la facciata meravigliosa del Monastero stesso, più semplice del Tesoro, ma non meno suggestiva. Siamo in posizione dominante, lo sguardo spazia sulle cime intorno, il silenzio è perfetto, caprette e asini si muovono sicuri sulle rocce a strapiombo. Scendiamo dalla vetta del Monastero per visitare le tombe reali, altri esempi di architettura inimmaginabile due millenni fa per tecnica e precisione.IMG_6874

Mentre ci concediamo un tè alla menta lasciamo spaziare lo sguardo intorno: abbiamo fatto un salto indietro nel tempo di duemila anni, siamo al centro di una valle protetta da uno stretto passaggio lungo e impegnativo, e intorno a noi l’architettura diventa. C’è il tempo per un ultimo saluto al tesoro del Farone e poi si torna, ancora attraverso il Siq, dove la luce del tramonto ammorbidisce i colori.IMG_6834

La visita di Petra, pur completamente diversa, regala un’emozione paragonabile a quella di Jerash: si viene catapultati indietro nel tempo di un paio di millenni, e al di là della bellezza e della solennità dei singoli elementi che ci circondano, quello che affascina e resta nel cuore è la sensazione di essere testimoni di un passato che ha chiuso o cambiato il suo percorso, ma non è scomparso.

15 marzo – La prima tappa è Siq al-Barid, la cosiddetta Piccola Petra, un luogo raccolto dove sono presenti altri edifici e tombe scavate nella roccia, e dove si vedono con chiarezza le cisterne per la raccolta dell’acqua. Una sala posta in luogo sopraelevato conserva tracce di affreschi con decori floreali e figure mitologiche. Nel percorso vediamo da lontano il sito di al-Bayda, insediamento preistorico tra i più antichi, e attraversiamo il villaggio moderno dove sono stati spostati i beduini che, fino a una trentina di anni fa, vivevano a Petra. Per quanto confortevoli siano queste case, non è difficile immaginare lo spirito di adattamento che è stato necessario a chi, da generazioni, viveva a stretto contatto con la natura.IMG_6952

Lasciamo la Piccola Petra e tutto il sito archeologico per imboccare l’autostrada che raggiunge Aqaba, e fermarci al deserto del Wadi Rum. Durante il tragitto, piuttosto lungo e anche un po’ noioso, incrociamo un treno per il trasporto dei fosfati. La prima sosta è al Centro visitatori dell’area protetta del Wadi Rum, ai piedi del massiccio chiamato I sette pilastri della saggezza, dal titolo del libro di Lawrence dArabia. Qui ci attendono le jeep che ci porteranno, tra scossoni e nuvole di sabbia rossa, al’interno dell’area protetta del deserto. Un cortese beduino aveva però provveduto ad acconciare alcuni di noi, usando le nostre sciarpe di cotone, con turbanti per proteggere sia i capelli che naso e bocca. Un’acconciatura che ci fa sentire carichi di un notevole fascino esotico …

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Il Wadi Rum è un deserto sabbioso intervallato da massicci montuosi con curiose forme rotonde che fanno pensare a possenti torri. Ci fermiamo in posti diversi, a una sorgente d’acqua dove si vedono anche delle iscrizioni non ancora totalmente decifrate, in un canyon dove si riconoscono chiaramente diversi graffiti, per fermarci sotto una tenda beduina a sorseggiare un tè. Incontriamo una splendida duna che ci offre lo sfondo ideale per la foto del nostro gruppo: il contrasto tra l’arancio della sabbia e l’azzurro del cielo è bellissimo.IMG_7079

Le jeep ci riportano al punto di partenza, stasera dormiremo sul Mar Morto e la strada da fare è ancora lunga. Sul percorso è indicato il punto preciso in cui, dal livello del mare, si comincia a scendere: il mar Morto è il punto più basso della Terra. Il nostro hotel, Crowne Plaza Dead Sea, è molto lussuoso e molto kitch, e dedichiamo l’ultima parte della giornata per esplorarlo e goderne i giardini. Nonostante le premesse, la temperatura non è così alta da ispirarci a un tuffo immediato.

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16 marzo – Trascorriamo sulla spiaggia del Mar Morto l’ultimo giorno di vacanza, tra chiacchiere, bagni e risate. A causa dell’altissima concentrazione di sale nel Mar Morto si galleggia con una spinta dal basso verso l’alto ben superiore di quella indicata da Archimede. Non è possibile nuotare, in quanto bisogna prestare attenzione a non schizzare gli occhi, in compenso ci si sposta con estrema facilità semplicemente camminando o pedalando nell’acqua … provare per credere!

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17 marzo – Au revoir alla Giordania. Nel viaggio di ritorno resto colpita (ma perchè?) dal fatto che sullo schermo, oltre alle indicazioni di rotta  e situazione del volo, è precisata la posizione della Mecca …

(10 marzo – 17 marzo 2013)