New York City a Natale

Tutti mi dicevano che Natale, a New York, è diverso. Sono andata a vedere, ed è così: tutto, tutto vuole richiamare la festa più festosa dell’anno. Tutti si torna bambini, galvanizzati da colori, musica, danze spontanee in mezzo alla strada.

30 novembre – Dopo un volo lungo, ma puntuale e confortevole, atterriamo a New York City. Soliti passaggi in aeroporto, con impronte digitali e schedatura, e finalmente siamo pronti. Un taxi ci porta all’hotel (Stanford, nella Korea Way, la 32th West, niente di più, ma non manca nulla). Il tempo di posare le valigie e rinfrescarci un attimo, e via verso Times Square, al centro del mondo. Le luci, il movimento, la folla confermano la sensazione di essere in un ombelico del mondo, ed è sempre un’emozione molto grande. Vorremmo cenare la Bubba Gamp o da Stardust, ma la troppa gente ce lo impedisce. Ci rivolgiamo così a Junior, un locale dall’aria semplice e pulita, dove scegliamo una bella hamburger e una ricca insalata. Anche se siamo soli, l’ambente vivace e vario ci distrae molto, passiamo una bella serata movimentata

1 dicembre – Dopo l’abbondante colazione ci attiviamo subito per raggiungere l’agenzia italiana che si chiama “II mio viaggio a New York”. Sappiamo che organizzano tour a Brooklyn per ammirare le luci di Natale, i famosi Dyker Eight, e prenotiamo il giro per lunedì 3 dicembre, giorno nel quale anche il tempo sembra buono.

L’agenzia si trova sulla 47° strada west, non lontano dal Moma. Entriamo per una visita accurata, dopo la prima fatta esattamente dieci anni fa. La collezione permanente è strepitosa, con pezzi dei più grandi interpreti del XIX secolo, fino quasi ai giorni nostri. Ci sono due intensissimi capolavori di Van Gogh, c’è Cezanne con la sua magica tavolozza, Boccioni con la città che sale …. E tanti capolavori del XIX e XX secolo

Ci sono poi le mostre temporanee.

Una dedicata a Constantin Brancusi, ben noto ma sempre sorprendente (sembra abbia scolpito ieri)

Norman Bauman, un artista con una bella e chiara visione della vita, che si diverte a dissacrare l’arte e scherza con lo spettatore.

Una storia della Jugoslavia, che abbraccia il dopoguerra della II Guerra Mondiale e quello dopo la sua dissoluzione. Riconosco l’importanza dell’escursus storico, soprattutto se arriva da oltreoceano, ma gli architetti jugoslavi colpiscono per il cattivo gusto e la pesantezza dei loro progetti.

Ci sono le “città ideali” inventati dal congolese Bodys Isek Kingelez: plaquette fatte con materiale di recupero, a ricostruire idealmente alcune città o zone delle stesse, con un risultato molto colorato e divertente. Infine c’è la bellissima mostra di Charles White, un nero della …., straordinario disegnatore e ritrattista, che con la sua opera ha voluto dare forza alla condizione dei neri negli Stati Uniti.

Mi piace pensare che NY, città fieramente democratica, dia intenzionalmente visibilità ad artisti neri in questo momento storico.

Dopo le quattro ore trascorse al museo, non può mancare la tappa al suo negozio. Purtroppo New York non è più economica come un tempo …

Ci avviamo verso Rockfeller Centre, dove sappiamo che troveremo il famoso abete che ogni anno rallegra la città prima delle feste. Nonostante sia ancora chiaro, la bellezza dell’albero, dello spazio sopraelevato rispetto alla pista di pattinaggio, sono già emozionanti. L’albero ha un magnifico puntale fatto di Swarosky, quest’anno disegnato da Daniel Libeskind.

Ormai siamo sulla Quinta Avenue, la più famosa per lo shopping. Tutte le vetrine sembrano fare a gara per stupire con luci, colori, fantasia. Rientrando in direzione dell’hotel, fendendo la folla incredibile del sabato pomeriggio prima di Natale, ci fermiamo da M&M dove facciamo un pieno di regali.

Passiamo dall’hotel per lasciare gli acquisti, e siamo stanchissimi. Negli Stati Uniti sono le sette di sera, ma per noi è l’una di notte. Ceniamo da The Harold non indimenticabile se non per il prezzo.

Ci sta ancora un giretto, fruttuoso, da Macy, e poi finalmente a riposare      

           

2 dicembre

Oggi piove, per stare al coperto e bagnarci meno possibile dedichiamo qualche ora della mattinata allo shopping, sia per noi che su commissione.

Troviamo tutto nella zona di Time Square, e ci spingiamo abbastanza in alto da incontrare il Rockfeller Center, con il suo maestoso albero. Ma è giorno e le luci sono spente, e siccome è abbastanza presto non c’è ancora nessuno sulla pista di pattinaggio.

Ci resta solo da raggiungere il negozio ufficiale Converse, in Lower Manhattan: andiamo a piedi. Piano piano ci allontaniamo dai grattacieli e dalle strade con gli incroci ad angolo retto, per raggiungere la zona più antica e più spontanea, almeno architettonicamente, di New York. Passiamo di fianco al severo Flatiron Building, e raggiungiamo Union Square, dove incontriamo i nostri primi mercatini del Natale. Ci sono cose di tutti i generi e per tuttti i gusti, a cominciare ovviamente dalle decorazioni natalizie, per continuare con spezie, candele, abbigliamento, gioielli, complementi d’arredo e, finalmente, cibo.

Sul percorso incontriamo la Marble Church, una chiesa atipica con una iniziativa molto toccante: attorno alla cancellata sono appesi nastri arancioni (l’arancio è il colore del movimento contro la violenza armata). Ogni nastro rappresenta una vittima uccisa da un colpo di pistola, ogni anno sono circa 12.000 le vittime di questo tipo di violenza, di cui 1600 sono bambini o adolescenti. Sui nastri sono scritti i nomi e l’età delle vittime. Non si resta indifferenti.

Continuiamo sulla Broadway fino alla nostra meta, il numero 560. Ci sono molte interpretazioni della scarpa più famosa del mondo, e naturalmente la voglia di farsene creare un modello personalizzato è alta, ma mi trattengo ed eseguo solo gli ordini di acquisto impartitimi dall’alto.

Da Prince St prendiamo la metro, anzi la subway, fino a Gran Central Station. Anche qui ci sono i mercatini di Natale, non tanti come pensavo e molto simili a quelli appena visti, ma l’ingresso in questo gigantesco monumento è sempre emozionante e ci si illude di condividere il continuo via vai delle persone che vanno e vengono da New York.

Raggiungiamo Bryan Park dove, finalmente, troviamo un vero “villagio di Natale”, ricco in proposte diverse e molto natalizie, sia negli oggetti decorativi che nel cibo e bevande: biscotti speziati e cioccolata calda. C’è anche una pista di pattinaggio molto affollata, dove i pattinatori si divertono moltissimo, e altrettanto noi a guardarli, da quelli abilissimi ai più incerti, ma temerari.

Preferiamo a questo punto una veloce sosta in albergo, poi facciamo un giro da Macy per conoscere meglio il grande magazzino, che a ben vedere è molto simile a tutti gli altri visti nel mondo. Ah, la globalizzazione!

Per cena miriamo a Stardust, il famosissimo locale dove i camerieri sono anche eccezionali cantanti, e propongono pezzi dei musical più famosi. C’è molta coda, ma restiamo pazientemente in attesa. Davanti a noi ci sono quattro amiche, dietro di noi altre due ragazze.

Il proprietario esce e annuncia che si è liberato un tavolo da otto persone. Nessuno si propone. Ci guardiamo ed è un attimo: siamo noi! Un tavolo da otto composto da illustri sconosciuti, anzi, illustri sconosciute. L’iniziativa femminile non dà peso ai dettagli senza peso. Saltiamo la coda e mangiamo tutti insieme.  

Dopo cena andiamo verso il Rockfeller Center. Lì è pura magia, impossibile non emozionarsi …

La musica, i colori, le installazioni, le persone: tutto insieme stupisce e fa riemergere l’attesa, quando eravamo bambini, quando il Natale sembrava potesse bastare per sempre e per tutto .

L’albero illuminato è davvero bellissimo, con il suo puntale scintillante, e guardarlo nella prospettiva del Top of the Rock lo rende ancora più suggestivo

Davanti all’albero, un corteo di angeli, cascate d’acqua e luci riempiono gli occhi.

Sullo sfondo, ma grande protagonista la facciata di Sacks, animata da un gioco di luci e musica che si ripete in continuazione, mai uguale. Non si finirebbe mai di guardare.

Vale la pena essere qui.                                                                                                                                                                                                                                                  

3 dicembre

Stamattina ci dirigiamo decisi verso Gansevoort Street, dove sorge il nuovo Whitney Museum disegnato da Renzo Piano, e dove inizia la Highline, la passeggiata sull’Hudson realizzata su una vecchia strada ferrata

Nel percorso di andata abbiamo attraversato il quartiere di Chelsea, e trovato l’antico Chelsea Hotel, oggi in disuso come hotel e trasformato in monumento nazionale, ma in passato palcoscenico per molti film.

Il Whitney Museum, che osservo solo da fuori, ha linee molto riconoscibili dell’architetto genovese, e sorge ora nel Meatpacking District, oggi in pieno recupero e rivalutazione – infatti è un cantiere via l’altro.

Si accede alla passeggiata attraverso una breve scalinata, e ci si ritrova in un percorso pedonale pianeggiante, con una bellissima vista sull’Hudson e sulle attività del porto. Piano piano il percorso porta in mezzo alle case più classiche, basse e con le scale antincendio esterne, e ai grattacieli a specchio più alti e imponenti. In mezzo, una bellissima residenza disegnata da Zaha Hadid. La passeggiata si conclude con un ampio anello che coduce in una zona periferica, ma dalla quale si arriva agevolmente verso il centro.

La storia della Highline risale al 1800, quando era il percorso di una linea ferroviaria. Questa è poi caduta in disuso, il tracciato è stato dimenticato e trascurato, si è riempito di erbacce, finchè negli anni ’80 il Comune ha proposto un bando per recuperare la zona. Così è stato trasformato, per la gioia dei camminatori.

Dalla fine della Highline prendiamo la metro per visitare Lincoln Center: non ci eravamo mai stati, ma di fatto non c’è nulla da visitare. Siamo però quasi a Central Park, un’altra tappa imperdibile, e ne percorriamo un tragitto immersi nella tranquillità, nel silenzio, e nella magnifica natura che ancora conserva i colori autunnali, con il piacevole incontro di qualche disinvolto scoiattolo.

A metà pomeriggio raggiungiamo il pullman prenotato per la visita ai famosi Dyker Heights. Data la loro ubicazione, un quartiere residenziale lontano dal percorso della metropolitana, è indispensabile avere un mezzo di trasporto proprio.

Molte delle case di Dyker Heights, a Natale, si scatenano con decorazioni luminose estremamente ricche e vistose, che vanno dal bel giardino e dalla facciata illuminate e colorate, all’esagerazione di esporre qualunque addobbo natalizio possibile. In sostanza, bellezza limitata, ma molta curiosità: senza dubbio una forma di celebrazione e decorazione del Natale sconosciuta in Italia.

Il valore di questa gita si materializza nel viaggio di ritorno. Da Brooklyn rientriamo a Manhattan attraverso il Manhattan Bridge. Sono quasi le otto di sera, è buio, e lo skyline illuminato che ci appare davanti, in continua trasformazione, è grandioso. Sembra di vivere dentro la sigla del film di Woody Allen, con la magnifica colonna sonora della Rapsodia in Blue di Gerwshin.

Torniamo in noi, a cena andiamo da Bubba Gamp a mangiare i gamberetti.

4 dicembre – Dedichiamo la giornata a Ground Zero, alla visita e alla memoria.

Con la metropolitana veloce arriviamo facilmente in Fulton Street, e in pochi minuti a piedi raggiungiamo l’entrata della Freedom Tower, il grattacielo più alto di Manhattan costruito in risposta alla distruzione delle Twin Towers. Grazie al jet lag ci svegliamo ancora molto presto, altrettanto presto ci mettiamo in moto e anticipiamo la folla. Questo ci permette di fare pochissima coda per pagare il salato biglietto e raggiungere l’ascensore che, in pochi secondi, ci risucchia in cima ai suoi 541 metri di altezza.

L’emozione inizia subito: durante la salita uno schermo ci mostra Manhattan del lontano passato, quando era un’isola coperta di alberi, che in rapida trasformazione si popola di persone e di case … fino al 2001, quando l’impressione è che tutto crolli. Ma siamo in cima, e dopo una breve quanto inutile introduzione, abbiamo accesso al percorso panoramico che circonda tutta la torre e che permette di vedere la città dall’alto-che-più-alto-non-si-può, e soprattutto i dintorni. Il mio punto di partenza è la Statua della Libertà, poi man mano verso est Brooklyn e i ponti sull’East River, Middle Town, l’Hudson, il porto, tutto a 360 gradi, con un cielo bellissimo di azzurro e nuvole bianche.

Scendiamo con l’intenzione di visitare il museo, ma a questo punto la coda di persone in attesa è così lunga che desistiamo. Una pausa davanti alle fontane nate nello spazio lasciato dalle fondamenta delle due torri, dove sono riportati i nomi di tutte le vittime, e poi ci dirigiamo verso Oculus, la stazione con la struttura esterna ad ali di colomba disegnata da Santiago Calatrava.

L’interno, così bianco, sembra invitare alla tranquillità e forse alla riflessione. Pur essendo solo uno snodo verso il centro commerciale e la metropolitana, ha una sua identità fatta dalla pura bellezza e dall’armonia che ci invade. Un corridoio è dedicato a figure femminili che sono presenti in immagini, ma si animano in modo simpatico e complice man mano che le si osserva, e che sono presentate con una bella definizione.

Torniamo verso l’hotel a piedi, per goderci questa città che domani lasceremo, e che si mantiene un esempio di democrazia, tolleranza, accettazione, voglia di vivere e di vivere bene.

La serata si conclude da The Harold, e con un nuovo paio di Converse per me (resisto a tutto, ma non alle tentazioni)

(30 novembre – 4 dicembre 2018)

Cuba

Cuba_map Cuba, un’isola lontana, apparentemente senza altra storia che quella della sua rivoluzione, oppure della sua musica trascinante. Mentre prepariamo il viaggio, mi accorgo che di questa terra ho assimilato solo pochissimi aspetti, molto superficiali. Insomma, non ne so quasi niente. Andiamo.

24 marzo 2014  – Partiamo alla mattina molto presto, a Milano il tempo è sereno ma freddino, il primo breve volo ci porta a Parigi e lì abbiamo giusto il tempo di trovare l’imbarco per il Boeing 777 che ci porterà a Cuba. Il volo parte puntualmente, ma impiega oltre 10 ore per arrivare. Quando atterriamo a La Habana (questa è l’esatta denominazione in castigliano antico) è l’ora del tramonto, e dopo aver sbrigato tutti i passaggi per l’ingresso nel’isola, ormai è buio. Una macchina ci raccoglie all’aeroporto e ci porta all’Hotel Panorama, un palazzone abbastanza anonimo con il solo pregio di essere sul mare, il Mar dei Caraibi. Durante il percorso, ecco la prima sorpresa, inaspettata: le strade sono buie, non esiste l’illuminazione pubblica. Le uniche luci vengono dalle finestre delle case, piccole costruzioni apparentemente costituite da un’unica stanza, un solo piano, un piccolo spazio davanti, aperto, e il vezzo di belle inferriate in ferro battuto alle finestre. In giro, pochissime automobili, e alcune sono proprio i classici modelli degli anni ’50, così affascinanti, ma realmente vecchi.IMG_7714
IMG_772125 marzo – Lasciamo La Habana, che visiteremo alla fine del tour, e ci dirigiamo verso la Peninsula de Zapata. La strada è molto scorrevole, le automobili sono rarissime, passa qualche camion, in alternativa ci sono carretti trainati dagli asini o dai cavalli, del tutto indifferenti al passaggio del nostro grande pullman, che cambia spesso di corsia per evitare le numerose buche del fondo strada. Guardandosi intorno, si leggono scritte inneggianti alla Rivoluzione. IMG_7747Numerose le persone che fanno l’autostop, e la nostra guida, Carlos, ci spiega che è molto diffuso e regolamentato a Cuba, per garantire la sicurezza di chi viaggia. Intorno a noi ci sono prati verdi con una ricca vegetazione tropicale, in alcuni punti davvero fitta. In cielo volteggiano grandi avvoltoi, che hanno da quaggiù un aspetto molto leggero ed elegante. IMG_7899Numerose le mucche che pascolano libere, ma nonostante l’abbondanza di vegetazione, alcune sono davvero magrissime. Per la prima volta nella mia vita, credo, vedo contadini arare i campi spingendo due buoi che trascinano un aratro tradizionale. Per noi l’aratro di legno è ormai solo un elemento di decoro nelle case di campagna.IMG_7739 Durante il percorso Carlos ci racconta un po’ di Cuba, delle sue eccellenze, scuola e sanità, e non insiste sui difetti, come la diffusa povertà, la mancanza di quanto non sia essenziale, come capiremo da soli durante il viaggio. La prima tappa oggi è nel Gran Parco Natural de Montemar, dove sono allevati i coccodrilli, e possiamo vederne di tutte le età, dalla dimensione e di una grossa lucertola, al formato “due metri”, dall’apparenza pacifica e sorniona ma, ci dicono, durante la caccia, velocissimi e astuti. L’unico modo per sfuggire, in caso di attacco, è quello di correre a zig zag o in tondo, in quanto non sono capaci di seguire queste traiettorie. Inutile, invece, rifugiarsi su un albero: la pazienza del coccodrillo è molto superiore a qualunque possibilità di resistenza umana. IMG_7787Con una lancia raggiungiamo un’isola nella Laguna del Tesoro, dove è stato ricostruito un villaggio taìnos, e dove sorgono statue scolpite dalla scultrice cubana, Rosa Longa, che riproducono momenti di vita primitiva. In un piccolo locale aperto ci viene offerto il primo cocktail a base di rum, il Sauco, con latte di cocco e servito all’interno di una vera, e pesantissima, noce di cocco. La gita sull’acqua continua divertente e interessante, vediamo da vicino le mangrovie e alcuni enormi nidi di termiti appesi agli alberi. IMG_7808 Al ritorno sulla terraferma, durante il pranzo, ci vene proposta la carne di coccodrillo: è tenerissima, ma ha un retrogusto dolciastro che non mi convince del tutto. Siamo vicini alla famosa Baia dei Porci, dove si è sviluppata la crisi con gli Stati Uniti, le cui conseguenze ancora affliggono l’economia di quest’isola che comincio a trovare meravigliosa, accogliente, a cui comincio ad affezionarmi. Il nome della baia deriva dall’intenso allevamento di maiali che un tempo si conduceva in questa zona. Proseguiamo per Cienfuegos, la città che prende il nome da Camilo Cienfuegos, il governatore che ne promosse la ricostruzione dopo un uragano. Il tempo è pienamente estivo: ci fermiamo per percorrere una larga strada piena di negozi, Punta Gorda, qualche centro commerciale, molte proposte per i turisti, e tanta gente che la percorre. C’è anche un parrucchiere, per uomini e donne: un’enorme stanza con il perimetro allestito di semplici sedie e specchi. Le case sono molto eleganti e ben conservate, in elegante stile coloniale: sono basse, colorate di tonalità pastello delicate e allegre, con ampi terrazzi sul tetto, segno inequivocabile del clima mite di quest’isola. L’impatto con questo centro è positivo, ci raccogliamo sulla piazza principale, Parque Martì, dedicata all’amato eroe cubano José Martì, uno dei primi personaggi a combattere per l’indipendenza di Cuba. IMG_7861IMG_7866L’edificio forse più bello è il

 

 

 

 

 

Teatro Tomas Terry, costruito nel XIX secolo, dalla cui entrata si intravede un elegante interno. Sulla piazza si affaccia anche la Cattedrale intitolata alla Purissima Concezione, dalla facciata bianca, neoclassica, e due luminose cupole rosse. Infine, di fronte, il Palacio Ferrer, curiosa costruzione voluta dal proprietario di una piantagione di canna da zucchero. Sul tetto di un palazzo d’angolo, l’immagine di Che Guevara e una scritta che inneggia alla rivoluzione sembra sottolineare il fatto che qui non esiste la pubblicità, almeno dal punto di vista delle affissioni nelle strade. L’impatto con i problemi dell’isola avviene proprio mentre ci guardiamo intorno e godiamo della fastosa bellezza di questa città: in molti ci avvicinano, ci chiedono se possiamo regalare penne o saponette. Abbiamo la consapevolezza che qui non manca nulla, ma non c’è nemmeno niente di più del minimo indispensabile. Lasciamo Cienfuegos e ci allontaniamo dalla costa per percorrere la parte centrale, collinare, dove vediamo molte coltivazione di mango, oltre al proliferare di un arbusto dall’aspetto invasivo, del quale Carlos ci spiega l’utilizzo come combustibile. Ritorniamo verso il mare, lo costeggiamo e cominciamo a vedere le mitiche spiagge di sabbia bianca, corallina: stasera arriviamo a Trinidad del Mar. IMG_7894Veniamo alloggiati in un villaggio che, in prima battuta, ci lascia molto delusi, in quanto sarebbe stato molto meglio poter dormire a Trinidad. La città festeggia i 500 anni dalla fondazione, e lo fa con una grande festa musicale che frequenteremo in modo molto limitato.IMG_7921 26 marzo – Eccoci pronti la mattina per visitare Trinidad. Arriviamo in questa piccola, sorprendente città, divenuta patrimonio dell’Unesco affinchè non vada perduta la sua antica storia. Come ovunque a Cuba, si alternano zone ripristinate, ristrutturate, più ordinate, con altre dove il degrado e l’incuria sembrano sovrani. Diventa difficile dare a questi posti una valutazione di bello-non bello, nuovo-non nuovo, secondo i nostri consueti parametri. Intanto cominciamo la giornata con la visita a un laboratorio di ceramica. Avendone già visto moltissimi, in altre occasioni, non mi sento particolarmente interessata, ne approfitto per dondolarmi su una delle numerose sedie a dondolo che si trovano vicino all’entrata, e che sono un’altra caratteristica di questo Paese. All’uscita, un gruppo di donne ci propone l’acquisto di collane artigianali, fatte con semi diversi, diversamente accostati. Sono davvero belle, mi dispiacerà poi non averne acquistate di più. IMG_7910 Ci spostiamo verso le vie centrali di Trinidad, dove le aree recuperate sono più numerose. Le strade non sono asfaltate, ma mantengono caratteristici ciottoli, e molte abitazioni riflettono un passato di lusso e benessere, sia quelle recuperate e tinteggiate con i consueti colori luminosi, che altre ancora fatiscenti, ma ricche di fascino. Trinidad è stata fondata nel 1514 dallo spagnolo Diego Velazquez, e festeggia il suo 500° anno con un grande festival musicale che coinvolge un po’ tutti i locali. La musica è comunque destinata alle ore notturne, sebbene qua e là si incontrino gruppi spontanei di musicisti che interpretano la musica latino americana. Noi turisti del giorno ci dedichiamo a visitare il Palacio Cantero, dal nome della famiglia che vi abitò nel XIX secolo.IMG_7944 E’ un luogo splendido, con un cortile interno luminoso e fiorito, dove sono riproposti esempi di arredi dell’epoca, sebbene di originale ci siano solo due specchiere e un orologio. Dal palazzo stesso si sale al Mirador, una torre dalla quale si gode la vista della città, con i caratteristici tetti attrezzati di serbatoi d’acqua, e si vede fino al mare.IMG_7950 Ci raccogliamo poi sulla Plaza Mayor per osservare la Chiesa della Santissima Trinità, che ha una facciata neoclassica e, all’interno, presenta dei begli altari in legno intagliato, oltre al prezioso Cristo de la Vera Cruz, sempre in legno. IMG_7971 La chiesa attuale risale al XIX secolo, perché è stata costruita sulle rovine di un’altra, distrutta da un ciclone tropicale. Tutto intorno, le strade acciottolate, il traffico quasi inesistente, le persone che camminano con passo un po’ indolente, i mercatini dell’artigianato presenti in quasi tutte le strade, danno un insieme del carattere di questa città, che sembra ferma al passato. Ci concediamo un momento di riposo e di degustazione alla Canchànchara, locale storico che propone il suo caratteristico cocktail a base, indovinate un po’, di rum. Anche qui non manca la musica e, per molti, il piacere di ballare.IMG_7993 Ma il vero simbolo di Trinidad è la chiesa e il convento di San Francesco, una costruzione dalle forme morbide e dai colori pastello, che sembra fatta di zucchero. Il campanile è visitabile, e naturalmente ci arrampichiamo in cima, fino alla famosa campana: da qui il panorama è ancora più ampio che dal Mirador. IMG_8002             IMG_8008Dopo il pranzo, ci regaliamo un buon caffè sulla Plaza Mayor, e poi ci perdiamo ancora tra le deliziose stradine di Trinidad. Rientriamo in albergo e abbiamo il tempo di fare un graditissimo bagno, il primo nel Mar dei Caraibi. Qualche ora in spiaggia e, alla sera, aragosta a cena: una delusione, è troppo cotta, asciutta e poco gustosa. Ma siamo a Caraibi! 27 marzo – Oggi è la giornata dedicata alla visita di Santa Clara e al pellegrinaggio per gli eroi della rivoluzione cubana. Ripartiamo con il pullman e attraversiamo altra terra, altra foresta tropicale. Ai lati della strada, ogni tanto, capita di vedere una o più lapidi, là dove sono stati giustiziati alcuni dei combattenti. Durante il tragitto Carlos ci parla un po’ dell’economia di Cuba, che vede coinvolti sia gli abitanti e le loro piccole imprese, sia gli stranieri per i progetti più importanti, ai quali possono partecipare anche i, pochi, cubani ricchi.IMG_8059               E ora è il momento della storia della rivoluzione, e soprattutto del suo grande eroe, il Che.Ernesto Guevara de la Serna era un medico argentino, particolarmente generoso e sensibile ai problemi dei popoli oppressi. Il sopranome Che (pronuncia Cie) deriva dall’abitudine della parlata argentina di iniziare ogni frase con questa espressione, “che”, ed era stato dallo stesso Guevara talmente interiorizzato da diventare parte della propria firma.Nel 1956 incontra Fidel Castro e il fratello Raoul, ancora adolescente, e si unisce alla loro lotta per liberare Cuba dalla dittatura di Fulgencio Batista. La rivoluzione attraversa tutta l’isola, da est a ovest, da Santiago, passando per Santa Clara al centro, a La Habana a ovest. L’esercito rivoluzionario attira la classe poverissima dei contadini, che si uniscono ai combattimenti. Nel 1958 Fidel e il Che combattono insieme per la prima volta, ma è nella battaglia di Santa Clara che la rivoluzione e la liberazione di Cuba si compiono.Un treno blindato carico di armamenti destinati a rinforzare l’esercito di Batista era atteso di passaggio vicino a Santa Clara. Qui il Che e gli uomini la suo comando sferrano un attacco potente e riscono a far deragliare il treno. Da questo momento la rivoluzione di Cuba può dirsi conclusa e Ernesto Guevara ne diventa un artefice e un eroe. Il 30 dicembre 1958 Batista scappa da La Habana, Fidel e Che proclamano uno sciopero generale, bloccano i contatti con gli Stati Uniti e danno vita al Governo. In qualità di medico, il Che avrà il Ministero della Salute, oltre ad altri Ministeri, ma la sua integrità morale è così forte che, appena si rende conto della piega meno nobile che prende il regime di Fidel Castro, nel 1967 abbandona Cuba per portare il suo aiuto ai popoli oppressi della Bolivia. Ormai noto per il suo coraggio, ma anche per il suo carisma, l’anno successivo viene assassinato dalla Cia, e gli vengono amputate le mani, come messaggio simbolico della sua fine definitiva. Ernesto “Che” Guevara de la Serna muore a 40 anni. A Santa Clara, nel 1984, gli è stato dedicato un monumento imponente e intensamente di regime, con una statua in bronzo di rara bruttezza. Da questo momento il Che diventa “Figlio illustre” di Cuba. All’interno però ci sono moltissime foto di Che Guevara, di Fidel e Raoul Castro, dei numerosi compagni di avventura, dei figli e della famiglia, e una documentazione completa e interessantissima. Nella parte retrostante, quasi nascosto, si apre il tempio laico che lo celebra, e con lui celebra molti altri eroi caduti durante la rivoluzione, tutti indicati con il nome di battaglia. Per ognuno di loro, ogni giorno, un garofano fresco viene posto vicino alla lapide, e un fuoco eterno ricorda il Che e le sue imprese. Raramente ho visitato un luogo di culto dall’atmosfera tanto intensa e suggestiva. Non c’è però sicurezza che le spoglie del Che riposino veramente a Santa Clara: solo nel 1998 la Bolivia ha permesso che venissero fatte ricerche in questo senso, e quanto trovato non convince pienamente. Ma non importa, perché il simbolo è comunque fortissimo. Oggi la memoria del Che è conservata dalla primogenita dei suoi quattro figli. Dopo la visita a mausoleo di Santa Clara, ci spostiamo a visitare quanto rimane, e quanto è stato ricostruito, del treno blindato: sette vagoni con immagini dell’epoca, abiti, reperti, ritratti. IMG_8085 Siamo più o meno nel centro dell’isola, ci aspetta un lungo viaggio di ritorno a La Habana. Arriviamo che è ancora chiaro, passiamo forse da un quartiere particolare, ma è uno shock: le case non sono vecchie, sono fatiscenti, puntellate in modo precario; su terrazzi semi distrutti sventolano bucati miseri, quanto si intravede all’interno non è meglio di quello che c’è fuori. Nessuno sembra sofferente, ma le condizioni di vita sembrano molto difficili e misere.IMG_8104 Ci appoggiamo ancora una volta all’hotel Panorama, che ora, a confronto con il villaggio di Trinidad, mi sembra lussuosissimo, e dopo cena ci lanciamo per un primo incontro con la tradizione. Prendiamo un taxi, e andiamo al mitico Floridita, il bar più bello de La Habana, dove gustiamo un ottimo Daiquiri e assistiamo a uno spettacolino musicale di qualità. Ci lanciamo poi a piedi tra le strette strade dell’Habana Vieja, fino a trovare la Bodeguita del Medio, troppo affollata per una sosta, e la splendida Cattedrale, perfettamente illuminata. 2014-03-27 22.23.23 28 marzo – In una splendida giornata calda e piena di sole, cominciamo il giro a La Habana moderna, in particolare dedichiamo un bel po’ di tempo al quartiere Miramar, dove si raggruppano i palazzi delle Ambasciate. Qui le costruzioni sono molto belle e molto ben tenute, eleganti, fronteggiate da rigogliosi giardini. Ci fermiamo in un piccolo parco dove si stagliano numerosi Ficus Elastica, la pianta che cresce anche in larghezza moltiplicando le sue radici verso terra. Carlos ci dice giustamente che i bambini della zona non resistono e si appendono a queste radici, danneggiando un po’ le piante stesse. Ci riempiamo gli occhi con il mare sul quale si affaccia il Malecom, la bellissima passeggiata a mare de La Habana, il Palazzo del Campidoglio, oggi non visitabile perché in restauro. Di fronte, verso il mare, diamo un’occhiata veloce al monumento dedicato al generale Maximo Gomez. IMG_8113 Raggiungiamo la Plaza de la Revolucion, uno spazio enorme e un po’ squallido, dove su un lato sorge il Memorial José Martì, un monumento verticale particolarmente anonimo, di fronte sono rappresentate le enormi effigi di Che Guevara e di Camilo Cienfuegos e, intorno, altri edifici squadrati che sono sede di alcuni ministeri, del Palazzo del Governo e della Biblioteca Nazionale. In questa piazza si sono proposti alla folla due papi, Giovanni Paolo II nel 1988 e Benedetto XVI nel 2012. Oggi per noi è un ottimo punto di osservazione per le vecchie auto anni ’50, ancora molto presenti sull’isola, sidercar, moto taxi e altre amenità.IMG_8137 La tappa successiva è l’approfondita visita della fabbrica del rum Legendario, visita moderatamente interessante, dove possiamo degustare rum di diversi livelli di invecchiamento, oltre a un delizioso cocktail di caffè, rum e cioccolato che viene incendiato con una cerimonia molto coreografica. Il costo del rum è davvero basso e, nonostante la difficoltà a viaggiare in aereo con bottiglia di vetro, ognuno di noi fa scorta. Ritorniamo verso il centro della città, che ormai mi ha pienamente conquistata con il suo fascino decadente, e raggiungiamo il Castillo della Real Fuerza, possente monumento difensivo, purtroppo piazzato nel posto sbagliato. La prima costruzione risale al XVI secolo, e successivamente la fortezza è stata distrutta e ricostruita, perché comunque importante dissuasore per i nemici. Oggi è una galleria d’arte permanente. Ci spostiamo per dare un’occhiata a El Templete, o Piccolo Tempio, un monumento neoclassico che vuole ricordare il Partenone di Atene e sorge sotto un vecchio albero di ceiba. E’ un monumento molto caro ai cubani, che ogni anno, il 19 dicembre, data di fondazione della città, fanno alcuni giri intorno all’albero chiedendo che i proprio desideri vengano esauditi. IMG_8188 Ci addentriamo nella Habana Vieja, dove le ristrutturazioni sono completate, i palazzi si presentano nel loro pieno splendore, forti della loro antica storia. Partiamo dalla Plaza Vieja, con i suoi eleganti palazzi e i freschi portici, continuiamo per le caratteristiche stradine: una per tutte, la Strada de lo Opisco, o del Vescovo, dove hanno sede Ministeri e palazzi governativi. Ritroviamo finalmente la Cattedrale, nell’omonima piazza, splendida nel suo ricco stile barocco modulato dalla misurata tonalità della pietra grigia. La piazza, che ieri sera era vuota e silenziosa, di giorno è piena di gente e bancarelle piene di oggetti per i turisti. L’interno della cattedrale è ampio e chiaro, con l’immagine della Madonna sull’altare maggiore. La chiesa è intitolata all’Immacolata Concezione. cattedrale bodeguita2Ci allontaniamo dal mare, ritorniamo verso il centro de La Habana Vieja, e ci fermiamo davanti alla Bodeguita del Medio, dove c’è musica e si balla, anche in pieno giorno. Troppo affollata per riuscire a entrare, rimandiamo la visita e ci regaliamo un cocktail all’hotel Ambos Mundos, che ha avuto l’onore di ospitare, nelle sue stanze, lo scrittore Ernest Hemingway: le pareti sono piene delle sue fotografie. Continuiamo la passeggiata per l’Avana Vecchia, riempiendoci gli occhi con le case a colonne, i colori pastello, gli antri fioriti e arricchiti da opere d’arte. Ogni angolo è motivo di interesse e di stupore. La stessa città che ieri si era presentata cadente e fatiscente, oggi si mostra elegante e splendente, orgogliosa della sua storia.

gallo

La tappa successiva è la bella chiesa dedicata a San Francesco d’Assisi, affacciata sull’omonima piazza dal perimetro irregolare. s francescoSul percorso, osserviamo l’acquedotto della città, denominato Zanja Real. La chiesa non è visitabile, ci dobbiamo accontentare di una sbirciata veloce, e di ammirare le pesanti campane poste all’esterno dell’ingresso. Prima di pranzo riusciamo ancora a vedere il palazzo della Borsa, per poi salutare la maggior parte dei nostri compagni di viaggio, in quanto ognuno di noi proseguirà con un itinerario diverso. La nostra guida ci accompagna all’Hotel Inglaterra, vero monumento storico oltre che albergo, situato proprio al centro della città, a pochi passi dal Campidoglio e dal Gran Teatro.

hotel anglaterra

 

Purtroppo ci fermeremo qui solo poche ore, in quanto la partenza per domattina è fissata davvero molto presto, ma è comunque un piacere e un’emozione poter vivere questi spazi così lussuosi, portatori di una storia coloniale piena di eventi. Abbiamo alcune ore libere nel pomeriggio, e ci lanciamo a una visita della città secondo le nostre preferenze: incominciamo tornando al Floridita, tanto per dargli un’occhiata anche di giorno, e riprendiamo il percorso tra le strade della Habana Vieja, fino a incontrare la “Farmacia francese”, oggi museo oltre che negozio, bellissima da vedere con gli arredi di legno, i contenitori in ceramica decorata ordinatamente posati su tutti gli scaffali, e alcuni oggetti e documenti, ricordi del passato. framacia

Facciamo una breve tappa in un altro locale storico, il Café Paris, e continuiamo fino alla casa più antica de La Habana, la Casa de Obispo. Il nostro obiettivo è la Bodeguita del Medio dove, vista l’ora – siamo a metà pomeriggio – ci auguriamo di poter entrare senza problemi. E così succede: ci accomodiamo a un tavolino all’ultimo piano, con vista sui tetti, e beviamo il mojito più buono del mondo, senza trascurare di incidere i nostri nomi in mezzo alle migliaia di altri già presenti sulle pareti. Le pareti del locale sono un’infinita galleria fotografica dedicata a tutti i personaggi famosi che sono passati di qui.

bodeguita3
Dopo il cocktail, facciamo una piccola deviazione sul mare e rientriamo verso l’hotel attraverso il Paseo del Prado, una delle strade più belle de La Habana, dove si affacciano edifici storici come l’Hotel Sevilla, e dove lo spazio centrale della strada, pedonale, è pavimentato e frequentato dai ragazzi che corrono sui pattini a rotelle e sugli skateboard. Le numerose panchine di pietra invitano a qualche sosta riposante. Alla fine del percorso, mentre siamo ormai in vista dell’hotel, ci viene incontro una sfilata di automobili anni ’50, coloratissime.

auto epoca

 

29 marzo – Alle quattro e mezzo del mattino, con solo un caffè in corpo, siamo prontissimi per volare a Cayo Largo. gaviotaUn pullman ci porta nel piccolo aeroporto di Playa Baracoa, dove ci aspetta un piccolo aereo delle linee Aerogaviota, dedicato a questo breve viaggio. Il mio posto è lontano dai finestrini, e vivo la strana sensazione di non riuscire a capire se l’aereo è fermo o si muove, se vola o è ancora a terra, non vedendo nulla all’esterno. Il volo è comunque tranquillo e comodo, e ci viene offerto un delizioso caffè.
L’arrivo a Cayo Largo è surreale: all’aeroporto ci accoglie un gruppo musicale che esegue ritmi cubani, ma appena fuori, nell’aria limpidissima del primo mattino, quello che colpisce è lo straordinario silenzio, rotto solo dal canto degli uccelli. Un pullman scoperto ci porta al nostro hotel, Sol Pelicano, e dobbiamo subire una piccola delusione, il mare è molto mosso. Non me lo aspettavo, ai Caraibi! caio2Per fortuna sarà solo un problema limitato al primo pomeriggio. Abbiamo comunque abbastanza da fare ad apprezzare la sabbia corallina, bianca e incredibilmente fresca nonostante il sole cocente, e ad assaggiare i cocktails a base di rum che ci vengono offerti. Anche se avevamo già fatto una buona conoscenza durante il tour, è qui che la nostra amicizia con Lucia prende piena forma.IMG_8444

30 marzo – Per quanto la spiaggia e il mare davanti al nostro hotel siano bellissimi, sappiamo che a Cayo Largo ci sono due delle spiagge più belle del mondo. Per raggiungerle, prendiamo un buffo trenino che in mezz’ora ci scarica sulla prima, la Playa Paradiso.treno Ed è in effetti un paradiso di sabbia bianca, palme, silenzio e un mare lagunare che vistiamo con una lunga passeggiata attraverso le secche sabbiose, dove l’acqua ha tutti i colori dell’azzurro e del verde mescolati o alternati insieme: una cartolina! Gli spazi sono talmente ampi che la presenza di altre persone è quasi inavvertita.

playa paradiso

Dalla Playa Paradiso ci spostiamo a piedi per raggiungere Playa Serena, attraverso un percorso fatto di sabbia bianchissima, arbusti spontanei e curiosi uccellini che beccano nella sabbia umida. L’arrivo a Playa Serena è la scoperta di un angolo di mondo indescrivibile. La spiaggia, bianchissima, è immensa, con un boschetto di palme verso l’interno. L’acqua è del più puro turchese e invita a bagni lunghissimi.playa serena


Poco distante, una recinzione trattiene due (poveri) delfini, che nuotano in questo spazio ristretto per offrire, a chi lo desidera, l’opportunità di fare il bagno insieme. Il mare è talmente bello e trasparente che si vorrebbe non uscire mai. Invece prima o poi bisogna rientrare.delfini In albergo, ci arrampichiamo su una torre panoramica, per vedere il panorama dell’isola, e ceniamo nel ristorante che propone cucina cubana. Io scelgo il piatto che si chiama “roba vieja”, fatto con straccetti di carne conditi con spezie molto aromatiche, davvero buono. Dopo cena ci avviciniamo alla spiaggia e, grazie al buio quasi totale, possiamo osservare il meraviglioso spettacolo delle stelle in cielo. Proprio sopra di noi ci sono Sirio, e la costellazione di Orione, mentre spostati verso est si riconoscono l’Orsa Maggiore e l’Orsa Minore, in una posizione leggermente diversa rispetto all’ Italia.

31 marzo – Oggi ci organizziamo per fare una gita in catamarano. Anziché scegliere la proposta dall’albergo, andiamo alla Marina di Cayo Largo e ci imbarchiamo sul Cococlub, che ci porterà a visitare la laguna e il reef. La gita in barca è sempre molto divertente, e anche se il catamarano non alzerà mai le vele, preferendo l’andatura a motore, sarà comunque una bellissima esperienza. Ci allontaniamo dal porto passando in mezzo alle mangrovie, e la prima tappa è l’isola delle iguana.

iguanaNonostante millantassi che mai sarei scesa in mezzo a quei rettili, non resisto e, con Mara, ci uniamo al gruppo che scende dalla barca per raggiungere l’isolotto. Irresistibili sono il paesaggio intorno, il mare trasparente e turchese, l’isola di sabbia bianchissima. Gli iguana si rivelano innocui lucertoloni inespressivi, come tutti i rettili del resto, alcuni con una corazza dalle belle tonalità grigio-blu, completamente indifferenti alla nostra presenza, e poco sensibili anche al cibo che qualcuno gli ha portato, evidentemente hanno sufficiente nutrimento o sufficienti turisti che ci pensano. Riprendiamo la navigazione in questo mare cristallino dai colori meravigliosi, per fermarsi nella cosiddetta piscina, un’area vasta e poco profonda dove, ci dicono, è possibile trovare ricci di mare, stelle marine e conchiglie. Io mi sento fortunatissima perché trovo la mia personale stella, bellissima, verde, che prendo in mano per pochissimi istanti, abbastanza per avvertire sul palmo le sue tenere ventose che cercano di aderire, la mia lucky star.

stella rossa1

stellaverdePaolo ne trova una enorme, rossa, molto meno simpatica della mia. Ora ci dirigiamo verso il mare aperto, verso la barriera corallina dove faremo il bagno con le maschere e potremo osservare i fondali tropicali. Il mare diventa più profondo, e quindi più blu. Non troviamo, qui immersi, la vivacità e la concentrazione faunistica del mar Rosso, dove sembra davvero di essere dentro un acquario, ma ci sono tantissimi pesci e alcuni molto grossi. Il ritorno è una piacevole crociera al sole.crociera

Scendiamo a Playa Serena, dove i delfini ci danno il benvenuto, e ci dirigiamo subito in spiaggia: Lucia ci aspetta con una fresca bibita al cocco.cocco

Un’ultima passeggiata sulla battigia ci regala la sorpresa di una terza stella marina, grande, gialla, bellissima. La teniamo fuori dal’acqua solo il tempo di fare la fotografia! E’ il saluto più bello e più vivo che ci regala questa isola da sogno.

stella gialla

 

1 aprile – Stamattina riprendiamo il nostro piccolo aereo e torniamo a La Habana. Ci dispiace molto andare via, siamo stati conquistati dalla dolcezza di queste persone, dalla musica vivace e malinconica, sempre presente in sottofondo, dalla bellezza della natura. Durante il volo di ritorno ho la fortuna di sedere vicino a uno dei pochissimi finestrini, e mi diverto a fotografare l’arcipelago sotto di noi, con l’Isola della Gioventù, che si riconosce perfettamente. La partenza tempestiva ci regala quasi una giornata per visitare La Habana con i nostri tempi. Dopo aver lasciato i bagagli nell’albergo di appoggio, ci dirigiamo subito verso il porto, per dare un’occhiata al mercato coperto dell’artigianato, una vasta zona dedicata rigorosamente ai turisti. Da qui raggiungiamo la bellissima chiesa di San Francesco d Paola, un monumento insolitamente isolato che pare sorgere dal nulla. Questo si spiega perché la chiesa barocca, costruita nel XVIII secolo, era destinata alla demolizione, e si è salvata solo grazie all’intervento di un privato che ha acquistato l’area dove sorge.

san francesco

Guardandola, si capisce che alcune parti sono state abbattute e perdute, ma quanto resta è sufficiente per comprenderne la bellezza originale e la maestosità. Ci tuffiamo ancora una volta nell’irresistibile dedalo di stradine assolate de la Hanana Vieja, fino a raggiungere un’altra volta la Chiesa di San Francesco d’Assisi, e sederci sulla panchina dedicata sorprendentemente a Chopin. Ci perdiamo tra le strade, in mezzo a questa bellezza decadente e affascinante che riempie gli occhi e tutti i sensi, fino al cuore. Capisco che non bastano le immagini a descrivere pienamente questa terra, perché le sensazioni che rimanda sono tante, e vanno dalla colonna sonora, dai ritmi lenti e morbidi degli abitanti, dalla luce e dall’aria leggera, dai colori vivaci e puliti. Hasta siempre, Cuba.

(24 marzo – 2 aprile 2014)

 

habana vieja

 

(24 marzo – 2 aprile 2014)

Questo in Europa non c’è

 

South West Panorama - agosto 2009 001

31 luglio 2009 – Daniele ci accompagna a Linate la mattina molto presto: facciamo insieme colazione e poi via … scalo a Francoforte, trasvolata oceanica e poi ancora sorvoliamo tutti gli Stati Uniti perché atterriamo, dopo 11 faticosissime ore, a San Francisco dove, grazie ai fusi orari rincorsi, è solo primo pomeriggio.

Ci raccoglie Dario, italo svizzero trapiantato in California, che ci porta all’hotel Holiday Inn Civic Central. All’aeroporto il tempo è bello soleggiato e persino tiepido, ma è una pia illusione, perché in città troviamo, come da tradizione, nebbia e fresco, per non dire freddo. L’albergo è bello e comodo, ma ahimè un po’ decentrato e in una zona piuttosto squallida. Facciamo subito una passeggiata verso il centro, prendendo la Market Street, una delle arterie stradali che attraversano tutta la città, e all’incrocio con Powell troviamo un capolinea del cable car, il vecchio tram a fune che sale e scende per tutta la città.

South West Panorama - agosto 2009 444.JPG

Ci sono molti homeless che si portano dietro tutto quello che possiedono nei carrelli del supermercato. Pare che con la crisi siano aumentati, ma che comunque facciano un po’ parte della normalità, e non è facile da accettare. Hanno comunque molta dignità, e ne vediamo un gruppo che gioca a scacchi. Sulla via del ritorno assistiamo a una sfilata di biciclette, e qui San Francisco tira fuori la sua anima profondamente libera dai giudizi e anticonformista: tra le tante bici ci sono molti modelli insoliti e divertenti, ma tra chi le guida c’è una ragazza in topless e due ragazzi nudi che pedalano in mezzo agli altri in allegria! E come primo giorno siamo a posto così! Cena al Burger King (non c’è altro in zona) e via a nanna, che siamo in piedi da circa 24 ore.

1 agosto – Naturalmente siamo svegli prestissimo per l’ora locale, ma meglio così che il tempo ci rende di più. Alle otto siamo già alla fermata del cable car con l’intenzione di farci portare all’altro capolinea, Fisherman Wharf. Ma il tram è rotto, o meglio è rotta la fune che lo traina –pare capiti spesso – e dopo una lunga e vana attesa, mentre la fila di chi vuol salire si allunga sempre di più, decidiamo di avviarci a piedi e prenderlo semmai al ritorno. South West Panorama - agosto 2009 456

Ci arrampichiamo per la Powell Street, e come prima tappa ci fermiamo a Union Square, uno dei centri principali della città, dove hanno sede alcuni degli hotel più prestigiosi e alcuni interessanti negozi: infatti ci lanciamo nello shopping, soprattutto nello store della Levi’s (bisogna dire che negli Usa i jeans costano il giusto) e da William Sonoma, negozio meraviglioso di casalinghi dove avrei comprato tutto, ma mi accontento di qualche accessorio per la cucina e di due bellissimi grembiuli.

South West Panorama - agosto 2009 448.JPG

Così carichi riprendiamo la nostra passeggiata verso Fisherman Wharf: sulla strada incrociamo Chinatown, variopinta e caratteristica (oltre ad essere il più popoloso agglomerato di cinesi fuori dalla Cina),e a seguire North Beach, ovvero il quartiere italiano. I posti più interessanti sono la strada Cristoforo Colombo che lo incrocia per un bel pezzo, la Washington Square, verdissima, la chiesa di San Pietro e Paolo, bianca e dallo stile un po’ impreciso, e le bandierine tricolore che avvolgono i pali della luce. Inconsapevoli della distanza ancora da percorrere, resa difficile da calcolare  a causa del continuo saliscendi della città, continuiamo a camminare, e guardiamo le case vittoriane di legno, dipinte in tenui colori, arricchite da una vegetazione uguale a quella della Liguria, soprattutto palme e bouganville.

South West Panorama - agosto 2009 030.jpg

Finalmente raggiungiamo il mare, i famosi Pier 39 e Fisherman Wharf,  una zona di San Francisco affollatissima di turisti e di conseguenza di negozi a loro dedicati, ma riusciamo a trovare qualcosa di divertente: per esempio l’immancabile Hard Rock Cafè, e soprattutto il Wild Forest Shop, dove sembra di immergersi in una foresta tropicale e dove c’è un acquario gigantesco. Nel bailamme generale, nella confusione della folla, mentre i gabbiani resi domestici dall’abitudine ci camminano tra le gambe come fossero polli, entriamo da Ghirardelli a comprare il cioccolato, guardiamo dall’esterno una nave da guerra e un sottomarino attraccati e rimasti qui dopo la seconda guerra mondiale,  facciamo una visita alla colonia di leoni marini che, tra un tuffo e l’altro, se ne stanno stravaccati al sole (leggiamo che alcuni di questi animali, abituati ad essere nutriti dai turisti e da chi si diverte a guardarli, ha deciso di non emigrare seguendo l’istinto della specie, ma si ferma qui tutto l’anno).

South West Panorama - agosto 2009 463.JPG

Dopo questa immersione nella folla, peraltro divertente perché le cose curiose da vedere, anche piccole, sono tantissime, torniamo verso l’albergo. Stasera ceniamo con Lorenzo e dobbiamo raggiungerlo a casa sua, quartiere Mission.

Cambiamo completamente panorama: mentre prima abbiamo camminato verso nord, ora ci dirigiamo verso sud ovest, e dopo un bel pezzo di strada tra capannoni ed edifici più o meno anonimi, ricominciamo ad arrampicarci. Del resto, dobbiamo raggiungere il Dolores Park, e dalle foto abbiamo visto che ha una bellissima vista sul Financial District. Nel frattempo, però, incrociamo la Mission Dolores, una chiesa un po’ barocca, la chiesa della Mission di San Francesco, piccola e bianca ma tutt’altro che mistica, visto che ospita un cocktail party, e entriamo nello spirito della zona, piuttosto messicano, visti i numerosi locali che offrono tapas e burrito.

South West Panorama - agosto 2009 471.JPG

Raggiungiamo il parco, che è piccolino ma molto affollato di persone che si divertono e si capisce quanto amino stare all’aperto: si portano qualunque cosa per passare il tempo, libri, strumenti musicali, cibo, e si godono i prati. Lorenzo abita molto vicino, in una bella casa vittoriana: il suo appartamento è al secondo piano, ingresso indipendente e un curato backyard dove, sembra impossibile, ma i rumori della strada non arrivano. Con Lorenzo mangiamo ottime e saporitissime tapas, ma prima ci accompagna a vedere i murales di Balmy Alley, una piccola strada i cui muri laterali sono completamente dipinti, sia di immagini fantastiche che di richiami alle tragedie politiche sudamericane. Torniamo all’albergo  che la città è ormai immersa nella notte, e dai locali risuonano le musiche e le chiacchiere.

2  agosto – Oggi incontriamo il gruppo con cui faremo il viaggio: siamo un pullman bello pieno di 50 persone, e lì per lì mi viene un colpo. Come faremo a sincronizzarci in 50? Ancora non so che andrà tutto benissimo, anche per merito di Maria, la nostra guida, che dimostra subito un piglio militare ben deciso, indispensabile per mettere in riga 50 italiani tendenzialmente indisciplinati.

South West Panorama - agosto 2009 021.jpg

Alla mattina ci uniamo al gruppo per un tour (velocissimo) della città, ri-vediamo Chinatown e North Beach, ma poi andiamo verso ovest, in Alamo Square dove ci sono case vittoriane meravigliose e di gran lusso, da lì attraversiamo l’ordinatissima Japan Town fino al Golden Gate Park. Visitiamo il Giardino Zen,  delizioso angolo fuori dal mondo dove regna silenzio e calma, appunto, zen (ma come fanno?), poi finalmente arriviamo al magico Golden Gate.

South West Panorama - agosto 2009 473.JPG

La sua struttura rossa e imponente, che scavalca la baia di San Francisco, ne fa il simbolo della città: lo attraversiamo in parte, giusto per poter godere del panorama di Frisco dal mare, con davanti la sua baia piena di barche, e Alcatraz, prigione a un passo dalla terraferma, resa incredibilmente sicura da un mare freddissimo e dotato di correnti così forti che è impossibile nuotarvi. Ancora con il gruppo scendiamo fino a Fisherman Wharf e facciamo un giro nel Cannery (ex fabbrica Del Monte, ora centro per turisti con ristoranti e negozietti niente male), pranziamo tutti insieme. Il gruppo procede in pullman per Sausalito, noi preferiamo continuare il giro della città, ci mancano alcune zone da visitare. South West Panorama - agosto 2009 495.JPG

Prima di tutto andiamo alla famosa e fiorita Lombard Street, poi attraversiamo fino a Telegraph Hill, antico punto di avvistamento da cui si gode una stupenda vista della baia – sembra non finire mai!, poi prendiamo un taxi che ci porta a Haigh Ashbury.

South West Panorama - agosto 2009 052.jpg

Il quartiere dove, nel 1967, si celebrò la Summer of Love e da cui partì la protesta pacifista contro la guerra in Vietnam, che attraversò il mondo, è oggi un’elegante strada che vive di ricordi, con negozi particolari a misura di turisti. Non resisto lo shopping di magliette con su il simbolo della pace! Da qui, ritorniamo verso l’hotel facendo un giro ampio che ci porta a passare per Castro. E’ il quartiere gay, pulito, ordinato e apparentemente deserto come spesso sono in queste città americane, dove le case hanno le tende aperte e gli interni sono esposti, indifferenti alla curiosità di chi passa … ma in effetti passiamo solo noi ….

South West Panorama - agosto 2009 498.JPG

Il centro di Castro, con il suo cinema, è invece pulsante di persone, soprattutto coppie omosessuali, e di negozi che senza imbarazzo propongono incontri, letteratura erotica, film dedicati a coppie monosex. Qui sventolano due bandiere della pace, quasi una firma dell’aria che si respira in tutta la città, stravagante e totalmente priva di giudizi. Riprendiamo la Market Street, sappiamo che ci porterà dritti all’hotel, siamo stremati, facciamo l’ultima cena in solitaria e poi a nanna. Domattina si parte, e presto, per il tour.

3 agosto – Si parte verso l’interno: la prima città che incrociamo è Oakland, poi la campagna, con distese di filari di viti e frutteti, e enormi pale eoliche. Il nostro obiettivo, oggi è il parco nazionale di Yosemite (pare che il nome derivi da Yusumati, che corrisponde a grizzly bear). 

La prima fermata è davanti all’imponente roccia di El Capitan, parete di granito praticamente verticale, scalabile, altissima … cominciamo a prendere atto di queste proporzioni immense a cui i nostri occhi non sono abituati … e le cascate Velo di Sposa (Bride Veil), nome di facile interpretazione visto che l’acqua, prima di precipitare, spruzza e nebulizza una nuvola bianca che ricorda, appunto, un velo. Ci attardiamo nel bosco dove ci sono numerose sequoie, che non hanno le proporzioni immense del Generale Sherman (che non vedremo) ma si difendono. Riprendiamo il cammino per fermarci su una posizione panoramica dalla quale si vede bene l’Half Dome, altra parete verticale ancora più alta di El Capitan, e per camminare su una distesa di dune di pietra bianchissime e brillanti nel sole. Attraversiamo tutto il parco, godendone il verde della vegetazione, l’azzurro del cielo e soprattutto la vastità dello spazio libero, perché stasera dormiremo a Mammoth Lake, stazione sciistica frequentata da sanfrancischesi e losangelini. Siamo sulla Sierra Nevada. Insomma andiamo in montagna, dove c’è persino ancora un po’ di neve. Sul percorso costeggiamo  il bellissimo Mono Lake, azzurro placido, caratteristico per le rocce e le stalattiti che sorgono dalle sue acque. Ceniamo appena discretamente in un hotel gelido (e impariamo un’altra cosa degli americani: adorano il ghiaccio e l’aria condizionata bassissima …).

 

 

 

 

 

4 agosto – Ci alziamo con un bel tempo sereno, temperatura decisamente fresca e residui di neve sui monti attorno. Partiamo e, dopo pochi tornanti, incontriamo il punto dove passa la Faglia di Sant’Andrea, dove le zolle sono vicine ma non aderenti. Comunque per adesso niente terremoto, noi abbandoniamo i monti della Sierra Nevada, ritorniamo in pianura e prendiamo confidenza con gli spazi infiniti, le strade lunghe e dritte del Nevada.

South West Panorama - agosto 2009 521

Siamo a una estremità del deserto del Mojave, un ampio spazio che si stende dalla base della Sierra Nevada verso sud, fin dietro la città di Los Angeles. Incontriamo mucche al pascolo, praterie di Joshua Trees, ma rarissimi insediamenti umani. Ci sorvolano quattro aerei da caccia in perfetta formazione, qui c’è una importante base militare. Vediamo Manzanar (frutteto di mele, in spagnolo), ovvero quello che resta della prigione dove sono stati reclusi più di 100mila giapponesi dopo la seconda guerra mondiale.

South West Panorama - agosto 2009 528.JPG

Dopo il 1945, i Giapponesi stessi hanno voluto trasformare questo spazio in un sito storico, e i discendenti dei prigionieri vengono ancora a visitarlo. Intanto il paesaggio si fa sempre più arido e desolato, stiamo entrando nella Death Valley. Il primo punto panoramico che incontriamo è il Crowley Point: da qui, il paesaggio lunare di questo deserto si propone in tutte le tonalità dell’ocra. Continuiamo per quella che è una pista bianca e infuocata dal caldo (la temperatura esterna è intorno ai 45°) fino al deserto di dune di sabbia. Facciamo una sosta torrida a Furnace Creek, di nome e di fatto… Qui, a beneficio dei turisti, ci sono il negozio di alimentari, un paio di ristoranti e  ovviamente uno spazio dove comperare souvenirs e magliette. Consumiamo uno spuntino su una panchina, peraltro circondati da uccelli scheletrici e affamati che ci girano intorno con il becco spalancato. Tra loro e il caldo non vedo l’ora di ripartire. La tappa successiva è (finalmente!) Zabriskie Point, luogo di grande emozione per chi ha amato e apprezzato l’omonimo film di Antonioni. Devo dire che vederlo, entrarci, ascoltarne il silenzio e osservarne le forme rigorose, tutto questo dà un’emozione difficile da descrivere. Le tonalità dei colori, pur simili, sono tantissime, dal bianco più freddo alle sfumature arancio; le forme tondeggianti e levigate dal vento di centinaia di anni sono morbide, nonostante stiamo parlando di arida pietra; l’ampiezza dello spazio è, come al solito, insolita per i nostri canoni, inafferrabile. Resterei in mezzo a questo deserto ancora a lungo … chissà perché il deserto mi attrae così tanto … ma si riparte, stasera saremo a Las Vegas.

South West Panorama - agosto 2009 537.JPG

Appunto, Las Vegas, che delusione! E’ vero che ovunque ci sono slot machine e tavoli da roulette dove giocare, ma sono circondati da povera gente in cerca di fortuna non per gioco ma, sembra, per sopravvivere. La tristezza è palpabile. Per sfuggire a tutto questo noi, con Lella e Gino, prendiamo la mono rotaia e andiamo sulla Strip, entriamo nel Ceasar Palace dove serenamente ci perdiamo in mezzo a un baraccone di giochi da circo, vetrine di griffe italiane, corridoi, fontane, cieli finti, luci, musiche …. E aria condizionata gelata! Diamo ancora un’occhiata alle scenografie che riprendono Venezia e Parigi, assistiamo all’eruzione del vulcano e serenamente ce ne torniamo in albergo. Abbiamo visto Las Vegas, arida cattedrale nel deserto.

South West Panorama - agosto 2009 545.JPG

5 agosto – Via da Las Vegas! Ma è più facile dirlo che farlo, si rompe il pullman e perdiamo due ore in attesa della sostituzione. Scopriamo poi che abbiamo semplicemente perso un po’ di tempo che sarebbe stato dedicato allo shopping in un outlet lungo la strada, dove riusciamo comunque a colpire, quindi poco male. Le mete che raggiungeremo oggi saranno lo Zion Park e, stasera, il Bryce Canyon, ma intanto ci sono moltissimi chilometri da percorrere nel deserto. Siamo nel Nevada, entreremo nello Utah, lo stato dei Mormoni. Maria, la nostra guida, ci racconta di una località chiamata Four Corners, dove non passeremo, ma che rappresenta il punto ideale dove si incontrano quattro Stati, Arizona, Utah, Colorado, New Mexico. Comunque dalle finestre del nostro pullman continuiamo a prender confidenza con questi spazi immensi e sconfinati. 4corners_map

La strada è un unico nastro asfaltato in mezzo al nulla, intorno solo qualche strada sterrata. Attraversiamo il Virgin River, un affluente del Colorado. Questo che percorriamo è il West per eccellenza, il territorio storicamente occupato dai nativi americani, di cui cominciamo a imparare qualcosa: per esempio, che i primi a insediarsi erano gli Anasazi, o Fremont People, antenati degli indiani Pueblo. Questa tribù, ricordata ancora oggi per la sua abilità nella lavorazione della ceramica e dei cesti di paglia, pare sia improvvisamente scomparsa. In realtà, forse si sono solo spostati alla ricerca di un clima migliore, e chi è rimasto ha cambiato le abitudini fino a riconoscersi con nomi diversi, come Pueblo, Hopi.

South West Panorama - agosto 2009 564.JPG

Ci arrampichiamo sullo Zion Park (il nome deriva da Sion, terra promessa): è il nostro primo impatto con l’arenaria rossa emersa dal mare migliaia di anni fa, ed  molto emozionante. Sulle pareti a strapiombo si alternano tutte le tonalità del rosso e dell’arancio, il bianco del calcare, il nero lasciato dall’acqua della pioggia, il verde dei tenaci alberi che crescono nelle posizioni più insolite. Come descrivere tutto questo? Non credo sia possibile, le immagini si somigliano, ma nella realtà ogni angolo è diverso, diversa l’alternanza dei colori, l’intensità della luce, la brillantezza dove batte il sole e l’atmosfera del controluce, tutto a confronto con gli spazi senza confine e il silenzio totale.

Riprendiamo la marcia, stasera saremo al Bryce Canyon, una scultura gigante fatta di mille colonne lavorate nei secoli dagli elementi: arriviamo al tramonto, e subito ci è chiaro che non potevamo essere più fortunati. La giornata è bellissima, noi ci affacciamo su questa meraviglia bianca, gialla e arancio, che è di pietra, ma cambia in continuazione a seconda della posizione da cui si guarda, delle nuvole che, correndo, creano ombre ad effetto, dei raggi obliqui del sole che fanno risaltare la profondità. La fantasia della natura ci sovrasta e ci diverte, scendiamo in mezzo a questi “camini” per il gusto di toccarli. Certo ci piacerebbe stare molto più tempo, ma ci accontentiamo. Alloggiamo al Best Western Ruby’s Inn, che capiremo poi essere il migliore di tutti gli hotel, dove mangiamo una bistecca squisita.

6 agosto – Lasciamo l’ottimo Ruby’s Inn e ci avviamo verso Canyonlands. Stamattina piove, ma rapidamente migliora, e durante il viaggio ci accompagna una colonna sonora di musica country. Siamo entrati totalmente nel west più classico, il west che conosciamo attraverso i film, fatto di sterminati campi e mandrie di bovini. In questi territori si sono consumati infiniti scontri tra i nativi e i bianchi invasori, culminati con la battaglia del Little Bighorn (che si trova nel Montana orientale). Alla fine di questa battaglia, tra i Lakota Sioux, Cheyenne e Arapaho da una parte, e il 7° Cavalleggeri guidati dal tenente colonnello George Armstrong Custer dall’altro, risultarono vincitori i nativi grazie alla strategia di Sitting Bull e al coraggio di Crazy Horse: quasi tutti i bianchi furono sterminati.

 South West Panorama - agosto 2009 604.JPG « Quando un esercito dei bianchi combatte gli indiani e vince, questa   è considerata una grande vittoria, ma se sono i bianchi ad essere sconfitti,   allora è chiamata massacro. »
(Chiksika)

All’ora di pranzo siamo a Capital Reef, un’altra area di rocce rosse che riesce ad essere spettacolare in un modo ancora diverso: ci sono colonne di arenaria che si succedono per chilometri, e nel nostro percorso incontriamo quella chiamata The Castle. Ci fermiamo per il pranzo, o meglio un picnic, a Fruita, un’area ricca, appunto, di frutteti, un tempo abitata dai Mormoni che qui hanno una piccola dimora visitabile, oltre a una sorta di self service della frutta, U-pick fruit. L’area è davvero gradevole, ampia e luminosa, ci sono i cerbiatti che, senza troppo timore, si avvicinano a si lasciano fotografare, ci sono alberi di pioppo di dimensioni gigantesche (del resto siamo in America dove tutto è grande, no? …) e di lì passa il fiume chiamato Fremont, come gli indiani che hanno abitato queste zone.

South West Panorama - agosto 2009 614.JPG

Dopopranzo ripartiamo e nel percorso il paesaggio cambia continuamente, vediamo nelle rocce tutte le forme e tutti i colori, godiamo uno spettacolo quasi indescrivibile, sono i Needles.  La prossima tappa è Dead Horse Pont, uno spazio reso celebre dal film Thelma & Louise, ma che merita tutta la nostra attenzione sia per la leggenda da cui prende il nome che per la bellezza intrinseca del luogo. Il nome deriva dalla storia di un gruppo di cavalli selvaggi, catturati dai cowboys, raccolti su questo strapiombo a picco del fiume Colorado, e poi dimenticati, così che i cavalli sono morti di sete a poche centinaia di metri dall’acqua. Lo spettacolo è suggestivo, qui il colore verde-azzurro del fiume, che si piega in un’ansa molto stretta, brilla nel contrasto con la terra rossa che lo circonda, e riflette il colore del cielo e delle nuvole. E’ un punto dove si incontrano tutte le caratteristiche paesaggistiche di questa zona, oltre ad essere solo una parte di uno spazio incommensurabile, e l’emozione è davvero tanta. Anche questo in Europa non c’è.

South West Panorama - agosto 2009 631.JPG

 

Lasciamo Dead Horse Point e riprendiamo verso Canyonland, la nostra meta finale della giornata, terra abitata dagli indiani Fremont: ci fermiamo a Moab, all’hotel Ramada, e con Gino e Graziella ci concediamo una succulenta cena messicana, oltre una passeggiata nella città e nei suoi negozi pro turisti. La mattina dopo, con la luce, ci accorgeremo di essere immersi nelle rocce di arenaria rosse e di avere una spettacolare vista sui monti La Sal, così bianchi di sale da apparire innevati.

South West Panorama - agosto 2009 636.JPG

7 agosto – Ci dirigiamo verso Arches, un’altra area di Canyonlands, e ancora una volta prendiamo atto di come questa terra riesca ad offrire paesaggi diversi usando sempre l’arenaria rossa e gli elemento naturali (pioggia, ghiaccio e soprattutto tempo) che la lavorano. Arches, come dice il nome, è una concentrazione di rocce ad arco, aperte, bucate, dove è facile arrampicarsi per godere, attraverso queste finestre naturali, ulteriori paesaggi mozzafiato. South West Panorama - agosto 2009 669

Impariamo il nome di alcuni di questi punti: vicino all’entrata dl parco ci sono Double Arch, North Window, South Window; la passeggiata ci porta poi a Balanced Rock, straordinario episodio di equilibrio perfetto (ma non è la sola roccia in bilico, forse solo la più grande), poi arriviamo in cima a Park Avenue, una passeggiata fiancheggiata da altri straordinari monoliti tra cui la Torre di Babele. Qui abita anche il leone di montagna, come ci dicono i cartelli di warning diffusi in giro. Sulla via dell’uscita vediamo ancora le dune pietrificate, che sono effettivamente antiche dune di sabbia diventate nel tempo dure come pietra e quindi soggette anch’esse all’erosione del tempo e degli agenti atmosferici.

South West Panorama - agosto 2009 675.JPG

Entriamo nel Colorado e continuiamo verso Mesa Verde. Mesa, in spagnolo, significa tavola, e ci portiamo infatti verso un enorme altopiano estremamente ricco di vegetazione, e molto vario nella sua vastità. Dai punti panoramici vediamo la collina degradante verso gli spazi infiniti della pianura, da cui i Navajo contemplavano la loro terra, convinti di esserne i padroni assoluti in quanto da essa venivano generati, e in perfetto connubio con le divinità celesti. Siamo prossimi alle Montagne Rocciose, e i centri più grandi si chiamano Montezuma o Monticello Cortez. Qui risiedevano le tribù più antiche dei nativi, le tribù degli Anasazi, predecessori dei Navajo e dei Pueblo, che avevano trovato rifugio negli stretti spazi scavati sulle pareti del canyon, modellando la roccia e costruendovi stanze adatte per la vita quotidiana, la conservazione dei cibi e, naturalmente, la preghiera (Kivas). Sono numerose queste antiche abitazioni, che si trovano a tutte le altezze e lasciano intuire un popolo di atleti, e che sono state a un certo punto abbandonate senza motivo apparente. I loro nomi sono Oak Tree House, Spruce Tree House, Cliff Palace. Il museo del centro ci mostra la ricostruzione di alcune scene di vita degli indiani Anasazi, e mettono in evidenza la loro abilità sia nel confezionamento dei cesti che nella tessitura (un’opera esposta ricorda molto da vicino i Mandala dell’India). La vegetazione che ci circonda è ricca e insolita, come la pianta chiamata Rabbitbush i cui steli servono da basi per i canestri, i fiori gialli sono usati per colorare i tessuti e le foglie cotte fanno lievitare la pasta! Incontriamo poi un’area vastissima della National Forest completamente bruciata: la nostra guida ci racconta che l’incendio risale all’anno 2000, ma secondo la filosofia che regola la vita vegetativa nei parchi, non si fa nessun diretto intervento, ma si aspetta che la natura faccia il suo corso e lentamente rinascano alberi e sottobosco. Consumiamo il nostro pranzo nel buon ristorante gestito dai Navajo: troviamo anche la pizza!

Ripartiamo verso la città dove pernotteremo stasera, Durango, una cittadina che, fondata nel 1879, mantiene un’anima allegra da far west. E’ ancora uno snodo ferroviario, sebbene meno importante che in passato, quando il collegamento a Silverstone era importante per il trasporto dell’argento. Il fiume che l’attraversa si chiama Las Animas Perdidas (quindi ci avviciniamo al New Mexico). Alloggiamo all’Holiday Inn, ma ceniamo da Diamond Belle Saloon, dove il pianista in mezzo alla sala e le cameriere vestite in un elegante abito anni ’20 ci portano in una realtà inattesa. Forse questa coreografia è solo a beneficio dei turisti, ma le due coppie anziane che cenano vicino a noi e suggeriscono al pianista che pezzi suonare sembrano veramente uscite da un film con John  Wayne, mentre i cow boys che si fermano al banco del bar per bere qualcosa lavorano veramente con le mandrie di bovini.

8 agosto – Oggi ci aspetta una sorpresa: partiamo un po’ di fretta perché entro le 10 dobbiamo raggiungere Chama per assistere alla partenza del treno a vapore. Nel frattempo contempliamo ancora il paesaggio del selvaggio West, mentre entriamo nel New Mexico. Siamo vicino al punto dei Four Corners, il confine virtuale formato da quattro angoli retti (che non visitiamo) e che crea il punto in cui si toccano quattro Stati: Colorado, Utah, New Mexico e Arizona.

Qui si aprono ancora spazi sconfinati dedicati all’agricoltura, vediamo un pozzo che gli amici ingegneri ci spiegano essere del tipo a cavalletto, mentre Maria ci dice altre definizioni della cultura Navajo: Story tellers, le bambole Kashina, Sandprinters, Death Catchers, Medicine Wheel … un mondo affascinante. Il paesaggio piano piano si trasforma e diventa simile a quello del nostro Appennino, così raggiungiamo Chama. Siamo in tempo per vedere e sentire la partenza del treno a vapore diretto a Denver, resa solenne dalla banda di attempati signori vestiti come ranger che suonano la famosa marcia di Micky Mouse. Il treno sbuffa e fischia il suo vapore bianco e facciamo un rapido tuffo nell’800 … Conosco Mrs Lucilla, che mi spiega essere la moglie di uno dei band volunteers, che il treno e la cerimonia quotidiana si sostengono da soli con la generosità individuale. Ma la sorpresa è che oggi a Chama c’è l’annuale sfilata, con i cavalli, le miss piccole e grandi, i carri decorati, la musica, le caramelle, i cavalli e i cow boys … ci divertiamo come matti, osserviamo questa manifestazione fatta di pochi mezzi e di tanto entusiasmo, mentre tutto il paese si è portato le sedie da casa per non perdersi nemmeno un momento di questo giorno di festa.

Ci rimettiamo in marcia, la prossima tappa è Santa Fe, capitale dello stato del New Mexico: costeggiando la Santa Fe Natural Forest raggiungiamo la città caratterizzata dalle forme morbide delle costruzioni in adobe. Facciamo base all’hotel La Fonda (nei bagni c’è l’Air Blade Dyson!), forse il più elegante della città, con il ristorante installato in un patio interno e circondato da vetri decorati e colorati. Noi preferiamo fare un giro più ampio possibile, ci fermiamo davanti alla cattedrale dedicata a San Francesco d’Assisi, al Palazzo del Governatore, entrambi affacciati sulla piazza, ma ancora più interessanti sono Loretto, una costruzione eseguita secondo lo stile degli indiani Pueblo, e l’antichissima Mission. Poco lontano dalla main road c’è il museo dedicato alla pittrice Georgia O’Keeffe, nelle cui opere straordinarie il dettaglio acquista un’importanza centrale.

Si riparte, stasera dormiamo ad Albuquerque, cittadina che riprende lo stile accogliente degli edifici in adobe, anch’essa con una bella piazza fiorita e un mercatino sotto i portici. Maria ci dice che qui il cattolicesimo rasenta il fanatismo. Noi visitiamo il rettilario perché non si può lasciare questa regione senza aver visto almeno  una tarantola e un serpente a sonagli.  Ceniamo e dormiamo all’Hilton.

South West Panorama - agosto 2009 726

9 agosto – Lasciamo Albuquerque e ci dirigiamo verso Gallup, facendo  una tappa “fotografica” per riprendere un pezzo della famosa Route 66: la strada per intero non esiste più, sostituita da più recenti e comodi percorsi, ma mantiene il fascino di quello che ha rappresentato per la nostra generazione.

South West Panorama - agosto 2009 172.jpg

South West Panorama - agosto 2009 173.jpg

 

 

 

 

 

 

Oggi entriamo finalmente  nella grande riserva Navajo. Questo è esattamente lo spazio che gli Stati Uniti hanno lasciato ai nativi, dove hanno un governo proprio,  fanno le loro elezioni e parlano la loro lingua. Purtroppo hanno anche un’economia propria, infatti sono poverissimi e vivono in condizioni davvero squallide, circa il 70% sono disoccupati e molto diffuso è l’abuso di alcool. Per aiutarli, non si è trovato di meglio che permettere loro di aprire e gestire dei casino che, qua e là nella pianura,  hanno un aspetto molto meno scintillante che non a Las Vegas. La riserva, che spazia anche in Arizona, misura circa 250mila kmq, e naturalmente la densità abitativa è molto bassa. Il nome Navajo è stato imposto dai bianchi, perché loro si riconoscono con il nome di Dineh, che significa popolo. Sono bravissimi tessitori, molto abili a cavalcare (vediamo diverse installazioni dove si tengono i rodei), timidi e riservati, molto spirituali. Proprio questa loro spiritualità, il rispetto per la terra madre e i suoi frutti, che ne impedisce lo sfruttamento, contribuiscono fortemente alle loro povere condizioni. Tra le risorse, ci sono l’allevamento e gli oggetti di  piccolo artigianato in argento e turchese chiaro, ovvero il metallo e la pietra che si trovano nei loro monti. La capitale della riserva-stato è Window Rock, così chiamata proprio perché la montagna che la circonda presenta una finestra naturale. La filosofia di vita dei nativi americani è molto interessante, e si concentra sulla loro forte spiritualità: non temono la morte, che non rappresenta un tabù, (anche in battaglia le andavano incontro vestiti con eleganza per incontrarla nella forma migliore); la vecchiaia è un valore riconosciuto e rispettato, mentre le malattia rappresenta un segnale di disarmonia tra il corpo e lo spirito, a causa della quale l’energia non fluisce più come dovrebbe. Non amano farsi fotografare, temono di perdere l’anima; tradizionalmente i matrimoni sono combinati. Oggi si stanno aprendo a tutte le religioni, e ci sono speranze per futuro più solido in quanto nella riserva è stato trovato il petrolio.

Tra le numerose tristi storie che si conoscono sulla deportazione dei nativi, c’è quella della Lunga Marcia (the Long Walk) organizzata nel 1864 da Kit Carson: il governo statunitense aveva disposto il trasferimento dei Navajo dalle fertili terre del Canyon de Cheilly al deserto dell’Arizona (comunque appetibile per i bianchi per le ricchezze minerarie) . Durante questo lungo trasferimento molti indiani morirono, e molti di quelli che arrivarono a destinazione non sopravvissero a lungo a causa delle misere risorse che trovarono nella regione in cui furono confinati. Solo dopo alcuni anni alle popolazioni Dineh superstiti furono assegnati altri territori, più vasti e con qualche  risorsa.

http://www.logoi.com/notes/long_walk.html

South West Panorama - agosto 2009 184

Nel Canyon de Cheilly c’è la Spider Rock, per me la vista più suggestiva di tutto il viaggio: è un monolite alto circa 250metri che si slancia verso il cielo dalla profondità del canyon. Il suo colore è rosso, la cima bianca e la leggenda vuole che sia abitato dalla Spider Woman, la dea che ha insegnato ai Navajo a tessere. Saranno le proporzioni, i colori, sarà il richiamo a una divinità femminile, ma in questo che è un luogo sacro per i nativi anch’io ne percepisco la spiritualità.South West Panorama - agosto 2009 732.JPG

In occidente costruiamo cattedrali e campanili, qui la natura li ha forniti belli e pronti. Dopo aver ammirato in silenzio e a lungo la Spider Rock, in rispetto per lo spirito dei nativi, riprendiamo la strada. Incontriamo numerose hogan, le case di legno e paglia che hanno forme maschili (Stick hogan) e femminili (Round hogan).

 

Alla sera ci fermiamo all’Holiday Inn di Kayenta, il personale è rigorosamente del popolo Dineh: nonostante gli avvertimenti di Maria, che ce li ha illustrati come piuttosto lenti, li trovo invece ben capaci ad accogliere il nostro gruppo. In lontananza si intravede la Monument Valley…

10 agosto – E in un crescendo di suggestioni, oggi siamo alla Monument Valley e le sue cattedrali dell’assoluto. Per quanto questo scenario sia noto a tutti, il confronto con la realtà,  la vastità degli spazi, incommensurabile, e la suggestione di quello che la natura e gli elementi sono riusciti a fare è un’altra volta indescrivibile. Facciamo un giro all’interno della valley con il pulmino guidato da un nativo, il quale ci dice i nomi delle rocce che incontriamo e ci racconta qualche curiosità legata al territorio, agli animali che vi si trovano: ma la sacralità del posto ha il sopravvento. Se da una parte la morfologia di questo territorio è grossomodo sempre la stessa, in realtà ogni canyon ha caratteristiche che lo rendono molto diverso dagli altri, e qui è la verticalità perfetta di queste rocce e pinnacoli che si innalzano verso il cielo a offrire uno spettacolo unico al mondo. Al View Hotel (brutto, ma in una posizione dominante spettacolare) ci prendiamo una vista complessiva della valle, prima di rimetterci in movimento. Facciamo un pranzo veloce al Burger King di Kayenta, dove possiamo vedere con calma altre hogan e un piccolo museo Navajo. Tra quanto esposto, ovviamente archi, frecce e utensili, c’è la storia dei Navajo Talker, i nativi che, durante la seconda guerra mondiale, trasmettevano messaggi nella loro lingua, usata come un codice segreto.

South West Panorama - agosto 2009 206.jpg

E a completamento della giornata clou di questo viaggio, proseguiamo per raggiungere il Gran Canyon. Questo “buco” di arenaria scavato sulla superficie della terra è talmente impressionante, visto dal vero, che non si riesce a collegarlo con le innumerevoli immagini che abbiamo visto in foto e al cinema. Già le dimensioni – 445 km di lunghezza x 29 km di larghezza x 1830 mt di profondità – fanno capire che non è possibile abbracciarlo tutto con uno sguardo. Da un lato si perde all’orizzonte, e dall’altro si intravede il bordo di fronte, ma nel mezzo ci sono le vallate e i pinnacoli, il rosso dell’arenaria e il bianco delle rocce, la vegetazione brillante che cresce ovunque a discapito dell’aridità della roccia e delle pareti verticali, con scorci del Colorado che corre sul fondo: qui si possono leggere i 2/5 della storia della terra. E’ databile nel Mesozoico il momento in cui, con un corrugamento da cui si sono originate anche le Montagne Rocciose, il fondo del mare si è innalzato formando l’altopiano del Colorado, e poi gli elementi hanno fatto il lavoro di scavo e incisione che vediamo ora sotto i nostri occhi. Date le dimensioni i punti di osservazione sono numerosi, noi che costeggiamo il South Rim ci fermiamo a Desert View, a Mother Point e a Bright Angel, dove c’è un lodge. Tra i picchi giganteschi che ci si parano davanti si riconoscono i Templi di Vishnu e di Buddha La giornata è serena e luminosa, purtroppo degli incendi, di cui intravvediamo l’origine sull’altro versante, rilasciano una cappa di fumo che offusca il panorama. Ogni tanto però il vento pulisce l’aria, e siamo gratificati da un gioco di luci e colori che, avvicinandosi l’ora del tramonto, cambia continuamente. A fine giornata la cena e l’albergo sono una delusione, ma che importa?

South West Panorama - agosto 2009 818.JPG

11 agosto – Oggi, con un tempo bellissimo, è il giorno della grande emozione: il giro in elicottero sul Gran Canyon. Non riuscivo a darmi un’immagine di questa esperienza, ed eccoci finalmente qui. Gli elicotteri sono piccolini e tutti colorati, noi veniamo ad uno ad uno pesati per la distribuzione corretta, e poi aspettiamo …. Siamo tutti in una stanza con una grande vetrata da cui vediamo partire i primi fortunati. Gruppo, foto, via. Finalmente è il nostro turno, e io sono il numero 1, che significa il posto accanto al pilota! Con me e Paolo ci sono Fiammetta, Mimmo, Roberta e Giovanni. E stupendo perché sono circondata dal vetro e vedo a 360 gradi. Mettiamo le cuffie e … si parte!

South West Panorama - agosto 2009 233.jpgDavanti a me una strumentazione ampia ma (quasi) tutta facilmente decifrabile, mentre la nostra pilota, che si chiama Martha, guida con estrema disinvoltura toccando pochissimi comandi. E’ così facile guidare un elicottero? Comunque, ci alziamo mentre attraverso le cuffie ci accompagna la musica, e sorvoliamo la Kaibab National Forest: il Gran Canyon è laggiù, sempre più vicino …. Nel momento in cui il vuoto si apre sotto di noi, le note di Richard Strauss accompagnano la solennità dell’esperienza. Tutte quelle rocce, quelle torri di arenaria foggiate dal tempo che ieri abbiamo visto da lontano, ora ci sembra di poterle toccare. Guardo giù e in fondo scorre azzurro il fiume Colorado. Attraversiamo in volo tutta la larghezza e ritorniamo da un altro “corridoio”, un volo di circa mezz’ora gustato in ogni attimo. Torniamo alla base, e l’atterraggio dell’elicottero è ancora un momento particolare, si resta sospesi fermi per qualche attimo prima di posarsi su uno spazio ridottissimo. Che meraviglia! Siamo talmente elettrizzati che anche fermarsi a vedere gli altri gruppi che vanno e vengono ci diverte.

Il nostro viaggio riprende, e anche se lasciamo il Gran Canyon, non per questo ci allontaniamo dalle rocce rosse: raggiungiamo infatti l’imponente Oak Creek Canyon, dove entriamo per arrivare alla città di Sedona. Qui hanno sede i sette punti di energia, rappresentati da sette monoliti che circondano la città, dai quali è nato il movimento New Age e la forza del pensiero creativo. L’avvicinamento alla città è davvero suggestivo, con la strada che taglia il canyon e costeggia un fiume frequentatissimo. Sedona, che prende il nome dalla moglie del fondatore, è una cittadina giovane e turistica, resa particolare dalle numerose sculture, tutte colorate e divertenti, che sorgono un po’ dappertutto. Facciamo un po’ di shopping e soprattutto ci fermiamo a guardare e fotografare tutte le rocce che la circondano, anche queste con forme e colori particolari, rese ancora più brillanti dall’azzurro del cielo e il verde della vegetazione. Dopo il pranzo, riprendiamo il viaggio ancora piuttosto lungo verso la costa pacifica. Niente di noioso però, perché attraversiamo il Deserto di Sonora (che arriva a lambire il Messico) caratterizzato dai cactus saguaro, una specie gigante che cresce solo in questa zona e per questo, oltre che per i lunghissimi tempi di crescita, considerata a rischio.

South West Panorama - agosto 2009 286

Anche questo in Europa non c’è! Nel tardo pomeriggio arriviamo a Scottsdale, una città grande e ordinata ma inquietante perché non si vede in giro anima viva, forse a causa del gran caldo. L’hotel che ci accoglie è sicuramente molto bello, ci sono i conigli che corrono liberi, i colibrì, i picchi e una grande piscina dove ci tuffiamo e ci sgranchiamo. E’ però una cattedrale nel deserto, e un nostro tentativo di fare un giro dopo cena alla ricerca di un posto dove bere qualcosa non ha esito, tutto chiuso. Meno male che incontriamo Barbara e Mauro e facciamo due chiacchiere. Andiamo a nanna, con la sensazione di inquietanti presenze animali attorno …

South West Panorama - agosto 2009 880

South West Panorama - agosto 2009 893  12 agosto – Lasciamo senza rimpianti Scottsdale per dirigerci verso la California. Attraversiamo una zona montuosa, ricche di minerali – quarzite – e poi di nuovo il deserto con la sfilata delle pale eoliche. Ci fermiamo per il pranzo da Flying J, una stazione di servizio soprattutto utilizzata dai camionisti, con tutti i generi per la sussistenza di base. Costeggiamo le torride e assetate Chocolate Mountains con i loro giacimenti d’oro, attraversiamo Palm Desert e Palm Spring, posti dall’aspetto fortemente “costruito” nel deserto, noti per le cliniche di chirurgia estetica e anche, fortunatamente, per un festival jazz, e finalmente arriviamo a Los Angeles. L’enorme città degli angeli, come ci spiega Maria, è composta da tante piccole cittadine, ognuna con un proprio sistema giuridico, e di cui quasi la metà è abitata da immigrati di origine latina. Fondata alla fine del 1700, è caratterizzata da un clima stabile e primaverile per tutto l’anno. Ha due università, tre grandi musei (non vedremo niente di tutto questo) e soprattutto ha una fila ininterrotta di automobili che l’attraversano in continuazione. Questo nonostante ci sia il divieto, per le auto, di viaggiare con una sola persona all’interno. Non si vedono moto, solo qualche raro scooter considerato un oggetto particolare. Los Angeles, paragonata all’efficiente New York, è detta LaLa Land: qui è possibile trovare un lavoro al mattino e perderlo la sera, essere assunti e scoprire che l’azienda non esiste …. Ma chi ci abita evidentemente è abituato, non si perde d’animo e va avanti tranquillamente, e piuttosto bene visto che quasi tutte le case hanno la piscina!

La nostra prima sosta è nel nucleo da cui è cominciato tutto, l’angolo spagnolo con la casa più vecchia della città e la piccola chiesa di Nuestra Señora de Los Angeles, dove c’è anche la piccola statua di un Gesù Bambino con il sombrero. Siamo nella storica  Olvera Street. Intorno, tante bancarelle colorate dove si vendono i soliti oggetti per i turisti ma anche piccole chitarre e altri strumenti musicali. A pochi passi da questo angolo che non ha niente di grandioso c’è la bellissima e imponente Union Station.

Arrivando, la strada si allarga, l’attraversamento pedonale è pavimentato in modo fantasioso, e le palme svettano verso un cielo azzurrissimo. L’interno della stazione ha uno stile che si chiama Streamline e ricorda molto l’Art Deco: legno e radica usato morbidamente  anche su pareti e soffitti, austere e accoglienti poltrone, vetri colorati. Anche gli spazi esterni sono curati e in sintonia.South West Panorama - agosto 2009 328.jpg

La prossima tappa è la straordinaria Disney Hall, il progetto più grandioso fin’ora realizzato dall’architetto Frank Gehry: certo sarebbe bello poterne apprezzare anche gli interni e la sofisticata acustica, in quanto è la sede della Filarmonica di Los Angeles, noi ci limitiamo a visitarla esternamente, percorrendo tutti gli spazi delimitati dalle pareti arrotondate in alluminio e acciaio. Anche questo in Europa non c’è, e anche qui è difficile descrivere l’esperienza, estremamente divertente, di girovagare all’interno di un’opera d’arte. Questo teatro è stato pensato e voluto dalla moglie di Walt Disney, Lillian, che si è adoperata per trovare sponsor e raccogliere i fondi necessari a costruirlo. Ora, in uno spazio aperto all’interno della costruzione, c’è una fontana (di dubbio gusto!) e una pavimentazione con inciso i nomi di tutti i benefattori che hanno permesso di arrivare al risultato.

South West Panorama - agosto 2009 356

Poco lontano dalla Disney Hall ci fermiamo davanti alla “Peace on Earth Sculpture Fountain”, poi facciamo un giro veloce del centro finanziario per avviarci verso l’albergo, a Beverly Hills. Alla sera andiamo verso gli Universal Studios (dove non entriamo) ma facciamo un giro nei numerosi e divertenti negozi. Purtroppo ci sorprende una serata particolarmente fredda, e noi non siamo attrezzati, non vediamo l’ora di tornare al chiuso …

South West Panorama - agosto 2009 371.jpg

13 agosto – Stamattina visitiamo le famose località di Beverly Hills e Hollywood, che viste dal vivo perdono un po’ della loro aura leggendaria. Comunque, Beverly Hills è un susseguirsi di ville e villette circondate da giardini e parchi, tutto molto ben curato e ben tenuto, ma è chiaro che le super case degli attori, ammesso che ci siano, dalla strada non si vedono. Anche qui si conferma la sensazione che queste persone non si spostino a piedi, perché in giro non c’è nessuno. Ci fermiamo all’hotel dove è stato girato Pretty Woman e vorremmo entrare a visitarlo, ma non ce lo permettono perché stanno girando un altro film, infatti fuori c’è tutta l’attrezzatura. Percorriamo il Sunset Boulevard e raggiungiamo la collina su cui sorge Hollywood. Qui ci sono gli storici teatri, El Capitan dove si proiettano in anteprima i film per bambini, il vecchio teatro dove una volta si teneva la cerimonia degli Oscar, ci sono le stelle nella Walk of Fame.South West Panorama - agosto 2009 380.jpg

Ma le cose divertenti sono altre, per esempio gli attori che impersonano personaggi famosi veri o finti e che si fanno fotografare in cambio di qualche moneta, o le impronte delle mani e dei piedi di altri famosi personaggi del cinema (anche italiani) dove ci divertiamo a misurare le nostre.

 

 

South West Panorama - agosto 2009 387.jpg

Ci riposiamo su una verandina arredata con dei bellissimi tavolini colorati, e vediamo che il pavimento riporta brevissime storie di chi ha tentato qui la fortuna nel mondo dello spettacolo, e infine vediamo, molto ma molto lontano, però esiste veramente! la scritta HOLLYWOOD posata sulla collina davanti a noi. Finiamo la mattinata con un’altra passeggiata nella zona shopping & fun vicino agli Universal Studios: ora non fa freddo e possiamo divertirci tra negozi colorati, richiami al mondo del cinema, esperienze estreme come il volo a corpo libero, la piega sulla moto, fino al pranzo da Bubba Gamp.

Al pomeriggio si va al mare: si potrebbe dire che il panorama dovrebbe assomigliare a quello di qualunque altro luogo costiero, ma non è così. Intanto siamo davanti all’oceano Pacifico, non per nulla il più grande, e ogni località che visitiamo ha caratteristiche particolari. La prima tappa è Malibu, spiaggia elitaria, paradiso dei surfisti (non dei bagnanti) che occupa il Topanga Canyon. Le case sono nascoste all’interno dei canyon naturali, tanto che, come ci spiega Maria, quando piove molto forte questi spazi si riempiono d’acqua e diventano impraticabili. La spiaggia di Malibu è lunga ma piuttosto stretta, e nonostante la fama e il nome esotico, l’impressione non è quella di un posto di lusso, anzi.

South West Panorama - agosto 2009 959.JPG

Proseguiamo per Santa Monica, forse più popolare e sicuramente più simpatica: la spiaggia di sabbia finissima è enorme, molto affollata ma, grazie alle dimensioni, facilmente praticabile. A margine c’è una bella pista per le biciclette, i rollerblade e gli skateboard. Qui la gente si tuffa senza paura, e io non resisto a mettere almeno i piedi nell’acqua, per poter dire che mi sono bagnata nel Pacifico!

Proseguiamo per Venice Beach, luogo un po’ hippy frequentato dalle persone più disparate. Sulla spiaggia, anche qui molto bella, c’è molta gente che fa sport. In giro c’è una gran folla di persone che passeggia, e si respira un’aria di grande rilassatezza e vacanza. Le case hanno tutte l’aria di essere molto e ben vissute, L’ultima tappa costiera è Marina dl Rey, che ha un bel porticciolo turistico. Ci sono bellissime barche ormeggiate, di tutte le dimensioni, e molte di quelle più grandi sono a disposizione per cocktail, cene: insomma in barca ma non per mare!

Passeggiando incontriamo una pacifica colonia di pellicani. Qui assistiamo al tramonto del sole, che corrisponde all’ultima nostra serata in California, almeno per questa volta! Torniamo all’hotel, facciamo un po’ di spesa e ceniamo mestamente in piscina, in compagnia di Maria e pochi altri compagni di viaggio.

South West Panorama - agosto 2009 435.jpg

 

14 agosto – si torna …

O Grande Spirito,

La cui voce sento nel vento e il cui respiro dà vita a tutto il mondo,

Ascoltami! Io sono piccolo e debole. Ho bisogno della tua forza e della tua saggezza.

Fa’ che possa camminare nella bellezza e che i miei occhi colgano sempre il rosso e il purpureo del tramonto.

Fa’ che le mie mani rispettino le cose che tu hai creato e che le mie orecchie siano tese ad udire la tua voce.

Rendimi saggio, che io possa comprendere le cose che tu hai insegnato al mio popolo

Fammi cogliere insegnamenti che tu hai inciso su ogni foglia e su ogni roccia

Io cerco forza, non per essere più grande del mio fratello, ma per combattere il mio più grande nemico, me stesso

Fa’ che io sia sempre pronto a venire date con mani pulite e sguardo diritto, così quando la vita scolorirà come scolorisce il tramonto, il mio spirito possa avvicinarsi senza vergogna.

Mitakuye-Oyasin

South West Panorama - agosto 2009 208.jpg

(31 luglio – 14 agosto 2009)

Avevo una casetta piccolina in Canada

Non è una leggenda metropolitana, è proprio vero che in Canada ci sono le casette pulite e ordinatissime, con le pareti rivestite di doghe di legno colorato, con i pesciolini (qualcuna) e i fiori (non necessariamente lillà),: ne abbiamo viste a centinaia … ma andiamo con ordine

15 agosto 2007  – Partiamo da Malpensa la mattina presto del giorno di ferragosto, scalo a Francoforte dove saliamo su un bell’aereo grande e comodo, e dopo otto ore di volo (ma sono solo due sull’orologio, grazie al fuso orario) arriviamo a Montreal, la più importante città della provincia francofona del Quebec. Già dall’alto vediamo lo skyline dei grattacieli, il grande fiume San Lorenzo, che per alcuni giorni seguiremo nella sua corsa verso l’oceano, il porto. La procedura per uscire dall’aeroporto è un po’ lunga (siamo tutti extracomunitari?), altrettanto tempo (e parecchie risate: non siamo abituati agli standard dimensionali americani) ci prende la scelta della macchina, ma alla fine, condotti dall’infallibile Sharon, il (la) navigatore satellitare che tanta parte avrà nel nostro viaggio, raggiungiamo l’hotel prenotato: Chateau Versailles, in Sherbrooke Ouest, molto bello (anche se le nostre stanze sono a livello cantina, ma non per questo meno confortevoli) e a cena ci dirigiamo nella vicina Brasserie Gourmand, dove gustiamo una cena francese a tutti gli effetti che io, più vicina ai gusti europei che  a quelli anglosassoni, trovo di grande soddisfazione. Poi a nanna, siamo svegli da quasi 24 ore.

Canada Estate 2007 022

16 agosto – Dopo una deliziosa prima colazione (sempre piuttosto europea) in un ambiente piacevole e tranquillo, con piccoli tavoli e poltrone e pace e musica classica di sottofondo, partiamo per la visita della città. Sarà necessariamente veloce e superficiale: metropoli di queste dimensioni meriterebbero ben più tempo, ma va bene così. Nelle vicinanze dell’hotel troviamo il Canadian Centre for Architecture, dove è in corso una colorata mostra dedicata alle copertine delle piccole riviste. Canada Estate 2007 002E’ appagante ammirare il profilo architettonico della costruzione, lineare e molto elegante. Ci dirigiamo poi verso il centro della Vieux Ville, dove vecchie case in pietra sono affiancate da costruzioni più moderne, fino agli specchianti grattacieli del centro. Raggiungiamo Place du Canada con la cattedrale, intitolata a Marie Reine du Monde e attraverso i vicoli, raggiungiamola  Placed’Armes, poi il fiume e Place Jacques Cartier, l’Hotel de Ville e  gli Champs de Mars (sembra di stare a Parigi …). Una leggera pioggia ci costringe a fare un giro nella città sotterranea, lunga galleria di negozi e caffè dove evidentemente ci si rifugia con piacere nei mesi invernali, quando le temperature sono rigidissime. Facciamo uno spuntino a base di birra e formaggi in un localino del Marchè Bonsecours, dove i camerieri sono vestiti con abiti storici e dove ci sorprende un fortissimo temporale. Scopriremo poi il giorno dopo che l’acquazzone ha fatto ingenti danni alla città, ma per fortuna noi non abbiamo nessun problema. E soprattutto, ancora non lo sappiamo ma, salvo una mattinata a Quebec City, quella sarà l’unica pioggia che vedremo nel nostro viaggio. Nel tardo pomeriggio continuiamo la nostra passeggiata nella zona avveniristica di Montreal, quella dei grattacieli dove tutto si specchia ( le cui immagini riflesse non ci stanchiamo di fotografare) , e arriviamo alla sede della prestigiosa Università Mc Gill, una delle più esclusive del Canada. Chiudiamo la serata con una cena al ristorante greco Molivos, sempre posizionato vicino all’hotel (siamo ancora un po’ sfasati con gli orari) dove incontriamo un simpatico tipo italiano che vive a Montreal da circa cinquant’anni, e al quale chiediamo qualche dritta per le nostre prossime tappe.

17 agosto –  Siamo ancora a Montreal, e prima di tutto facciamo un salto al bookshop dell’Università McGills per qualche acquisto e qualche regalo.
Subito dopo, condotti da Sharon (che ancora non ha sfoderato tutte le sue armi di seduzione) andiamo in macchina al Parc du Mont Royal, una specie di montagna verde progettata dallo stesso architetto che ha ideato il Central Park di New York. Da qui si domina buona parte della città, sebbene i belvedere più interessanti siano raggiungibili solo a piedi e dopo passeggiate piuttosto lunghe: cominciamo a entrare nel modo di vivere dei canadesi, ovvero l’abitudine di vivere il tempo libero facendo sport e movimento fisico. Al parco, ci fermiamo qualche momento al Lac aux Castor, e subito siamo immersi nei tempi lenti della natura e della contemplazione. Il lago è molto bello, uno specchio blu circondato da prati e alberi alti e robusti, intorno ci sono gli anatroccoli che si lasciano fotografare quasi in posa, ed è tutto stranamente molto divertente …
Canada Estate 2007 039

Ci dirigiamo a Little Italy, perché dobbiamo assaggiare i più famosi e appetitosi bagel di Montreal, quelli di Fairmount Bagel Bakery Inc (sono buoni, ma solo appena fatti, e ne compriamo troppi) e poi, all’ora di pranzo, al quasi introvabile (ma non per Sharon) mercato Jean Talon. Dopo pranzo andiamo al Parco Olimpico, costruito in occasione delle Olimpiadi del 1976, dove subito diamo sfogo al nostro desiderio di altitudine, prendiamo la funicolare e arriviamo in vetta alla Tour de Montreal, la torre inclinata più alta dl mondo (arriva a 45° di pendenza!) dove guardiamo e fotografiamo in lungo e in largo lo skyline della città e il San Lorenzo.

Canada Estate 2007 050

Canada Estate 2007 056

Non c’è tempo, purtroppo, per visitare il Biodome, una specie di museo dove sono stati ricreati quattro diversi ecosistemi: ne guardiamo la cupola da fuori, e prendiamo atto degli spazi, delle dimensioni. Nel tardo pomeriggio partiamo verso la seconda tappa, Trois Rivieres, dove alloggiamo al Days Inn e scopriamo di essere capitati lì nei tre giorni più intensi dell’anno: c’è infatti il Gran Premio Automobilistico (?), la città è piena, i prezzi sono raddoppiati rispetto al solito, e anche la cena, per quanto divertente, non è davvero speciale. Mangiamo bourgougnonne chinoise al pretenzioso Le St. German Bistro.

Canada Estate 2007 061

18 agosto –  Fuggiamo da Trois Riviere e dal suo Gran Premio e affrontiamo il primo grande parco naturale del nostro programma:La Mauricie. Naturalmente abbiamo una gran voglia di vedere almeno qualcuno degli animali che sappiamo vi abitano: Patrizia aspetta l’alce, Stefano il castoro, Paolo spera di incontrare l’orso, io che sono poco animalista cerco qualche bell’acero rosso,  Canada Estate 2007 067… La gentile fanciulla dell’ufficio informazioni ci mostra una mappa del parco e ci segnala i posti dove “if you are lucky, you can see mooses …” Il parco è bellissimo, un’immersione totale in tutte le gradazioni del verde, con fiumi placidi, il lago blu cobalto dove tutto si specchia e torrenti impetuosi ma, nonostante le nostre passeggiate all’interno del bosco,  evidentemente non siamo “lucky” e non vediamo nessun animale. Però questa immersione nella natura mi coglie un po’ di sorpresa, ne sento l’energia, la forza, mi lascia una sensazione di appagamento. Scopriamo anche la perfetta organizzazione del parco dedicata ai campeggiatori. Alla sera, la nostra meta per cena e notte è S. Anna di Beaupré: mentre ci avviciniamo al paese vediamo dalla strada le cascate di Montmorency,Canada Estate 2007 089 alte ma ben poco suggestive. Il nostro albergo è il grazioso Auberge La Camarine, ceniamo in un pub proprio simpatico che si chiama St. Bernard. Sharon dà qualche cenno di confusione e incertezza e ci fa preoccupare: non conosciamo ancora a fondo le sue straordinarie risorse …

Canada Estate 2007 066

19 agosto –  Oggi attraversiamo lo Charlevoix, una magnifica regione che si  è formata all’interno della valle scavata da un meteorite caduto qualche milione di anni fa … In realtà non passiamo proprio dal cratere, ma costeggiamo il fiume, fino a Baie St. Paul. Il paese è piccolino ma delizioso e vitalissimo: praticamente un unico corso di casette ad un piano tutte colorate e fiorite, dove troviamo localini, negozi e soprattutto gallerie d’arte una più bella e divertente dell’altra. Per pranzo scegliamo il dolce, e per me un gelato alla crema irrorato di sciroppo d’acero. E non ci facciamo mancare lo shopping!

Canada Estate 2007 099

In questo periodo il paese propone il  Simposio Internazionale di Arte Contemporanea (e scusate se è poco). Lasciamo un po’ a malincuore Baie St. Paul e la sua piacevole atmosfera e continuiamo il nostro percorso, sempre accompagnati da un paesaggio grandioso. Ci fermiamo per una piccola sosta a Malbaie, davanti ad un bellissimo lago dove si specchiano le conifere, e Patrizia inaugura l’autoscatto per la prima foto che ci ritrae tutti e quattro insieme …Poi Baie St. Catherine, dove prendiamo il battello che ci permette di attraversare il fiume Saguenay (che con rimpianto non navigheremo) e ci deposita a Tadoussac. Dopo qualche ricerca troviamo una stanza per la notte al Motel George e pranziamo al Poissonier del campeggio di Tadoussac.

20 agosto – Ci svegliamo a Tadoussac, e facciamo una bella colazione nella veranda del motel, con vista sul fiume Seguenay e il viavai dei traghetti. Nell’attesa che venga l’ora in cui abbiamo prenotato la barca per lanciarci all’avvistamento delle balene, passeggiamo per il paese e ci dedichiamo un po’ allo shopping, tanto per cambiare. Facciamo anche un’incursione veloce al museo dedicato alle balene, dove c’è uno scheletro e un po’ di giochino curiosi, e una bella ragazza che ci racconta qualche abitudine dei cetacei. Alle 13, con la bassa marea che sappiamo non favorevole (le balene vanno dietro al loro cibo, il krill, che sta in profondità), e dopo esserci bardati con gigantesche cerate gialle, partiamo su un grosso motoscafo, che galoppa verso il mare aperto. Dopo un po’ avvistiamo un branco di beluga, balenottere bianche protette, quindi più che guardarle e fotografarle ci fermiamo per farle passare: saranno un centinaio.Canada Estate 2007 128 Viaggiamo ancora un bel po’ e finalmente avvistiamo quella che penso sia (sfogliando i cataloghi) un petit rorqual o, in inglese, minke whale: non è enorme, ma ne vediamo bene la pinna dorsale. La guida sulla barca ci informa subito di “dimenticare la coda”, perché pare che la signorina la tiri fuori dall’acqua davvero molto raramente. Dopo poco ne vediamo un’altra (o forse due?), ma ormai è il momento di ritornare. La barca si lancia a gran velocità verso il porto, mentre noi ci ripariamo come possiamo dentro a tutto quello che abbiamo addosso. Meno male che non ho scordato né sciarpa né guanti! Sbarchiamo un po’ delusi verso le quattro, e ci facciamo una merenda, che si rivelerà di grande soddisfazione, aLa Bohème, un locale proprio dietro il bellissimo Hotel Tadoussac, dove Stefano, fedele genoano, non resiste e assaggia la birra Griffon. Partiamo subito con l’intenzione di traghettare quanto prima sull’altra sponda del San Lorenzo e lanciarci verso la Gaspesie, e siamo questa volta fortunati perché, arrivati a Forestville, prendiamo per pochi minuti il traghetto che ci porta a Rimouski. Durante la traversata ci godiamo un tramonto assolutamente arancione, e appena sbarcati tralasciamo la città e ci mettiamo alla ricerca di un albergo un po’ decentrato. Troviamo una sistemazione molto simpatica all’Auberge La Marée Douce, datato 1860, dove ci sono assegnate le camere Verde e Beige, arredate con grande cura, con mobili vecchiotti, quadri, fiori, boiserie e tessuti fioriti. La proprietaria, Margherite, è da sola un personaggio, simpaticissima e cordiale. Purtroppo il ristorante dell’auberge, rinomato, è già chiuso, così mangiamo comsi comsa in un pub vicino, che si chiama Relax. Oggi Sharon non è stata protagonista …

21 agosto – Cominciamo ufficialmente il perimetro della penisola di G

aspè. Prima di lasciare Rimouski andiamo a piedi al Musée deLa Mer, una suggestiva costruzione che ricorda nell’aspetto un piroscafo, e che di fatto celebra il naufragio del Empress of Ireland, avvenuto nel 1914. La nave era carica di immigrati dall’Irlanda, e qui si vuole dare il giusto tributo a chi ha perso la vita nella speranza di un futuro migliore. Accanto al museo, il primo faro che incontriamo in un percorso dove ne vedremo molti: questo è quello, bellissimo e particolare, di Pointe-au-Père. Non lo visitiamo, proseguiamo verso i Jardin de Metis. Fino alla fine di settembre è in corso il festival dei giardini, e questi propongono una seziona apposta che celebra i suoni all’interno di uno spazio naturale. I giardini, voluti e creati nel secolo scorso da Elsie Reford, nipote del fondatore della Canadian Pacific Railway, propongono spazi verdi, corridoi fioriti, angoli dedicati ad uccellini e scoiattoli, fino ad una esuberante parte finale lasciata allo stato naturale. Canada Estate 2007 159L’inseminazione spontanea in uno spazio in cui ci sono tante piante selezionate permette lo sviluppo di una siepe bellissima e piena di colori. Lasciamo i giardini, ed è ora di pranzo: facciamo sosta da Le Bistro du Rafiot – segnalato dalla guida Lonely Planet – dove assaggiamo i famosi gamberetti di Matane. Proseguiamo verso il Parco di Matane: non è nel complesso molto diverso dalla Mauricie (siamo su monti relativamente alti, le vegetazione assomiglia a quella dei nostri Appennini), ma mentre percorriamo con l’auto la strada principale uno splendido alce ci salta davanti, entra nel bosco, si ferma a mangiare  a pochi metri da noi e infine ripercorre la strada al contrario, regalandoci un’altra entusiasmante passeggiata che, ovviamente, immortaliamo con innumerevoli scatti. E’ un animale maestoso ed elegantissimo, con le caratteristiche corna ampiamente sviluppate. Quando lui decide di allontanarsi (noi non ci decidiamo a perderne la vista …) proseguiamo fino allo Stagno delle trote, uno spazio attrezzato, dove ritroviamo quell’immagine del Canada che abbiamo negli occhi per averla vista tante volte sui giornali: un lago blu con una corona di conifere che sembrano nascere dall’acqua. Passeggiamo, respiriamo, andiamo sull’altalena. Poco lontano incontriamo il ranger del parco, un ragazzo simpatico e disponibile che ci apre la sede del parco,  dove troviamo un po’ di materiale sulla fauna presente. Ovviamente vogliamo sapere tutto sul nostro alce, e ci dice che si tratta di un maschio di due anni e mezzo o tre, non pericoloso perché ancora troppo giovane per accoppiarsi, e quindi per avere istinti combattivi. E’ tardo pomeriggio e siamo ancora all’interno del parco, persino Sharon è  muta perché non riceve alcun segnale dal satellite. Le indicazioni ci sono, sebbene siano poche, e infatti usciamo ma da un altro parco, quello di Cap Chat. Dormiamo all’ostello di Sainte-Anne- des-Montes: si chiama Auberge Internationale, è semplice ma pulito e simpatico, e anche la colazione della mattina successiva è molto buona. Abbiamo chiaro che in questa zona non usa la colazione a buffet, ma solo à la carte, ed c’è la doppia offerta di colazione anglosassone e colazione francese. Per la cena scegliamo il ristorante Chez Pierre: è tutto pesce, è solo abbastanza buono e, secondo me, piuttosto caro; soprattutto è un locale tenebroso e tristanzuolo, che non stimola granché l’appetito …

22 agosto –  La prima tappa è al faro La Martre, rosso all’esterno e tutto in legno, datato 1906, l’unico ad avere all’interno una scaletta che sale a rampe e non a chiocciola, quindi molto più comodo da scalare. Lo visitiamo con Marie Soleil, una studentessa bella e simpatica di 19 anni (ma ne dimostra 15) che studia a Quebec City. Marie Soleil ci illustra le dotazioni essenziali all’interno del faro, ci spiega il sistema di lenti che permette di amplificare il fascio luminoso e renderlo visibile da circa 50 km, ci mostra il sistema a orologeria sul quale ancora si basa il funzionamento del faro. Ogni faro ha un ritmo luce-ombra definito e diverso, per essere riconosciuto dal mare, e il guardiano del faro riveste ancora un ruolo essenziale nel funzionamento di queste luci che, installate a distanze regolari sulle due rive del San Lorenzo, ne tracciano la linea delle coste. Riprendiamo la strada e, nel percorso, ne fotografiamo altri due: quello di Cap Madeleine e quello di Cap-des-Rosiers, il più alto di tutti. Nel mare, sotto il faro, nuotano le foche. Entriamo nel Parc National de Forillon, che ci aspettiamo ricchissimo di fauna: la prima sosta è su un promontorio a picco sul mare e sulla falesia, dove nidificano gabbiani, cormorani e altri uccelli che continuano a volare avanti e indietro tra mare e nidi. Ci spostiamo per una passeggiata nel bosco, e vediamo un morbidissimo castoro che, indifferente a noi, mangia dal sottobosco.Canada Estate 2007 224 Più avanti, da una sorta di terrazza che guarda il mare aperto, vediamo in lontananza le balene che lanciano il loro spruzzo verso il cielo. Sulla via del ritorno verso il parcheggio, due ragazzi che incrociamo ci informano che, a pochi metri di distanza, hanno appena visto un orso. Ci avviamo in quella direzione, un po’ sperando e un po’ no, perché l’orso è pur sempre un animale pericoloso. Però non incontriamo nessun orso, e siamo consapevoli che questa è la nostra ultima tappa all’interno di un ambiente naturale com’è il parco. Proseguiamo la nostra strada finchè non ci appare, a sinistra, la famosa Percè Rock, lo scoglio granitico simbolo di questa zona. Troviamo una stanza per dormire al modesto Motel Vibert, ma ci concediamo una cena di gran lusso, a base di pesce, a Percè, alla Maison du Pecheur.

23 agosto – Ci svegliamo in riva al mare: le nostre stanze o meglio, i nostri piccoli cottage, dove durante la notte faceva freddissimo, sorgono proprio a due passi dalla spiaggia. La temperatura è tiepida, la giornata ancora una volta serena, facciamo colazione all’Auberge le Coin du Banc. E’ un posto speciale, una stanza rivestita in legno con un’ampia finestra che guarda il mare (o, è il fiume, ma è tanto grande che lo sembra). Alle pareti sono appesi gli oggetti più curiosi, sculture, piccole collezioni. Anche la colazione è eccellente, pancake al succo d’acero, marmellata fatta in casa ricca di pezzi di frutta, e il solito caffè a volontà. E’ un locale davvero accogliente. Ci fermiamo subito a Percè per guardare e fotografare con calma la Percè Rock e il paese. Partiamo: la nostra meta, oggi, è Quebec City, ma per prima cosa l’itinerario prevede di “tagliare” il promontorio della Gaspesie per ritrovare la costa del San Lorenzo più o meno a Rimouski. Durante il percorso pranziamo da Mam’zelle Maria, un buon fast food. Raggiungiamo la costa e continuiamo costeggiando il Parc du Bic e Riviere du Loup. Oggi  Sharon è particolarmente preziosa e Stefano e Paolo si sprecano in complimenti e coccole … Ma questo viaggio resterà indimenticabile per la colonna sonora: casualmente sintonizziamo la radio su un canale che si chiama 60s, con musica degli anni sessanta. Per la maggior parte sono pezzi che non conosciamo, canzoni che non hanno superato i confini dell’America, ma ogni tanto arriva una canzone che è stata anche nostra, la conosciamo, la cantiamo: non abbiamo incertezze, le parole memorizzate quando avevamo sedici anni sono indelebili. Cantiamo e balliamo in macchina, un revival (o un amarcord?) on the road che riscalda il pomeriggio mentre questo piano piano si trasforma in sera… A Quebec City, dopo qualche ricerca, troviamo posto all’Hotel Champlain, in Rue St. Anne, un bell’albergo moderno e molto comodo, oltre che centralissimo. Per cena ci separiamo, vogliamo assecondare i nostri diversi gusti culinari: Paolo e io al Cafè de Paris, Patrizia e Stefano da Omelette. Scopriamo all’uscita che eravamo praticamente nello stesso  ristorante!

24 agosto – Siamo a Quebec City, e diluvia. Nonostante la notte sia stata serena, e dalla finestra della nostra camera si vedesse perfettamente il famoso albergo Chateau Frontenac (una specie di castello, peraltro adesso in ristrutturazione) bene illuminato, quando siamo pronti per uscire piove a dirotto. Ci avventuriamo lo stesso versola Cittadella, per assistere al cambio della guardia, ma ci dicono subito che è stato annullato causa, appunto,  maltempo. Ci accontentiamo di guardare e fotografare le due guardie in piedi nelle garitte. Ci spostiamo verso il fiume (siamo nella città “alta” e il fiume lo dovremmo vedere sotto di noi), ma la nebbia è talmente fitta che non riconosciamo niente. Cominciamo a entrare e uscire dai negozi per difenderci dalla pioggia, e facciamo un bel po’ di shopping. Io acquisto da Toutou l’alce di peluche per Alessandra, lo imbottisco come mi piace, e faccio la promessa di amicizia per conto di Daniele: è una cerimonia buffa e anche un po’ emozionante (bisogna crederci!).
Canada Estate 2007 288Entriamo nella Galerie Art Inuit, con bellissime sculture in pietra che rappresentano le figure caratteristiche della cultura, appunto, inuit: orsi, foche e soprattutto omini stilizzati. Purtroppo i prezzi sono parecchio alti, e siamo perplessi anche dell’impegno di portarci dietro un oggetto tutto sommato delicato.
Canada Estate 2007 268

 

Un’altra visita è dedicata alla Boutique de Noel, dove le decorazione di Natale sono disponibili tutto l’anno. Entriamo nella Galleria d’arte Cimon, che espone opere di Christian Bergeron:  mi piace moltissimo, per i colori vivi e caldi che usa e per le fratture virtuali nei suoi quadri,  che sembrano visti attraverso un prisma. Verso l’ora di pranzo il tempo comincia a migliorare, noi intanto andiamo nel più famoso ristorante di Quebec City, “Aux Anciens  Canadiens”, dove mangiamo e beviamo molto bene (io, quiche ai gamberetti e torta allo sciroppo d’acero) in un ambiente accogliente e vintage, con le cameriere vestite in costume d’epoca. Nel pomeriggio scendiamo a piedi nella città bassa; ci fermiamo a fare fotografie in una stazione dei vigili del fuoco, dove conservano ancora un’auto degli anni ’30, e un pompiere ci racconta che la città è in lutto perché quella stessa mattina è improvvisamente mancato il sindaco, una signora che pare fosse molto apprezzata. In effetti scopriamo che molti negozi sono chiusi, ma non tutti. La zona della città bassa, che corre lungo il fiume e offre praticamente solo negozi di souvenirs per turisti e gallerie d’arte (tantissime, belle!), è tutto praticamente aperto. Comperiamo t-shirt e altri oggetti, comperiamoli succo d’acero nella Petite Cabane a Sucre, negozio chiaramente dedicato all’acero, all’érable, al maple …Risaliamo a piedi verso la città alta, ci fermiamo per una birretta in un locale carino (ma speravamo di sederci all’aperto), ormai è buio.Canada Estate 2007 293

25 agosto – Oggi lasciamo Quebec City per raggiungere Ottawa, ma la prima sosta della mattinata è al villaggio degli indiani Huroni. Sono, con i Mohicani – e infatti si pettinano uguale, con la “cresta” – i Nativi del Quebec. La località si chiama Wendake, e pone non pochi problemi a Sharon che ci porta all’interno di un paesino che più normale non si può (con le casette piccoline ..) e oltre non va. Finalmente, percorrendo tutta una lunga strada, troviamo la riserva. Intanto diciamo pure che, al di là del richiamo turistico, gli indiani d’America sono persone abbastanza integrate (con qualche restrizione, ahimè) che vivono in case di cemento, vanno a scuola, lavorano … però all’interno di questo piccolo spazio hanno ricreato la possibilità di vedere come era gestita la loro vita prima della cosiddetta civilizzazione. Dopo la danza (?) di benvenuto, eseguita da quattro adolescenti, ci prende in consegna una ragazzona piuttosto nutrita (purtroppo non ho proprio capito come si chiama), simpatica, che ci fa fare il tour dove mostra e spiega: l’abitazione dove vivevano, in gruppi di sei-otto famiglie, che non è il teepee, dove stava una famiglia sola (notevole il fatto che, alla costituzione di una nuova coppia, la donna poteva testare il potenziale marito per 15 giorni, prima di accettarlo definitivamente); l’omino fatto di pietre piatte posate una sopra l’altra, che serviva per indicare un percorso; la conservazione dei cibi tramite essicazione e affumicamento (fondamentale in una regione coperta da 30 centimetridi neve per otto mesi all’anno); la tenda, o meglio  il teepee “sauna”, dove gli uomini si radunavano e fermavano per diversi giorni a meditare ed elaborare decisioni; le canoe, mezzo di trasporto fondamentale in una regione dove abbondano laghi e fiumi. Alla fine assistiamo allo spettacolo danzante, con coreografie che sono un po’ tutte uguali, ma non identiche e hanno diversi significati (e alla fine balliamo anche noi!).  Alla fine della visita, shopping , e i miei preferiti sono i “dream-catcher”, gli “acchiappasogni”, ne comprerei per tutti. Canada Estate 2007 305Dopodiché, risaliamo in macchina e facciamo tutta una tirata fino a Ottawa, dove arriviamo verso sera. Durante il viaggio, mentre Patrizia e io chiacchieriamo e sonnecchiamo e fotografiamo, Paolo e Stefano si lanciano in una corte sfacciata verso Sharon, che coccolano tentando in ogni modo di ottenere da lei un minimo cenno di riconoscimento. Invano: Sharon ha capito che sono inaffidabili. Arrivati a Ottawa, ci fermiamo ancora una volta in un albergo suggerito dalla guida Lonely Planet: è una Gasthaus gestita da una coppia (ma noi conosciamo solo lui) di origini svizzere, un posto davvero piacevole dove le camere sono belle e pulite e la colazione si fa anche in giardino. Infatti il nostro percorso ci ha riportati verso sud, e stiamo ritrovando le temperature dell’estate. Abbiamo un indirizzo per la cena, ma troviamo tutto esaurito: ripieghiamo su The Fish Market, dove ci troviamo benissimo, e io assaggio per la prima volta la cucina della Louisiana, piccante (neanche tanto) e saporita. Il locale è grande, ma bene arredato, accogliente e molto piacevole. La prima passeggiata per Ottawa, in notturna, non ci dice granchè sulle sue caratteristiche: ci fermiamo solo a visitare un bel negozio di arredamento, assolutamente sovrapponibile a quelli che conosciamo in Italia.

Canada Estate 2007 300

26 agosto – Dedichiamo tutta la giornata alla visita di Ottawa, una città il cui centro essenzialmente si risolve tra le due rive del fiume che si chiama, appunto, Ottawa (oppure Outaouais, in francese), in mezzo al quale è segnato il confine tra Quebec e Ontario: è buffo il fatto che, a chiedere informazioni nel Quebec, ci si sente rispondere con precisione per lo stesso Quebec, mentre non sanno nulla dell’Ontario, che comincia al di là del ponte …sono pazzi questi canadesi …Comunque qui ci svegliamo con una giornata splendida e andiamo subito a Parliament Hill per assistere al cambio della guardia. E’ una cerimonia lunga e abbastanza noiosa, che risponde al codice militare, con una lunga parata iniziale, però è divertente osservare le divise: rosse e nere, col colbacco alto, come a Buckingam Palace, e scozzesi, con le cornamuse, in rappresentanza della Nuova Scozia. A fine cerimonia ci attardiamo intorno al palazzo del Parlamento, che ha una torre dell’orologio cugina del Big Ben, e troviamo vari punti di osservazione del fiume. Non mancano le sculture di personaggi famosi e no, e scattiamo foto in mezzo a un gruppo di signore di bronzo che sorseggiano il te, ma che rappresentano le prime rappresentanti del movimento per il voto alle donne. Insomma, anche qui ci godiamo i tempi lunghi e tranquilli di un paese dove la natura è predominante, anche nelle città più importanti (Ottawa è la capitale del Canada!). Altro candidato alle nostre foto è un bell’acero già avanti nel cambiamento autunnale dei colori, con foglie rosse e gialle. I nostri aceri … Incontriamo una Giubba Rossa, che carinamente si fa fotografare.Canada Estate 2007 353 Ci avviamo dall’altra parte del fiume, attraverso il Ponte Alexandre, per visitare il Museo della Civilizzazione, un’avveniristica e grande costruzione che, su tre piani, propone varie testimonianze della storia del Canada. A pianterreno ci sono i totem, le sculture, gli utensili dei Nativi d’America, alcuni in copia, molti in originale; sono ricostruite situazioni famigliari e sociali; è una visita lunga, ma di ampia soddisfazione. Il museo è allestito molto bene, si visita facilmente e le spiegazioni sono esaurienti. Non è molto interattivo, forse per un bambino può essere un po’ noioso (anch’io mi diverto con il giochino). Al piano superiore è allestita Tête-à-tête, un’ampia mostra dedicata ai personaggi che hanno fatto grande il Canada. A parte lo scrittore Mordecai Richler, mi accorgo di non conoscerne nessuno, ma sembrano tutti molto in gamba. E’ una sezione storica ricca di notizie, persino troppo, ma ci conduce in una zona del museo dove è ricostruita una cittadina canadese dei, direi, primi ‘900: ci sono case, uffici e negozi, la chiesa, carrozze e vagoni del treno. Persino i colori del cielo sembrano reali: è molto divertente. Usciamo infine dal museo e, mentre Patrizia e Stefano decidono di cercare un tandem per fare un giro in bici (finiranno invece a passeggiare nel Parco Jacques Cartier), noi ritorniamo al di là del ponte, nell’Ontario, con l’intento di visitare la NationalGallery. Purtroppo non facciamo in tempo a entrare che ci cacciano fuori, il museo sta chiudendo. Pazienza, per fortuna il gigantesco ragno di Louise Bourgeois è all’esterno, a disposizione di tutti, con la sua pancia gravida e le sue gambe robuste. Nella strada verso l’albergo diamo un’occhiata alla cattedrale, Notre Dame. Decidiamo di fare un giretto in macchina per renderci conto dei dintorni, che sono anche qui fatti di casette piccoline con giardino fiorito. Alla sera ceniamo al ristorante Sweetgrass Aborigenal Bistro, un bel localino dove mangiamo molto bene e assaggiamo la tenerissima carne di caribù e di bisonte (il tatanka di Balla coi lupi).

27 agosto – Partiamo da Ottawa per andare all’ Algonquin Provincial Park, che è enorme ma è anche attraversato, nella parte inferiore e per circa 90 km, dalla strada statale. Secondo i nostri informatori, pare che tal percorso basti e avanzi per incontrare gli animali, che infatti sono abbondantemente segnalati come possibili ostacoli per tutto il percorso. Entriamo nel parco a Withney, dove per la prima volta vedo i cestini della spazzatura con chiusura a prova di orso (c’è molta attenzione nel mettere in guardia contro questo animale)  e facciamo tappa allo Stagno dei Castori (Beaver Pond): circa due chilometri di passeggiata nel bosco, attorno ad un lago dove si vedono chiaramente le dighe fatte dagli animali con piccoli tronchi e fango. Abbiamo un foglietto di spiegazioni raccolto all’inizio della passeggiata (c’è un espositore con le brochure, una cassetta per raccogliere le offerte di chi vuole trattenerle, e una cassetta di raccolta per quelle rese, tutto perfetto, tutto pulito) e impariamo che lo stagno non esisterebbe senza il lavoro dei castori, ma che all’interno del bosco ci sono moltissimi alberi tranciati dai castori, che si prendono quello che gli serve e lasciano il resto della pianta a seccare. La passeggiata è bella ma abbastanza lunga, facciamo poi ancora un tratto in automobile e ci fermiamo in corrispondenza di un lago, vicino ad una piccola esposizione di sculture in ferro, ispirate alla flora e alla fauna del parco. Qui Patrizia, presa dall’entusiasmo di scattare foto, si avvicina troppo all’acqua e sprofonda nel fango fino alle ginocchia! Per fortuna i geniali pantaloni con la cerniera e metà gamba e le geniali ciabattine Crocks comprate a Montreal fanno sì che l’incidente sia facilmente risolvibile: basta una spugnata. E anche qui, in mezzo a un parco disabitato se non da orsi, alci e castori, troviamo bagni puliti e confortevoli dove non manca niente, nemmeno l’acqua calda. Al momento di lasciare il parco valutiamo che non abbiamo visto nemmeno un animale! Però qui gli aceri cominciano a rosseggiare, ci consoliamo fotografando quelli. La strada verso Toronto, prossima tappa, è lunga, decidiamo di fermarci a dormire a Orilla, ridente (?) paese sul lago Hudson. Dormiamo al Motel King’s Hill, mangiamo da Theo’s Eatery, che propone molta cucina italiana, ma dove riusciamo a mangiare invece qualcosa di canadese, e piuttosto bene. Stasera c’è la luna piena, è bellissima e grande … Finiamo la serata in un drugstore, dove facciamo acquisti di poco conto, ma proviamo l’ebbrezza di visitare un negozio very americano, aperto fino al mezzanotte.

28 agosto – Finalmente Toronto! Finalmente siamo nella città più scenograficamente americana, tra quelle visitate. Arriviamo in tarda mattinata, è una bellissima giornata piena di sole. Ci aspetta l’hotel Primrose Best Western: è in centro, ma non vicinissimo al lago Ontario. Dalla nostra finestra, però, si gode un bellissimo skyline, che di notte si illumina, e la CN Tower.Ci mettiamo subito in movimento e la prima tappa, per motivi esclusivamente logistici, è il ROM, ovvero Royal Ontarium Museum, con la sua nuova facciata, appena inaugurata, disegnata da Libeskin. Per brevità entriamo solo nel bookshop del museo, poi proseguiamo la nostra passeggiata. Raggiungiamo l’Università di Toronto, fatta di edifici ordinari e di altri, invece, antichi e molto belli, poi visitiamo anche qui il bookshop – dove compero il libro di Margaret Artwood. Ci mettiamo alla ricerca di una grande libreria che abbiamo vista citata sulle guide, ma all’indirizzo che abbiamo non risulta (c’è un negozio Nike!), però gironzolando scopriamo un bel localino con terrazza all’aperto per mangiare. Ci mettiamo alla ricerca di Kensington Market, che si trova dentro o al confine con chinatown (è il solito bazar di cose brutte, e di cibi strani). Scendiamo con decisione verso il lago, guardandoci intorno senza stancarci per riempirci gli occhi di tanta bellezza: grattacieli con le pareti di vetro, che riflettono tutto quello che c’è intorno, angoli curiosi dove nascono sculture, fontane. Vediamo anche, appesi all’esterno dei grattacieli, i classici lava vetri che scivolano in scioltezza da una finestra all’altra. Finalmente siamo sulla  CN Tower! E’ la torre più alta del mondo, da lassù i grattacieli sembrano birilli. Saliamo subito e ci perdiamo a guardare il panorama, in particolare la Toronto Island, l’isola davanti alla città dove ci sono uffici ma anche tanti alberi e un aeroporto ben trafficato. Cambiamo piano per camminare sul Glass Floor, pochi metri quadrati di pavimento completamente trasparente che, in primissima battuta, mi intimidisce e spaventa non poco, poi prendo confidenza e alla fine mi diverto un sacco a passeggiarci sopra (sembra impossibile, ma … mi regge!). Quando usciamo dalla CN Tower andiamo a vedere la Flat iron House: qui vicino c’è un bel ristorante, dove ci fermiamo per cena. Io prendo un chili con carne piccante molto buono. Siamo distrutti perché abbiamo camminato moltissimo su e giù per la città, ma tornati in camera non mi decido ad andare a dormire, affascinata dallo spettacolare skyline che vorrei imprimermi nel ricordo in modo molto preciso. Se di giorno i grattacieli riflettono quello che hanno intorno, di notte sono tutti illuminati, alcuni hanno luci fisse, altri intermittenti, e la CN Tower è illuminata di rosso e di blu: lo spettacolo è grandioso.

29 agosto – Dedichiamo ancora qualche ora (visto che abbiamo il parcheggio pagato …) a Toronto: ci lanciamo in un giro a piedi e rapidamente ci perdiamo, ma va bene così, ognuno ha i suoi tempi e le sue preferenze. Paolo ed io ci avviamo diretti verso il fiume, ma senza un itinerario preciso, così scopriamo piazzette seminascoste con sculture e fontane, murales, entriamo e usciamo dai grattacieli di vetro che hanno, all’interno, un’architettura in sintonia con l’esterno, decisamente sorprendente, sempre bellissima. Arriviamo ad Harbourfront, la zona sul lago che guardala Toronto Island, e ci prendiamo un po’ di tempo per goderci il panorama, e l’acqua. Ci sono tanti gabbiani, e barche – tra qui una che sembra un battello a ruota come quelli sul Mississipi – e uno stato di tranquillità e rilassatezza che sembra molto lontano da quello caotico della metropoli …
Canada Estate 2007 459Un ultimo sguardo alla CN Tower e poi si riparte: tornando verso l’albergo e la macchina ci concediamo un frullatone in bicchierone, che succhiamo dalla cannuccia mentre camminiamo, e ci sentiamo tanto americani!
Ma la prossima tappa, purtroppo anche l’ultima, è particolarmente attraente: ci aspettano le Cascate del Niagara. Raggiungiamo prima l’hotel (Ramada), una costruzione bassa abbastanza integrata nel contesto, sebbene sorga proprio sulla strada principale che porta alle cascate. Di fronte c’è un grande spiazzo con almeno una ventina di outlet: evidentemente qui il turismo è talmente tanto, ricco e spendaccione che le firme di generi anche molto diversi (abbigliamento, ma non solo) ne approfittano per indurre allo shopping, con una le loro proposte a prezzi interessanti. Ma la sosta all’outlet serve solo a far passare il tempo nella reciproca attesa, non vediamo l’ora di arrivare alle cascate. Le intravediamo dall’alto, e subito ci mostrano tutto il loro fascino. Forse, come dicono tutti, non sono particolarmente alte, ma la quantità d’acqua che si sposta è assolutamente impressionante. Per di più, il fatto di arrivare in una bellissima giornata serena gioca un ruolo molto importante nell’amplificare il loro fascino. E’ uno spettacolo in continuo movimento, in continua mutazione, che forma l’arcobaleno e poi lo disfa, che gonfia una nuvola di vapore fino a bagnare la strada, il tutto accompagnato dall’incessante rumore dell’acqua che corre e che cade. Prendiamo una specie di funicolare che ci porta a livello del fiume, e poi non ci stanchiamo di camminare avanti e indietro per osservarle e fotografarle, senza dimenticare che, proprio d fronte a noi, corre il suolo degli Stati Uniti d’America. Questi spettacoli che coinvolgono tutti i cinque sensi non stancano, anzi, sembrano proporsi ad ogni attimo diversi e invogliano a continuare a guardare e a guardare. Verso il tramonto, uno spettacolo che si ripete due volte al giorno da tempo: un equilibrista “passeggia”su un filo teso tra alcune costruzioni.

Lo fa senza apparenti protezioni, e si aiuta solamente con una lunga asta, ma ne seguiamo il percorso con una certa emozione. Lo ritroviamo più tardi, a terra, che firma autografi e illustra che il suo è un progetto umanitario per raccogliere fondi. Attendiamo il buio per assistere allo spettacolo dei fuochi d’artificio sull’acqua (belli) e ai giochi di luce che cambiano il colore delle cascate (inutili?) – perdiamo Patrizia, che ritroviamo dalla macchina. Ceniamo al ristorante Ponticello, un po’ italiano, discreto …

30 agosto – E’ l’ultimo giorno. Siamo lontani dall’aeroporto e quindi dobbiamo avviarci con anticipo, ma per prima cosa torniamo alle cascate per guardarle ancora un po’ e respirarne l’atmosfera e l’energia. Poi ci spostiamo avviamo verso Niagara on the Lake, ma prima di raggiungerlo gironzoliamo un po’ in mezzo ai vigneti e alle numerose fattorie che sorgono in quest’area, dove si producono vini di qualità (che non conosciamo) ma soprattutto l’Ice Wine, vino dolce, marsalato, che deriva da uve ghiacciate (viene prodotto anche in Europa, in Austria per esempio). Ci fermiamo in un’azienda agricola per una visita – che non facciamo, perché è a pagamento – ma assaggiamo il vino e comperiamo la gelatina di ice wine, con la speranza  che non ce la confischino in aeroporto … Poi andiamo a Niagara on the Lake, un paesino tutto fiorito  che pare finto, totalmente all’insegna del turismo, visto che è tutto negozi. L’unica cosa interessante da visitare è una farmacia che si presenta ancora old fashioned, tutta legno e prodotti naturali. Ahimè bisogna andare, con il rischio di trovare qualche coda (in realtà c’è traffico, ma arriviamo in aeroporto e alla consegna della macchina con mezz’ora di anticipo). Stefano si abbandona ad una scena straziante nel momento in ci deve lasciare Sharon per sempre:  la vede afferrare in modo deciso e un po’ brutale da un incaricato dell’auto, e lo apostrofa con decisione e, soprattutto, in italiano, implorando un “piano, piano, fai piano ..”. Ahimè, l’uomo tecnologico non distingue più dove finisce la realtà e inizia la finzione virtuale.  Poi, in aeroporto, è solo un’attesa al momento dell’imbarco, e poi un viaggio piuttosto faticoso, di notte, con poca possibilità di dormire causa il rumore forte dell’aereo, oltre le luci accese fino a tardi. Arrivederci …

 

(15 agosto – 30 agosto 2007)