Zanzibar, l’isola delle spezie

24 gennaio 2019

Avevo un po’ dimenticato l’Africa. Avevo dimenticato quanto fosse trionfante, colorata, intrigante la sua natura. Avevo dimenticato la bellezza dei suoi abitanti e la loro capacità di vivere, pole pole.

Eppure deve essere vero che veniamo tutti da lì, perché l’Africa accoglie con un abbraccio avvolgente e rassicurante.

Arriviamo a Zanzibar dopo otto ore di volo notturno. Abbiamo lasciato una Milano grigia con la temperatura che oscilla intono agli zero gradi, e sbarchiamo sotto un cielo luminoso, una brezza tiepida e 25 gradi celsius, tutti.

L’aeroporto non è dei più moderni, diciamolo. Per fortuna l’hotel ha organizzato un servizio navetta che ci raccoglie e ci porta a destinazione. Rispetto al luogo dell’atterraggio, siamo esattamente dall’altra parte dell’isola, sulla costa est.

Durante il percorso, incontriamo villaggi e piccoli agglomerati urbani davvero molto semplici, mercati frequentati dove si vende di tutto, molte persone e molte automobili, ma man mano che ci allontaniamo dalla capitale, la natura prende il sopravvento e allora foreste di palme, magnolie e bouganville coprono lo sfondo.

L’hotel ha l’aria un po’ finta che hanno sempre queste strutture dedicate ai turisti occidentali: molte fioriture, ma anche molto ordine, che in Africa non sanno nemmeno cosa sia.

Abbiamo una bella camera grande con un piccolo spazio esterno privato e ben attrezzato. Sul letto, una vistosa zanzariera.

Disfiamo le valigie, mangiamo qualcosa di fresco e idratante al ristorante, e scendiamo in spiaggia. C’è la bassa marea, quindi per molti, ma molti metri il fondo del mare è scoperto: ci sono alghe attaccate alla sabbia, tantissimi ricci di mare aggrappati alle rocce, e sabbia bianca, la magnifica sabbia bianca corallina, sempre fresca. Il bianco è abbacinante. Facciamo un passeggiata per capire dove siamo, ma la maggior parte del pomeriggio trascorre al sole, in pieno relax e lettura.

A cena pesce, verdura e frutta tropicale. Ho in mente di mangiare così tutta la settimana. Domani penseremo cosa fare nei prossimi giorni.

25 gennaio 2019

Collegare l’immagine di gennaio, il mese più freddo dell’anno, con questa situazione da piena estate non è immediato, ma alle cose piacevoli ci si abitua in fretta.

Palme da cocco e cocco fresco disponibile sempre, bouganville gigantesche di ogni colore, ibiscus rosso fuoco e piante endemiche di cui devo ancora scoprire il nome: tutto questo si attraversa prima di arrivare alla lunga spiaggia bianca, abbagliante e fresca.

Al mattino il mare si ritira rapidamente: nell’oceano le fasi lunari e le conseguenti maree sono fenomeni vistosi. Il fondo emerge in modo quasi omogeneo fino alla barriera corallina, dove le onde si infrangono in continuazione. Si nuota in pochi spazi più profondi, ma si cammina sulla sabbia appena sommersa, alla ricerca delle creature che vivono sott’acqua. Trovo un grosso riccio di mare che, anziché essere del purissimo nero al quale sono abituata, ha aculei marrone e corpo centrale screziato di viola. Un’onda lo copre di sabbia e lui cambia colore.

Inauguriamo la giornata con una bella passeggiata di sei chilometri lungo la riva, un modo per sgranchirsi e sentirsi meno in colpa per il troppo che si mangia sempre, in vacanza. Poi la giornata si completa con sole, bagni e tanta piacevole lettura. Siamo in vacanza, oggi va bene così

Dopo cena l’albergo offre uno spettacolo di cabaret che è meglio non commentare.

26 gennaio 2019

Anche oggi si comincia con la “camminata veloce” di sei chilometri, che aiuta a sentirsi meno in colpa per quello che si mangia e per le ore trascorse mollemente al sole. La conduce Manuela, bravissima musicista, cantante e attrice, e anche simpatica compagna di passeggio. Qualche ora di sole prima di prepararci per un giro in taxi alla parziale scoperta dell’isola

Il nostro autista si chiama Harif, ha 26 anni e gli consegniamo potere decisionale.

La prima tappa è un villaggio locale, Michamvi. Come descriverlo? Come rendere l’idea del modo di vivere così enormemente diverso dal nostro? Ci accoglie un gruppo di donne e bambini, tutte e tutti bellissimi, che stanno mangiando un piatto composto da riso e carne. Il loro aspetto è ben nutrito, ma l’impressione del livello di igiene è sconcertante, agli occhi occidentali. Si prende il cibo con le mani, e con le mani sporche di cibo si fa poi tutto.

Le case dove vivono sono parallelepipedi in mattoni e pietra che ognuno, a quanto pare, si costruisce per conto suo. Le rifiniture non esistono salvo, in qualche occasione, per le porte in legno scolpite che sono una delle eccellenze artigianali di Zanzibar. La sporcizia e il disordine sono ovunque. Le cucine sono esterne, dentro alle capanne. L’acqua corrente non esiste, viene distribuita con dei piccoli camion-cisterna, e bisogna pagarla. E’ l’acqua che serve per bere, cucinare, lavarsi, fare il bucato. Non ho capito l’illuminazione, non ho chiesto, era giorno, ma non se ne vede nelle strade. In ogni modo i bambini vanno a scuola, perché incrociamo uno scuolabus, e noi avevamo portato quaderni e penne da regalare, come da istruzioni raccolte in internet. In quel momento ci si rende conto di quanto ridicoli e insufficienti siano i nostri omaggi, di quanto incerti diventino i nostri pensieri.

Dopo questa visita, Harif ci porta a vedere il tramonto a Kae Beach.

Finalmente ci sentiamo all’estero, dopo i due giorni calati in un contesto totalmente italiano. La spiaggia è magnifica, sempre di sabbia bianchissima, avvolta in una corona di palme. A darci il benvenuto un beach bar simpaticissimo, dove ci si sente subito benvenuti. Il “padrone di casa ” è idealmente Bob Marley, il suo spirito e i colori della Giamaica: numerosi ragazzi rasta accolgono, preparano i cocktail, offrono i loro manufatti. Persone di ogni età e colore chiacchierano amabilmente, in attesa del tramonto. L’aria che si respira è di grande spensieratezza, di distacco dal peso quotidiano, forse l’unica strada per sopravvivere.

Come tutti, attendiamo che il sole cali dietro le nuvole e dietro la costa di fronte, che man mano si staglia sempre più nitida. Dopo diverse apparizioni scenografiche, il sole si raccoglie in una sfera perfetta prima di sparire, almeno per questo pezzetto di mondo. La danza e i colori sono in continua metamorfosi, un vero show.

Alla sera l’hotel ha preparato il White Party, del quale la cosa per me più rilevante è l’apparizione in tavola, finalmente, del frutto della passione.

27 gennaio 2019

Oggi si celebra la Giornata della Memoria, dedicata alle vittime della deportazione nazista. Non qui, hanno e hanno avuto tanti problemi loro, dominazioni e schiavitù, ma almeno sono rimasti fuori da questo orrore. Lo stesso che stiamo ripetendo oggi verso altri africani.

Per noi è una giornata di totale vacanza: camminata la mattina (oggi sette chilometri!), lungo bagno reso in parte più duro per la corrente contraria, e poi sole e buone letture. La marea sta cambiando, se fino a ieri l’acqua si ritirava dalle prime ore del mattino, oggi ha incominciato ad arretrare intorno a mezzogiorno

28 gennaio 2019

Alla mattina, durante la passeggiata ormai consueta, il cielo si copre e ci scarica addosso una pioggia potentissima, calda, fitta, pungente come aghi. Alla fine siamo bagnati fradici fin dentro le scarpe.

Pazienza. I vestiti asciugheranno, anche perché dobbiamo mettercene altri per visitare Stone Town.

Il trasferimento non è brevissimo, dobbiamo raggiungere la parte opposta dell’isola. La nostra guida si chiama Zaccaria e ci dà subito qualche informazione sulla storia dell’arcipelago di Zanzibar, formato da due isole, Unguja, dove siamo noi, e Pemba, più piccola e più vicina all’Africa

Il percorso verso Stone Town è sempre scioccante: povertà e sporcizia regnano sovrane. All’arrivo in città, nella parte nuova, aumenta il numero delle automobili, molte belle, ci sono grandi palazzi che ricordano molto le nostre case popolari, ma nei quali si pensa ci siano almeno la luce e l’acqua corrente.

La città vecchia, la vecchia Stone Town così chiamata perché gli arabi costruivano le loro case con le pietre, si raccoglie verso il mare. Il primo contatto è con il mercato alimentare: spezie, molte e diverse, che sono la caratteristica del posto, frutta e verdura coloratissime e poste in bella evidenza con un ordine e un ritmo che contrastano con il lassismo che si vede in giro, infine carne e pesce. Questi ultimi due passaggi sono scioccanti per la scarsità di igiene con cui vengono conservati questi prodotti. La carne è in parte ripulita delle interiora, in parte da ripulire, viene presentata su banchi sudici, piena di mosche e insetti, al caldo. Stessa temperatura per il pesce: sebbene i pesci piccoli seguano la regola della frutta, ovvero siano raccolti in gruppetti ordinati, non mancano anche qui insetti e, soprattutto, un odore disgustoso che non dimenticherò facilmente.

Dopo il mercato ci spostiamo nella chiesa anglicana. Questo posto è molto importante perché qui, dove sorge la chiesa, sino alla fine del 1800 c’era il punto di raccolta e di scelta degli schiavi. Trattati peggio degli animali, divisi a forza dalla famiglia, selezionati secondo la forza fisica, venivano venduti o barattati. Un commercio vergognoso che è stato interrotto alla fine del 1800 dagli inglesi, ma nel quale Zanzibar ha svolto il ruolo di punto di incontro e raccolta. Una scultura davvero toccante, datata 1997, celebra il sacrificio di tanti uomini e donne costretti a subire questa violenza, mentre un allestimento ampio e ben spiegato ne racconta la storia. Alcuni passaggi della storia dello schiavismo sembrano quasi incredibili per la crudeltà dimostrata, così come le celle dove venivano rinchiusi in attesa di essere venduti: un luogo surriscaldato e poco areato, con poca acqua e cibo.

Oggi dalla chiesa anglicana è possibile fotografare, con un unico clic, sia la chiesa cristiana che il minareto poco lontano: un bell’esempio di reciproca, serena convivenza religiosa.

Campanile e minareto in perfetta convivenza

Ci avviamo ora verso il dedalo di vicoli che costituiscono la città, per ammirare alcuni dei portoni in legno scolpito fatti dagli artigiani locali. Si riconoscono i portoni di forma rettangolare, spesso con il motivo ripetuto della catena, di origine araba, e quelli con la forma tutto sesto, di origine indiana. Le moschee, al contrario di quanto si pensi, sono spesso piccoli locali riconoscibili dalle scarpe lasciate all’eterno o dalle piccole vasche per le abluzioni prima della preghiera

Le case si succedono in versioni diverse, ma tutte con l’aria molto decadente: fili della luce e del telefono liberi di fluttuare nell’aria, acqua distribuita attraverso grossi contenitori sui tetti delle case stesse.

Lentamente raggiungiamo la Casa delle Meraviglie costruita nel 1883 dal Sultano Barghash Bin Said e così chiamata perché è stato il primo palazzo ad avere un ascensore, l’acqua corrente e altre comodità moderne. Oggi è un museo, purtroppo chiuso per lavori di restauro.

Ci avviciniamo al mare: in un piccolo parco molto ben tenuto, e di fronte al Forte Arabo, c’è un grande giardino pubblico con lo spazio per il barbecue, a disposizione dei cittadini. Ma guardandosi intorno, si arriva alla conclusione che la vera opera d’arte di questa città è la vegetazione.

Il giro si conclude davanti alla casa dove nacque Freddy Mercury, il cui vero nome era Farrokh Bulsara, che oggi purtroppo è diventata un hotel.

E’ il momento dello shopping. Anziché entrare nel turistissimo bazar, facciamo un giro nei vicoli della zona per completare i nostri acquisti, a prezzi ben inferiori che al Mercato: spezie e tessuti locali sono i nostri obiettivi.

Rientriamo in hotel appena in tempo per la cena, che non ci siamo sentiti di consumare a Stone Town per forse esagerati timori igienici.

29 gennaio

Ormai la passeggiata mattutina è irrinunciabile, e oggi non piove, anzi, c’è un bellissimo sole.

Nel pomeriggio, con una barchetta guidata da “Capitan Findus” e da Fabrizio, due Beach Boys, ci facciamo condurre verso tre mete. La prima è la secca dove si affollano le stelle marine: su queste io ho qualche perplessità, ho l’impressione che siano raccolte ad arte. Ci fermiamo poi su una enorme lingua di sabbia in mezzo al mare, dove l’acqua è bassissima, ma dove si sente distintamente il rombo dell’oceano in lontananza. La terza tappa è una sosta la famosissimo ristorante The Rock: ora c’è la bassa marea ed è all’asciutto, ma con l’alta marea ha l’aspetto di un’isola in mezzo al mare, con i suoi alberi e le sue terrazze.

La gita si rivela molto divertente, e i due beach boys sono gentilissimi.

Sfilata davanti a The Rock

Rientriamo in tempo per la doccia e per assistere allo spettacolo serale, un musical dedicato a Jovanotti. Il sospetto che chi lo ha messo in scena non abbia capito niente è forte: Jovanotti celebra l’Africa ei suoi sfortunati abitanti con grande spirito di comprensione e accoglienza, mentre gli ospiti parlano più volentieri di respingimenti ed esclusione …

30 gennaio 2019

Che si può fare l’ultimo giorno di vacanza, se non godersi il mare trasparente, la spiaggia bianca e fresca, la luce limpidissima, e il riposo (quasi) assoluto immersi nella lettura? Infatti così è trascorsa la giornata. Ma non è mancata la passeggiata della mattina, non sono mancate le nuotate nell’oceano dove, anche vicino a riva, la corrente si fa sentire e non è facile contrastarla.

Sunset

La partenza per il rientro è la mattina molto presto, l’occasione per fotografare anche il sorgere del sole

Sul volo di ritorno, il pilota dell’aereo ci fa notare il Kilimangiaro

n.b. La buona lettura di cui parlo è La Corsara di Sandra Petrignani

4 pensieri su “Zanzibar, l’isola delle spezie

  1. Sono stato a Zanzibar un paio di anni fa, non voglio commentare troppo perché sarei prolisso.
    Esperienza umanamente stupenda, persone “belle” che rimarranno sempre nel mio cuore.
    Moltissimo di ciò che hai visto e commentato (praticamente tutto) l’ho visto anch’io con i miei occhi.
    Mi manca solo la visione del Kilimangiaro dall’aereo…

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