Venezia, Biennale Arte 2017

Venezia, Biennale Arte 2017

Viva Arte Viva

Laguna

27 settembre – Siamo a Venezia, sestiere Castello. Siamo arrivati in treno e poi con il vaporetto 5.2, fermata Celestia. La casa è deliziosa, accogliente, comoda, a due passi dalla chiesa di San Francesco della Vigna, e la zona è particolarmente tranquilla, sembra impossibile che a pochi minuti di strada si intreccino le consuete folle che riempiono questa città. Siamo arrivati, e domani si parte per visitare la Biennale d’Arte.

San Francesco in Vigna

28 settembre – Alle 11 siamo, puntualissimi, alla biglietteria dei Giardini. Ci incontriamo con il gruppo e soprattutto con la nostra guida illuminata, Alessandra Montalbetti. Viva Arte Viva è il nome scelto per questa edizione da Paolo Baratta, presidente della Biennale di Venezia, e da Christine Macel, curatrice della 57° edizione. E se l’arte è viva, allora mangia! Così la prima sorpresa è il progetto “Tavola Aperta”, che permette ai visitatori di prenotare una cena in compagnia dell’artista preferito. Poi, chissà, magari l’artista è un musone che parla poco e fa poca compagnia, ma almeno scende dal suo olimpo e si fa carne per i suoi ammiratori.

Viva Arte Viva

La giornata sarà dedicata interamente alla visita del Padiglione Centrale, a sua volta diviso in Padiglione degli Artisti e dei Libri e Padiglione delle Gioie e delle Paure.

All’ingresso ci accoglie il drappo dipinto da Sam Gillian, una bandiera della pace (e dei diritti gay) rivisitata nella proposta dei colori, perché ritrovi il suo significato originale e forte.

L’artista Dawn Kasper, che ha difficoltà a trovare un luogo dove stare, si è trasferita dentro la Biennale, dove vive, lavora e mostra le sue opere. E’ così vero che con la cultura non si mangia?

Subito dopo, uno straordinario Olafur Eliasson propone una lampada artigianale, acquistabile, i cui ricavati andranno a una associazione che si preoccupa di sostenere i giovani immigrati, effettivi realizzatori di queste lampade. Sullo sfondo, un muro rivestito da una carta da parati con disegni un po’ onirici ci parla di Edi Rama, ministro albanese e artista.

Due diversi modi di “guardare” i libri. C’è chi li mastica e poi li sputa, come John Latham, e chi li lava, come Geng Jianyi, facendo così sciogliere gli inchiostri in disegni bellissimi.

Ci fermiamo in un angolo zen, anche se l’autore è l’architetto Calo Scarpa. L’unico rumore che si ascolta è quello dell’acqua che, dolcemente, zampilla dalle piccole cascate. Pesciolini rossi nuotano nei laghetti, una sedia dell’artista Liu Ye invita a sedersi e al confronto tra il muro di cemento e il muro di foglie naturali. Quest’ultimo aggiunge magia allo spazio regalando una meravigliosa copertura che sta incominciando a tingersi di rosso.

Vediamo ancora la delicata scrittura di Abdullah Al Saadi, e continuiamo dal rumeno Ciprian MureSan, un artista nato sotto la dittatura di Causescu, quando non aveva accesso ai libri d’arte italiana. Dopo la fine della dittatura, e l’apertura delle frontiere anche all’arte, la sua reazione bulimica verso così tanta bellezza ha prodotto disegni meravigliosi, veri concentrati di tutta la storia dell’arte italiana.

C’è anche John Waters, l’ispiratore di Jeff Koons, con i suoi incitamenti a studiare l’arte.

Mc Arthur Binion è un artista statunitense di colore che realizza le sue opere raccogliendo e incollando certificati di nascita degli schiavi neri, coprendoli poi con un reticolato materico. Il suo messaggio lascia spazio alla speranza di un mondo dove tutte le razze e i colori della pelle possano vivere insieme serenamente.

Finalmente una donna! Kiki Smith, scultrice, presenta delicati disegni dedicati alle donne, a quelle giovani e coraggiose che fanno luce nel loro cammino, e a quelle meno fortunate, vittime di una mentalità rinunciataria spesso auto imposta, chiuse in gabbie leggere ma ermetiche. Meglio spaccarle, queste gabbie, e ricostruire qualcosa con i cocci, che lasciarle chiuse.

Tra le artiste più creative mi colpisce Senga Nengudi, capace di creare opere d’arte partendo dai collant. I collant, oltre a rappresentare un passo pratico, ma incisivo, verso la liberazione della donna, si prestano bene a metafore al femminile: il corpo che si allarga con la gravidanza e poi si restringe, la forza della donna che si allunga a dismisura, il tempo che passa …

Questa è naturalmente solo una selezione degli artisti inclusi nel Padiglione centrale. Sempre ai Giardini, ci sono i padiglioni di proprietà di diversi stati del mondo, introdotti da Swatch Faces 2017, di Ian Davenport (Swatch è main sponsor della Biennale 2017). Le scelte degli artisti che hanno “riempito” i padiglioni sono estremamente politiche e intrise di significato, difficile da rendere con una semplice foto. Tutti quelli visitati dimostrano una forte originalità e lucidità nel manifestare pensieri dedicati alla condizione umana e all’ambiente. Singolare il Giappone, con opere di eccezionale maestria e precisone, il Canada allegrissimo con i suoi spruzzi d’acqua sulle assi di legno (materiali tipici del Canada), la Gran Bretagna con le metafore della vita di Phillida Barlow, l’Australia dove la fotografa Tracey Moffatt esprime il suo profondo malessere verso i problemi dei migranti, fino al’Infinity and Beyond di Brigitte Kowans che ben rappresenta il concetto con i suoi neon allo specchio.

Concludo con la descrizione del padiglione tedesco, vincitore del Leone d’Oro per questa edizione. L’ingresso è sopraelevato, e si cammina su un vetro a circa 50 centimetri dal pavimento vero. Alle pareti, in alto, ci sono stretti camminamenti pericolosi per il vuoto in cui si affacciano. Purtroppo non ci sono gli “attori” a rappresentare la performance, ma il significato è chiaro: viviamo oggi, e soprattutto la vivono i giovani, una vita che, dietro l’apparenza di molte comodità, non permette sicurezze. Si cammina in bilico, si è alle volte costretti a strisciare (sotto il pavimento di vetro), si urta contro un soffitto di cristallo.  Non so se anch’io avrei dato il primo premio a quest’opera, ma devo riconoscerne il coraggio e l’attualità.

29 settembre – La giornata inizia con la visita alla chiesa di San Giorgio, sull’omonima isola. Arriviamo in pochi minuti con il vaporetto, attraversiamo la laguna con l’illusione impercettibile di essere in un quadro del Canaletto.

La visita inizia dalla chiesa stessa. La facciata è stata disegnata dal Palladio, che non è riuscito a vederne la fine. Chi è intervenuto dopo di lui ha apportato qualche modifica che il grande architetto non avrebbe approvato.

La chiesa, gestita dai monaci Benedettini, accoglie con piacere le installazioni di arte moderna, anche se invadono il pavimento consacrato. Qui, quest’anno, c’è il grande Michelangelo Pistoletto. Nella navata della chiesa è proposta un’opera storica, “Love difference”, un’installazione datata 1975, ma ancora molto attuale. Ama le differenze ci invita a raccoglierci in un cerchio di specchi, dove ognuno si riflette infinite volte e dove è facile confondere la propria figura con quella di un altro, soprattutto se di spalle, e l’altro potrebbe essere di colore diverso dal nostro, o di diversa religione. Siamo quindi molto più simili di quanto non vogliamo ammettere. La mostra continua con un lavoro recente ambiento a Cuba: specchi dove le figure fotografate si mescolano a quelle riflesse del pubblico che passa, ovvero noi stessi. Poi “Con-tatto”, due dita identiche che, grazie agli specchi, sembrano toccarsi: forse al contatto, allo sfiorarci, a usare anche il tatto tra noi non siamo ancora arrivati?

In conclusione, un’ampia panoramica dei lavori dell’artista, che vuole insegnarci a non fermarci alla prima impressione, a guardare oltre, a cercare il punto centrale delle cose anche quando non è al centro, a non farci imbonire da quanto vogliono farci credere, e magari non è così vero.

La visita si conclude con tre insoliti lavori di pittura dell’artista, eseguiti quando era giovanissimo, dove già dimostra il suo malessere e il rifiuto per un mondo omologato e conformista, che non è il suo.

Abbiamo una lunga pausa pranzo, che impieghiamo spostandoci con il vaporetto (lentissima linea 1) e poi perdendoci a piedi fino a San Stae, dov’è l’appuntamento per il pomeriggio. Andiamo alla Fondazione Prada, nella Ca’ Corner della Regina, dove è proposto un lavoro congiunto di tre artisti tedeschi, Thomas Demand fotografo, Alexander Kluge scrittore e regista e Anna Viebrock, sceneggiatrice.

I tre autori propongono un lavoro articolato, che si dipana sui tre piani del palazzo. Il titolo, “The boat is leaking, the captain lied” ci prepara a un messaggio forte e diretto. Con l’aiuto di scenografie vistosamente esasperate o fasulle, video e immagini, i tre autori ci parlano del mondo in cui viviamo, un mondo che sta affondando per colpa nostra. Noi non abbiamo occhi che per noi stessi, ci facciamo convincere da quello che vogliamo ascoltare, cerchiamo soluzioni facili e di poco impegno, e non ci accorgiamo che stiamo lentamente affondando. Sul finale, gli autori ci regalano una speranza, l’incoraggiamento che possiamo ancora salvarci, ma solo noi possiamo farlo. Il mondo è nostro e sta a noi cambiarlo, la soluzione c’è, non c’è, siamo tutti chiamati a cercarla a trovarla, soprattutto perchè non verrà nessuno a risolvere i nostri problemi, e forse è meglio così.

Concludiamo il pomeriggio con una visita al Fondaco dei Tedeschi, una costruzione antichissima, più volte ristrutturata. Oggi è una proprietà Benetton rivisitata da Rem Koolhass. Siamo di fatto in un grande magazzino del lusso, ma la magnifica struttura e il perfetto restauro ne fanno un monumento da non perdere. La conclusione della visita è mozzafiato! Una terrazza che si apre su Venezia a 360°, preceduta dalla splendida installazione di Loris Cecchini.

30 settembre

Punta della Dogana, ore 10: nella Fondazione Pinault è proposta la mostra spettacolare di Damien Hirst: Trasures from the Wreck of the Unbelievable. Come si può raccontare un sogno? L’artista ci attira in un’avventura sottomarina e ce la racconta con due registri diversi: Da una parte c’è la storia di una naufragio avvenuto duemila anni fa, il naufragio della nave di uno schiavo liberato e divenuto ricchissimo. La nave era dunque piena di tesori che un gruppo si sommozzatori hanno portato in superficie, e che l’artista ci propone così come sono. Fin dall’inizio, però, piccole distonie che si fanno man mano sempre più grandi, ci parlano di una favolosa invenzione, un progetto onirico che raccoglie tesori affascinanti e mostri fantastici. Reperti coperti di alghe e coralli, figure mitologiche sempre più grottesche, fino alla rappresentazione dello stesso Damien Hirst che tiene per mano Topolino, entrambi coperti di finti coralli e alghe, nella definitiva confessione che stiamo assistendo a un bellissimo gioco. La visita si conclude al piano superiore, davanti alle finestre che guardano Venezia e il suo mare, dove sono collocate tre versioni del teschio dell’unicorno, in metallo povero, argento e oro.

Continuiamo con la visita a un altro artista sognante, Jan Fabre, nel chiostro dell’abbazia di San Gregorio. Jan Fabre ha scelto il vetro come materiale in omaggio a Venezia e al suo alto artigianato. Ci sono i piccioni color blu penna Biro, con il loro guano, tutto in vetro, c’è lo scarabeo trafitto da un ramo d’alloro. C’è una stupenda croce fatta solo in scaglie di vetro di Murano in tutte le gradazioni del verde, ci sono i magnifici teschi che tengono tra i denti scheletri bianchissimi di piccoli animali, ci sono abiti fatti solo di scaglie di ossa. Jan Fabre ci ricorda il trascorrere del tempo e la perfezione della natura.

Jan Fabre

Proseguiamo per Ca’ Rezzonico, dove sono raccolti gli allestimenti poetici e rivoluzionari di Marzia Migliora. Ca’ Rezzonico vale una visita attenta a parte, per le magnifiche decorazioni, gli arredi originali, gli affreschi dei Tiepolo, padre e figlio. Marzia Migliora è intervenuta con … il sale. Il sale rappresenta oggi un ingrediente per produrre il litio, metallo indispensabile ai cellulari, così il sale, tanto prezioso in passato, potrebbe tornare a esserlo anche in futuro. Quindi il sale che potrebbe generare lotte e schiavitù, il sale più prezioso dell’oro e quindi lavorato sui banchi dei maestri orafi, il sale come oggetto di guerre. Marzia Migliora però ci saluta con un omaggio femminile, malizioso e moderno: una maschera classica della tradizione veneziana, che doveva essere tenuta tra i denti (rendendo quindi impossibile parlare alla donna che la indossava) proposta sospesa e ondeggiante, quasi a dire che ci vuol altro per far tacere una donna. Un bel messaggio di incoraggiamento. Lasciamo Ca’ Rezzonico con negli occhi il meraviglioso affresco del Tiepolo intitolato Il mondo nuovo: tutti voltati di spalle, guardano lontano verso il nuovo, o non lo vogliono vedere?

Tiepolo

1 ottobre – Ultimo giorno, nel pomeriggio si rientra. L’appuntamento è alle 10 all’entrata dell’Arsenale, in Campo de la Tana. Ci avviamo subito verso il Padiglione Italia, costeggiando gli spazi chiusi dedicati a vari Paesi nel mondo, mentre finalmente ritroviamo il mare e il bacino ancora occupato dalla Marina Militare. La prima opera che incontriamo, nel Giardino delle Gaggiandre (le quali, per dire, sono lì dalla fine del 1500, e sono opera del Sansovino) fa parte del Padiglione del Tempo e dell’Infinito. Un’opera molto poetica del giapponese Kishio Suga, una serie di pietre bianche in fila sulla superficie dell’acqua, pietre che, con il passare dei mesi, si coprono di muschi, cambiano colore, accettano il passare del tempo. –

Entriamo nel Padiglione Italia, intitolato “Il mondo magico”, dall’omonimo libro di Ernesto de Martino. Qui sono presenti le opere di tre artisti. Roberto Cuoghi propone L’imitazione di Cristo, una costosa costruzione del corpo del Cristo in croce con un materiale proteico, quindi deteriorabile.  Le “statue” sono preparate a rotazione, mentre le più vecchie si disfano e consumano, mangiate dai batteri, sono pronte quelle nuove. Un processo di decomposizione e composizione, morte e rigenerazione, che sembra riguardare il nostro presente.

Adelita Husni-Bey, un video intitolato “The Reading”, mostra un gruppo di giovani di ogni colore e religione, che discutono su ambiente e sfruttamento della terra “tanto noi ne abbiamo bisogno, tanto la sfruttiamo”. La discussione è condotta attraverso la lettura di Tarocchi opportunamente disegnati, stimolando in questo modo i giovani presenti a raccontare il proprio legane spirituale, coloniale e tecnologico con la Terra e con il mondo.

Infine, Giorgio Andreatta Calò ci lascia senza fiato con la sua “Fine del Mondo”. Entriamo in un enorme spazio dove una fitta serie di tubi da ponteggio suggerisce la necessità di sostenere il soffitto. Vengono in mente numerosi problemi dell’Italia, il degrado, i terremoti. Alcuni tubi hanno appeso grosse conchiglie, a evocare un mondo marino misterioso. Saliamo una scala, ci portiamo al livello superiore, guardiamo verso quello che dovrebbe essere il contro soffitto e … ohhhh meraviglia: vediamo un enorme specchio che riflette le capriate in legno del tetto, originali dell’Arsenale, una visione vertiginosa e straniante. Non è uno specchio, ma un riflesso perfetto, cristallino, ottenuto con l’acqua, e che ora appare come un miraggio.

Lasciamo il Padiglione Italiano e visitiamo gli altri: il Padiglione dei colori, il Padiglione Dionisiaco, molto femminile, il Padiglione delle Tradizioni, il Padiglione della terra, fino al Padiglione dello Spazio Comune.

Le opere sono moltissime, alcune particolarmente azzeccate, a mio avviso, altre che forse riprendono idee già discusse.

Cosa mi ha colpito? La delicatezza delle tele di Thu Van Tran (Vietnam), le magnifiche lampade di Sam Lewitt, magnifiche anche perché sostenibili, il viaggio a Fukushima di Koki Tanaka, i prezziosi e rarissimi tappeti di Cynthia Gutierrez (Messico) e quelli ribelli di Teresa Lanceta (Spagna), le magnifiche interpretazioni delle tradizioni italiane di Leonor Antunes (Portogallo), i disegni di nudi espliciti ma casti di Huguette Caland (Libano), la raccolta a “tappeto” di audiocassette di Maha Malluh (Arabia Saudita), cassette che raccontano alle bambine arabe come deve comportarsi una donna, i seni algidi di Zilia Sanchez (Cuba), i deliziosi palloncini rovesciati di Hale Tenger (Turchia), gli allegri cuscini coloratissimi di Sheila Hicks (Usa).

Una Biennale bellissima, non facile, ma senza segreti per noi che abbiamo potuto contare su una conduzione meravigliosa.

La Maremma di ieri e di oggi

 

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La riunione di un gruppo di “vecchi” compagni di viaggio (vecchi solo perché già avvezzi alla precedente, reciproca compagnia) ha visto come sfondo la Maremma toscana.

E’ indispensabile essere più precisi, e mi piace esserlo: in Italia la concentrazione di cose belle, interessanti, tesori artistici, paesaggi esclusivi, è così alta, in pochi chilometri si trovano così tante cose da visitare che la definizione “Maremma toscana” non è corretta. Per tre giorni abbiamo girato in lungo e in largo la zona prospiciente al mare, i paesi medioevali che sorgono sulle alture, per difendersi dalla malaria, le abbazie adagiate tra gli ulivi, e la costa affacciata sull’Arcipelago Toscano. Pochi chilometri quadrati, tanta storia e arte.

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L’incontro con Carla e Franco è cordialissimo: non ci vediamo da un anno e mezzo, ma non sembra proprio. Ci accolgono nella loro bella casa immersa nel verde, tra gli ulivi e i fiori, e non solo ci riservano uno spazio esclusivo, ma ci fanno trovare una succulenta cena di benvenuto innaffiata da uno squisito Brunello di Montalcino.

La mattina dopo la compagnia si riunisce al gran completo: Gianfranco e Anna, Christiane e Franco, Carla e Franco, noi, i due Paoli. Teatro dell’incontro è Massa Marittima che, a scapito del nome, è ben lontana dalle spiagge. Dopo l’abbraccio collettivo, ci perdiamo nell’ammirazione di questa bellissima località: elegante, austera, perfettamente conservata, ha il suo fulcro nella piazza dove si affaccia la Cattedrale, insolitamente non allineata con gli altri edifici. Gli antichi edifici contribuiscono a dare solennità e armonia all’insieme, ma la vera star è proprio la cattedrale, grandissima, sopraelevata, con una piazza nella piazza che diventa palcoscenico naturale. L’interno è spoglio come si conviene a una chiesa gotico-romanica, salvo una dolcissima Madonna di Duccio da Boninsegna.

Dalla Cattedrale ci avviamo verso la parte alta della città, per arrampicarci sulla Torre del Candeliere e osservare dall’alto il panorama che si stempera nella campagna fino a raggiungere il mare. La caratteristica di questa costruzione, la cui parte inferiore, originale, risale ancora al XIII secolo, è il possente Arco Senese, oggi passeggiata panoramica, ma in origine costruzione dominante sulla città sottomessa.

Proseguiamo poi con una bella e rilassante passeggiata intorno alle antiche mura difensive, già immersi nel morbido verde della Toscana. Massa Marittima ci saluta con l’immagine dell’albero della fecondità, un dipinto che non ha bisogno di spiegazioni.

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Sulla strada per Montesiepi incontriamo vecchie miniere di ferro in disuso, dove il materiale rimasto si mostra nelle diverse combinazioni di ossidazione e in combinazione con altri elementi. Il risultato è una collina stemperata in tante tonalità diverse: grigio, rosso, verde, giallo …

 

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Prima di raggiungere la prossima meta culturale, ci concediamo un piccolo break mangereccio in mezzo alla campagna, dove assaggiamo squisiti crostini su pane toscano.

 

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Galgano Guidotti era un nobile cavaliere della zona che, nel lontano 1180 (circa) improvvisamente decise di rinunciare alla vita mondana. A suggello di questo fatto, prese la sua spada e la piantò nella roccia, dov’è rimasta fino ai nostri giorni. Successivamente, intorno a questa Excalibur italiana è stata costruita una cappella di forma cilindrica, circondata da una originale cupola a fasce cromatiche alternate: la Rotonda di Montesiepi. La cappella adiacente, datata 1300, conserva degli affreschi, molto deteriorati in verità, attribuiti ad Ambrogio Lorenzetti.

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Dopo questa chiesina raccolta e intima, ci spostiamo a San Galgano. Come si può raccontare una basilica medioevale interamente in pietra e mattoni, grandissima, che ancora conserva perfettamente la sua struttura perimetrale, le navate interne, le colonne, la facciata imponente, le finestre a sesto acuto, ed è completamente vuota e senza tetto? Conserva la solennità dell’edificio religioso, e ha insieme la magia di qualcosa che, nel perdere la sua funzione originaria, si è trasformata in un monumento che sembra non appartenere a questo mondo. Le aperture sembrano cornici al paesaggio esterno, mentre gli aspetti decorativi sono curiosamente molto ben conservati. Intorno, l’ordinata campagna toscana con i suoi olivi secolari, i cipressi, le viti. Per osservarla ancora meglio e dall’alto, ci spostiamo sulla rocca, strategico punto panoramico. Scendere dalla rocca è ancora un tuffo nel medioevo, in mezzo a percorsi pedonali, scale acciottolate e giardini fioriti.

La prossima tappa è Roccatederighi, dove hanno casa Christiane e Franco: un rifugio tranquillo che esplode in un grande giardino soleggiato, pieno di alberi e fiori.

E’ un paese medievale dove le case mantengono la struttura originale in sasso, e alcune costruzioni sembrano sorgere direttamente dalla roccia, rivelando un’insolita perizia nei costruttori. Il percorso nel centro è solo pedonale, su vicoli lastricati in pietra e in mezzo ai giardini fioriti. E’ un posto molto tranquillo, salvo durante l’annuale festa denominata “Medioevo nel Borgo”, durante la quale le tre contrade si incontrano e si scontrano. L’evento attira migliaia di persone che affollano le strade.

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Il giorno successivo abbiamo appuntamento a Civitella, un borgo che conserva quattro porte di ingresso. Nonostante siano solo quattro, riusciamo a non centrare il punto di incontro … poco male, grazie ai telefoni cellulari, ormai non si perde più nessuno.

Assaporiamo la bellezza di Paganico, elegante centro posto in uno strategico punto panoramico (forse un tempo si sarebbe detto, difensivo) e proseguiamo per S. Angelo in Colle e il suo straordinario castello. Siamo ormai a Montalcino, quindi l’enoteca all’interno offre, oltre a una bella selezione di vini diversi, una grande quantità e varietà di Brunello e Rosso. Altrettanta varietà sta nei prezzi, che arrivano a diverse centinaia di euro.

Montalcino ci accoglie con la sua altissima torre che pare appoggiata alla costruzione un po’ asimmetrica a fianco.

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Facciamo un bel percorso nel centro storico, in mezzo a botteghe artigianali e vinerie, sotto gli austeri palazzi medievali. E’ una cittadina vivace, posta anch’essa un po’ in alto, e dalla quale si occhieggia, tra le case, scorci della campagna intorno, fatta di ulivi e cipressi.

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Per pranzo scegliamo dei semplici ma gustosissimi panini, che mangiamo in un improvvisato pic nic davanti all’Abbazia di S. Antimo. Ancora una volta ci troviamo davanti a un monumento imponente e di grande bellezza che si erge, solitario, in mezzo alla campagna. La chiesa romanica risale al XII secolo, sebbene molti interventi siano stati fati nei secoli successivi, e il santo a cui è dedicata l’abbazia è un martire cristiano vissuto nel IV secolo. Qui però non c’è abbandono: S. Antimo è abitato e vissuto da una comunità di monaci che ne seguono il canone, si dedica alla preghiera e alla cultura del Canto Gregoriano, che qui è praticato e insegnato. Il giardino e l’uliveto sono perfettamente curati, mentre i giovani sono i benvenuti e hanno spazi dedicati.

La campagna intorno è di una bellezza quasi struggente, forse dovuta anche alle tante tonalità di verde, mai eccessivo, ma intenso e spesso virato al grigio e all’argento. L’interno della chiesa è spoglio, solenne, austero, un invito al raccoglimento e alla contemplazione. Di fronte all’Abbazia, un piccolo giardino con alcuni ulivi secolari, delle sculture viventi, con i tronchi contorti e nodosi.

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Ci spostiamo a S. Quirico d’Orcia, e la località è annunciata da un piccolo girotondo di cipressi. Qui, ahimè, ci sorprende la pioggia. Per fortuna i paesi medievali sono ricchi di portici e arcate, abbiamo così modo di ripararci e aspettare che il tempo migliori. In centro visitiamo la Collegiata, che ha un bell’altare barocco, ma soprattutto la chiesa di Santa Maria Assunta, un vero capolavoro di equilibri architettonici, con i bei portali. Il paese è noto anche per gli Orti Leonini, bei giardini curati dove, al momento, sono esposte alcune installazioni contemporanee. Percorriamo tutta la strada principale, dove si affacciano numerosi edifici che conservano molto della loro origine medievale, fino alla chiesetta di S. Francesco

L’ultima tappa della giornata è Bagno Vignoni, dove una sorgente leggermente sulfurea e calda, già nota ai Romani, alimenta ancora oggi percorsi acquatici che sfociano in piccole, ma ripide cascatelle fino a valle, e a un grande bacino allagato all’interno del paese, attorno al quale si affaccino bellissimi edifici storici. E’ davvero insolita questa piscina naturale che, con le sue acque placide, fino a non molto tempo fa offriva a tutti la possibilità di un bagno terapeutico nelle sue acque. Poco lontano, i depositi calcarei hanno dato origine a una piccola Pammukale.

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Ci allontaniamo da questa zona più interna per tornare verso il mare, dove tutti abbiamo la base. La campagna toscana ci abbraccia ancora con i ritmi ordinati delle sue colture, e mentre il sole tramonta e il cielo si tinge di rosa, i tanti borghi sulle alture cominciano ad accendere le luci, diventando tanti piccoli presepi illuminati.

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La serata si chiude con un’ottima cena a Braccagni, dal simpatico Re Sugo.

Oggi, ultimo giorno insieme (ma già due protagonisti ci hanno abbandonato: Anna e Gianfranco, rientrati a casa per festeggiare il compleanno della figlia), vista la bellissima giornata, decidiamo di comune accordo di andare in spiaggia, e precisamente a Cala Violina, un angolo raccolto che si raggiunge dopo una breve passeggiata in mezzo ai pini e ai lecci. Potevamo chiedere di più? Acqua trasparente, sabbia morbida, sole splendente, temperatura perfetta. Tante chiacchiere e ancora il piacere di stare insieme.

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Alla prossima, presto!

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