Camogli, “La città dei mille bianchi velieri”

La Liguria è una terra difficile, ma è tanto bella.

Camogli ne potrebbe rappresentare la sintesi: storia millenaria, mare bellissimo, scale e salite a non finire, luce incredibile.

L’isola su cui è sorto il primo borgo marinaro

Camogli si racconta con le immagini. Venite con me.

Il mare
Mr. Jonathan Livingstone
Il porto, il Monte di Portofino, Punta Chiappa
La creuza
Le facciate dipinte, capolavori di maestria e inventiva
Non è da tutti avere la facciata in nuance con la fioritura!
La luce
La focaccia
Dall’alto, da San Rocco di Camogli
La padella per la Sagra del Pesce
Il Pino Marittimo
Il Faro
All’imbrunire
Il Tramonto

E per conoscere la millenaria storia di questa splendida cittadina, cercate la Camogli Companion Guide di Patrizia Traverso

(10 – 14 giugno 2019)

Bobbio, San Colombano e i fiori dell’Appennino Piacentino

Bisogna essere motivati per partire alle 7:30 del mattino e fare tanti chilometri e ore di macchina. Ma lo siamo.

La nostra tappa è Bobbio, in val Trebbia, al confine tra la Liguria e l’Emilia Romagna. Bobbio, oggi un po’ defilata rispetto alle linee di trasferimento più rapide e moderne, è stata per secoli un passaggio importante in quanto sorge sulla grande carovaniera, la via del sale, che da Piacenza arriva a Genova e al mare.

La prima tappa è golosa: ci fermiamo a Varzi per fare scorta del famoso salame.

Finalmente a Bobbio, che ci accoglie, piccola e ordinata cittadina, con molti punti di interesse e di curiosità. Cominciamo dalle case, che sorgono una attaccata all’altra senza spazi intermedi, ma che presentano tutte caratteristiche proprie, spesso di un qualche pregio: bei colori in facciata, o pietre lavorate, balconi in ferro battuto, colonne.

La storia di Bobbio è indissolubilmente legata a quella dell’Abbazia di San Colombano.

Colombano, monaco missionario irlandese, è noto per aver fondato numerosi conventi e chiese.  Giunge in Italia dopo un lungo e travagliato percorso attraverso mezza Europa e, nel 614, riceve in dono, dal re longobardo Agilulfo, il terreno per costruire la sua chiesa, cosa che porterà a termine negli ultimi anni di vita.

L’Abbazia di Bobbio, con le sue scuole, la sua Biblioteca, il suo Scriptorium, diventa rapidamente importante sia dal punto di vista economico che politico. I sovrani che conquisteranno il nord Italia nei secoli successivi non contrasteranno questo potere che si allargherà sempre di più. In realtà, attraverso il riconoscimento del potere economico, i sovrani stessi tengono in soggezione i monaci, che non si inseriscono così nelle loro decisioni.

Tra le ricchezze dell’Abbazia c’era la produzione di pergamena, indispensabile per la riproduzione delle scritture miniate. A Bobbio si crea uno stile di scrittura particolare, ispirato alla tradizione irlandese, e tra i codici di Bobbio trascritti risultano alcuni dei documenti più importanti che, grazie ai monaci, sono arrivati a noi: De Republica di Cicerone, Virgilio, Plauto, le lettere di Seneca a Lucillo, il Codice Purpureo dei Vangeli.

Allo Scriptorium dell’Abbazia di San Colombano si è ispirato Umberto Eco nelle descrizioni per il romanzo Il nome della Rosa.

Nel 1014 nasce la diocesi autonoma di Bobbio, che ottiene così giurisdizione episcopale, ma lotte intestine dell’Abbazia portano a una decadenza di Bobbio, che nel 1230 è occupata da Piacenza. Nel 1387 diventa feudo dei Dal Verme che la terranno fino al 1700 quando passa ai Savoia, per poi seguire la storia dell’Italia.

La nostra visita inizia dalla Cattedrale di Santa Maria Assunta, Duomo di Bobbio, datata XI secolo, che porge su una bella piazzetta e si presenta con una facciata semplice, a capanna, affiancata da due campanili: uno più alto, con la campana, e uno più basso, con l’orologio.

Il livello della strada è ormai molto più alto, e per accedere alla navata si scendono alcuni gradini. Le decorazioni sono sobrie nella prima parte, ed esplodono nel transetto e nell’abside, dove un pittore tedesco ha riportato scene di vita dei Santi e del Vangelo con uno stile particolare, ricco, dettagliato, in parte architettonico, con ampie cornici barocche disegnate intorno alle illustrazioni. Il risultato finale non è sgradevole e regala l’impressione di uno spazio più ampio del reale.

Una piccola cappella a fianco dell’altare custodisce il vero gioiello della chiesa: un’Annunciazione risalente intorno al 1400, con un bellissimo Angelo dai tratti leonardeschi fasciato in un prezioso broccato, e una timida Vergine (ispirata alle figure del Foppa) raccolta in atteggiamento di sottomissione e obbedienza. Lo Spirito Santo, in forma di colomba, osserva la scena.

Di fronte al duomo, una curiosa meridiana risalente al 1200 segna il passaggio del sole sul Meridiano di Bobbio.

Con pochi passi raggiungiamo l’Abbazia di San Colombano, ancora immensa e delimitata dalle due torri in pietra costruite più di mille anni fa. L’esterno è un tripudio di cespugli di splendide rose gialle, con una scultura moderna “L’uomo della pace di Franco Scepi”, scultura approvata da alcuni dei Premi Nobel per la Pace che hanno donato la loro firma.

Oggi l’Abbazia è sede di museo e di aule scolastiche, ma mantiene la sua solennità, e il passaggio nei corridoio e nel chiostro è accompagnato da letture che ne raccontano la storia e la funzione.

Entriamo nella Basilica, un piccolo grande gioiello, con bellissimi affreschi rinascimentali e un prezioso coro ligneo dietro l’altare.

La parte più antica, che si raggiunge scendendo alcuni gradini, conserva la tomba di San Colombano e, protetto da una preziosa cancellata, un bellissimo mosaico del XII secolo con storie dell’Antico Testamento.

La comoda pausa pranzo è all’Enoteca San Nicola, dove mangiamo davvero bene.

Raggiungiamo il Ponte Vecchio, o ponte Gobbo, in merito al quale non mancano le leggende. È un lungo ponte in pietra che attraversa il Trebbia e conduce verso la collina. L’acqua del fiume passa sotto di noi con energia, e i colori illuminati dal sole rendono il paesaggio, oltre che il panorama del paese intero, particolarmente bello.

Prima di lasciare Bobbio visitiamo il castello Malaspina-Dal Verme. Ne vediamo solo l’esterno, il robusto mastio medioevale, in quanto l’interno non è al momento visitabile (e pare sia molto interessante). In compenso il panorama è bellissimo.

Si avvicina l’ora del rientro. Dopo tanta storia, i colori più belli arrivano dalla natura in pieno rigoglio: campi di grano colorati dai papaveri e filari di lavanda fiorita per concludere in bellezza un’altra serena giornata.

    Parigi, toujours

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    GIUGNO 2008 (Daniele e Alessandra)

     

     

    DICEMBRE 2008 (Davide e Adriana)

    • Venerdi – a piedi fino al Louvre (Conciergerie, Notre Dame, Sainte Chapelle), in metro alla Tour Eiffel (700 gradini), a piedi sugli Champs Elisées illuminati per Natale
    • Sabato – Arsenale, la storia di Parigi, La Grande Arche, La Piramide ecologica (pronta nel 2013), a piedi al cimitero Père Lachaise (tombe di Jim Morrison e Colette), incontro con Anne Lise e Domenico a St. Michel – Ristorante Le Grand Marché (Bastille) con Chiara e Monica
    • Domenica – Mercato Boulevard Richard Lenoir, Notre Dame, incontro con Laura e Lorenzo e Moschea di Parigi
    • Lunedì – Versailles d’inverno, Antony (Sylvia, Giacomo, Ylan)
    • Martedì – Shopping ai Magazines Lafayette (nevica!), alla sera i Lupo a cena
    • Mercoledì – Ecole Militarire, Tour, Quay Branly, Grand Palais, Champs Elysèes, Concorde

    MAGGIO 2009

    • Venerdì 22 – Centre Pompidou, mostra Kandinski e Calder, alla sera teatro (L’Etranger di Camus) all’Ecole de teatre du Marais
    • Sabato 23 – St. Denis, Hotel de Sully, Place de St. Michel, ristorante Polidor, St. Sulpice, Quartiere Latino
    • Domenica 24 – Maison europeenne de la Photographie de la Ville de Paris (mostra Henri Cartier-Bresson, Gerard Uferas, Riccardo Zipoli, Francois Fontaine, Laurent Van der Stockt), canale St. Martin a piedi e in barca attraverso le chiuse, Boulevard Beaumarché
    • Lunedì 25 – Parco Citroen (ma la mongolfiera non vola), shopping sugli Camps Elysées, Sylvia Moy chez nous, passeggiata nel Marais
    • Martedì 26 – Palais de Tokyo (esterno), Petit Palais, visita della collezione permanente, Fondazione Cartier (mostra  Beatriz Milhazes) – Alla sera cinema, Millennium
    • Mercoledì 27 – Mostra di Gustave Eiffel all’Hotel de Ville, Passages de Paris da Louvre-Rivoli a Montmartre, a casa a piedi per i Grands Boulevard (Porta quadrata di St. Denis), cena chez Nenesse

    NOVEMBRE 2009 (Emanuela e Pippo Scirè)

    • Venerdì 13 – Orangerie, Tuileries, Place de la Concorde,      Madelaine, Fouchon, Champs Elysèes
    • Sabato 14 – Louvre, Place de la Concorde, Marais
    • Domenica 15 – Beaubourg, Palais de Tokyo, Museo di Arte      Moderna, Tour
    • Lunedì 16 – Madelaine, Faubourg St.      Honoré, Champs Elisèes, Grand Palais (mostra Da Bisanzio a Istanbul),      Quartiere Latino, Jardins du Luxembourg
    • Martedì 17  – Promenade      Plantée, Rue Doumesnil, Tour e mostra fotografica, Faouchon, Marais
    • Mercoledì 18 – Shopping, Centro Pompidou (tre mostre), Galerie      Piece Unique – elles.centrepompidou.fr

     

    APRILE 2010 (Bruzzo)

    • Giovedì 22  Marais, cena dai Lupo,  Quartiere Latino
    • Venerdì 23 – Beaubourg, mostra Lucien Freud, Patrick Jouin,      Errò; Museo Carnavalet, Notre Dame
    • Sabato 24 – Rue de Rivoli, Tour Eiffel, Palais de Tokyo,      Marais, Montmartre, Opera (Magazines Lafayette)
    • Domenica 25 – Mercato di Boulevard Richard Lenoir, Marché aux      Puces di Porte de Vanves, Belleville, Cimitero Père Lachaise, cena con i      Lupo chez nous
    • Lunedì 26 – Montparnasse e salita sulla tour, acquisto T-shirt      chez boutique Anne Maisonneuve, lunga passeggiata fino alla rue Mouffetard      (dove si può mangiare la raclette), visita a Chiara Colombo con pancione.
    • Martedì 27 – Jardins des Plantes, manifattura Gobelins, Place      d’Italie, Butte des Cailles, Saint Louis Sarpetrerie, Bibliotheque      Nationale, parco di Bercy, cena a Montparnasse da Leon
    • Mercoledì 28 – Maison europeenne de la Photographie de la      Ville de Paris (Mimmo Jodice, Philippe Perrin, Antoine Poupel, Michael von      Graffenried), Centre Canadien (Robert Houle), Jeu de Peaume (Lisette      Model, Esther Shalev-Gerz, Mathilde Rosier), Place de la Concorde, shopping,      mostra Paul Klee, libreria Monna Lisait.

     

    OTTOBRE 2010

    • Giovedì 21 – Arrivo via Ginevra, spesa e la sera ostriche
    • Venerdì 22 – A piedi fino alla tour e a piedi fino al secondo      piano, museo Guimet, mostra spettacolare di Rashid Rana, cena da Bofinger
    • Sabato 23 – Mercato delle pulci di Porte de Vanves, ma piove,      shopping gastronomico ai magazzini Lafayette, alla sera Martin Alessandro,      con Chiara e Sylvain
    • Domenica 24 – Mercato Boulevard Rochard Lenoir,Antony chez Sylvia Moy, St. Michel      Notre Dame, casa
    • Lunedì 25 – Libreria Shakespeare, Grand Palais e mostra di      Monet, Jeff Koons, cena Tapas
    • Martedì 26 – Shopping, maison Victor Hugo,      Museé Cognacq-Jay, Gare de Lyon
    • Mercoledì 27 – ritorno anticipato causa grève via Zurigo

    MARZO 2012

    Arriviamo l’8 marzo, così posso serenamente disinteressarmi della festa della donna, non vedo nemmeno una mimosa. Ottimo viaggio in treno, siamo a casa alle 14, dedichiamo il pomeriggio a una prima riscoperta di alcune vie del Marais e alla spesa. Visto ce ci siamo alzati alle 4, siamo troppo stanchi per fare altro. Domani si va.Cena: huitres e fromages, chablis e bordeaux, pain aux noix

    9 marzo

    Mattinata dedicata alla visita dello strepitoso Museo Marmottan, ricco di quadri di Monet e altri impressionisti, il tutto all’interno di un bellissimo e interessante Hotel Particulier. Poi passeggiata fino al secondo piano della Tour Eiffel, come da tradizione, e da lì ancora a casa, sempre  a piedi. La sera prendiamo un aperitivo-cena con Chiara Colombo, Monica Marconi e i loro compagni e bambini. Cena: strepitosa entrecote

    10 marzo

    In metro, Nissim de Comondo, e parc Monceau, zona dei banchieri ebrei (vedere netsuke). A piedi fino al Jeu de Paume con Ai Wei Wei e Berenice AbbotShopping gastronomico da Fochon. A piedi fino a casa e spesa, dopo cena tour di Place de VosgesCena: come giovedì, in più alghe di contorno

    11 marzo

    Con il metro fino ad Antony chez Sylvia eGiacomo, con Ylan & Shan. Ottimo pranzo a base di ostriche in tre versioni (crude, al gratin con soffritto di porri, fritte con farina di tapioca). Poi filetti di triglia con quenelle di fave su una base di salsa al pomodoro piccante. Al ritorno villaggio St Paul e boulevard Beaumarché per mercatino antiquariato, ma molto deludente. Cena con gazpacho e gamberi. Dopo cena passeggiata in un Marais deserto, come sempre la domenica sera

    12 marzo

    A piedi fino all’Hotel de Ville per vedere la mostra fotografica di Doineau dedicata ai mercati di Parigi (Les Halles) demoliti nei primi anni ’70 e sostituiti con gli attuali, di nuovo in rifacimento. Coda di oltre un’ora, anche perché la mostra è gratuita, del resto lo stesso Doisneau dice che “Parigi è un teatro e ognuno paga il biglietto con il tempo perduto”. Da lì andiamo al Beaubourg dove c’è una bella e ampia mostra dedicata a Matisse e a tutta la sua produzione, con la spiegazione del percorso che l’artista seguiva per realizzare le sue opere. A fianco la mostra “Danse ma vie” è ampia, divertente, didascalica, richiederebbe un po’ di competenza in  materia. Mi ha  colpito il ideo si Eliafur Olufsson, tutto è danza. Proseguiamo per il Quartiere Latino per fare un po’ di shopping (Paolo scarpe, io borsa) rientriamo e ci fermiamo a casa perché sono malata: niente cena con coppa di champagne come da programma

    13 marzo

    …. Siccome sono ancora un po’ malata, facciamo solo un po’ di shopping nel pomeriggio, e per cena minestrina e bistecca di faux filet

    14 marzo

    Andiamo direttamente al museo d’Orsay per vedere la mostra “Degas et le nu”, veramente interessante e che offre un dettaglio dell’opera di Degas diverso, fortemente professionale e rivelatore di competenze tecniche inaspettate, oltre a una personalità illuminata. Visitiamo anche una mostra dedicata a un pittore finlandese non particolarmente brillante. Poi, una volta dentro, è impossibile non tornare a vedere tutti gli impressionisti, espressionisti, i pittori che hanno dato la svolta nel XIX secolo, perché il fascino del colore e della luce è irresistibile. Sono tanti, alcuni pezzi sono capolavori irraggiungibili, ma che non si guardano mai abbastanza, ogni volta si scopre un particolare trascurato.

    Poi a casa, tempo di valigie, domattina si parte all’alba.

    SETTEMBRE 2012

    6 settembre – Appena arrivati, ci dedichiamo a una visita al Beubourg dove c’è una mostra sull’architettura italiana negli anni ’60 ma soprattutto una strepitosa mostra dedicata a Gerhard Richter, pittore tedesco che non conoscevo ma geniale, innovativo e bellissimo. Facciamo la spesa e alla sera festeggiamo con una bella cena al Petit Beaufinger

    7 settembre – Il tempo ci pare giusto, così al mattino andiamo direttamente al Parc Citroen e finalmente facciamo la salita in mongolfiera, con brivido del volo e panorama da 150 metri. E’ gonfiata a elio, praticamente un palloncino da bambini! Poi, andiamo a piedi fino al secondo piano della Tour, per onorare il nostro soggiorno parigino. Ancora a piedi percorriamo gli Champs Elysees, Faubourg St Honorè con vetrine e gallerie d’arte, e la bella vetrina di Hermes. Entriamo alla Madeleine, che è aperta e con una bella fioritura sulla scalinata di accesso.  Un po’ di  acquisti da Fouchon e senape Malle, poi a casa a fare tartine in attesa di Chiara, Sylvain e Martin.

    8 settembre – Altro appuntamento di rito, il mercato delle pulci di Porte de Vanves, dove acquistiamo un orologio da taschino e un paio di occhialini da appoggiare sul naso (pince-nez). Non è, come invece credevamo, la giornata del patrimonio, quindi l’Eliseo e gli altri edifici pubblici non sono aperti, ripieghiamo sul Museo de Les Arts Decoratifs per la mostra Louis Vuitton – Marc Jacob: molto fashion of course. Bellissimo l’interno dell’edificio, che propone anche una mostra sul trompe-l’oeil e ha una collezione permanente di mobili Art Deco di altissima qualità. Interessante anche l’esposizione dei gioielli. Cerchiamo di raggiungere Chiara e Sylvain alla Galleria d’arte Rabouan Moussion, ma arriviamo tardi. Ammiriamo comunque  l’opera notevole del giovanissimo Luke Newton, alla sua prima mostra. Piccolo giro per il Marais e poi spesa e cena a casa, con successivo giretto digestivo.

    9 settembre – Tradizionale spesa al mercato di Bouleard Richard Lenoir, poi ci avviamo a piedi fino all’hotel de Ville nella speranza di vedere una mostra che invece è chiusa. Incrociamo però la Senna e l’Ile St. Louis, che non avevamo ancora salutato, dove facciamo un piccolo shopping cadeau da Pylones. Con la metro raggiungiamo il Bois de Boulogne, che è affollato e un po’ polveroso, ma comunque piacevole per godere della giornata ancora bellissima e pienamente estiva. Dobbiamo organizzarci con le biciclette! Al ritorno, birretta al Bistro Populaire, cena e passeggiatina digestiva.

    10 settembre – Visitiamo subito la mostra “C’etaient des enfants” all’Hotel de Ville, dedicata ai bambini ebrei cacciati dai nazisti e alle storie di aiuto e ospitalità offerte dai francesi. Molti di questi piccoli ebrei si sono così salvati,  sebbene la maggior parte di loro fosse rimasto orfano o avesse perso anche i fratelli. Con la metro raggiungiamo il quartiere di Montmartre dove c’è un outlet molto interessante di APC, tutto a metà prezzo. Compro due bellissimi pantaloni! Non era in programma perché non la amo molto, ma ormai che siamo qui saliamo la scalinata alla basilica di Montmartr, e ci godiamo la vista aperta su Parigi. Peccato un po’ di foschia, peccato ancora di più il degrado della zona e del percorso che riporta in basso, ricco di verde. Non è tanto lo sporco che disturba, quanto il cattivo odore. Rientriamo a Bastille con la metro e facciamo un o’ di spesa per la cena di stasera, abbiamo ospiti … E la cena sarà molto buona, annaffiata di ottimo vino francese, nostro e offerto da Anne Lise, e champagne offerto da Sylvia e Giacomo. E’ bello rivedere persone e accorgersi che, anche se non ci si incontra per mesi, il piacere di stare insieme è sempre tanto.

    11 settembre – Piove! Coraggiosamente ci avviamo alla ricerca della Maison Rouge, una galleria d’arte verso Bercy, che troviamo chiusa. Per fortuna sulla strada troviamo una mostra fotografica all’aperto ambientata proprio sotto la pioggia. Rientrando verso casa facciamo l’acquisto di qualche piccolo regalo, ma l’acqua è davvero forte, bisogna fare un programma alternativo. Andiamo al cinema, a vedere La part des anges (Angel’s share) di Ken Loach, appassionante e divertente, e positivo. All’uscita dal cinema la pioggia è cessata, quindi ceniamo per strada con un falafel preso alla As del Fallafel in Rue Rosiers, squisito e molto più leggero di quanto non ci aspettassimo.

    12 settembre – Durante l’ultima, bella giornata a Parigi prima del ritorno in Italia, non ci deludono le mostre al Jeu de Paume (Laurent Grasso, Eva Besnyo, Rosa Barba) e alla Maison Europeenne di Fotografia(Alice Springs, Claude Nori, Choi). Ma ci godiamo anche una bella e lunga passeggiata dal Louvre a casa, con il giro dei portici del Palais Royal, fioriti, e con il piacere di una golosa crepe. Ora valigie. Au revoir …

    FEBBRAIO 2013

    Venerdì 15 febbraio

    Parigi è sempre Parigi e anche in febbraio, nonostante le aspettative siano di freddo polare e città diversa, in realtà il freddo non è così intenso, anzi, e la città è piena di turisti come sempre.

    Comme d’abitude, la prima giornata qui è dedicata a una passeggiata perlustrativa fino alla Tour, con salita a piedi fino al secondo piano (circa 700 gradini). Si va a verificare che, non si sa mai, l’avessero spostata.

    Il percorso più divertente è quello che da Faubourg St. Antoine porta all’Ile St. Louis con i suoi bei negozietti, o all’Ile de la Cité dove sorge Notre Dame. La cattedrale festeggia 850 anni di vita, portati molto bene devo dire, e per l’occasione deve subire l’invasione di una sorta di palco-gradinata, fatto per poter ammirare meglio la chiesa, ma che spezza irrimediabilmente l’armonia della piazza.

    Al Louvre prendiamo la metro fino alla Tour, che ogni volta emoziona per la sua struttura, così leggera e così possente …

    Facciamo i 700 gradini fino al secondo piano e lì ci divertiamo, come tutte le volte, a scoprire i luoghi che conosciamo, caso mai avessero spostato qualcosa … Il cielo oggi è bello e variato come solo nei grandissimi spazi si rivela: azzurro sereno con nuvole bianche e grigie e viola che si muovono in continuazione e cambiano il colore della città …

    Ormai siamo caldi, e torniamo a casa a piedi, cioè praticamente attraversiamo tutto il centro di Parigi. Da Place del’Etoile scendiamo sugli Champs Elysées, viriamo a sinistra per Faubourg St. Honorè e la vetrina coreografica di Hermes, costeggiamo les Halles, ora un cantiere, rientriamo nel Marais e siamo a casa.

    Dopo pochi minuti arriva Sylvia a salutare, e poi andiamo da Chiara, Sylvain e il piccolo, tenero Martin, per un aperitivo a base di Chablis e vino della Tourenne …

    Sabato 16 febbraio

    Prima di tutto andiamo dall’ostricaro in Faubourg St. Antoine e compriamo una dozzina di ostriche e due belle manciate di gamberi, la cena è organizzata. Mattinata dedicata allo shopping nell’outlet di APC, per il quale dobbiamo andare fino a Montmartre … ma ne vale la pena, tutto a metà prezzo! Penso che Montmartre sia il posto più turistico del mondo, quindi lo snobbo abbastanza. Torniamo a piedi verso casa, scendendo dalla collina verso i Grand Boulevards, e attraversando alcuni degli affascinanti passages di Paris, dove è facile trovare la sorpresa di qualche negozietto particolare, vecchie collezioni, artigiani insoliti. Per esempio, comperiamo tè e cioccolato “A’ la mère de famille”, uno strepitoso negozio d’epoca datato 1761. Torniamo verso il Marais perché abbiamo appuntamento con Chiara e Sylvain per assistere alla performance di un artista che loro ammirano molto, Jonone. Da bravo primadonna, Jonone si fa attendere così tanto che ci stufiamo e ce ne andiamo. Ci tuffiamo nella folla del sabato pomeriggio (l’impressione è che tutta Parigi sia in questo quartiere) e percorriamo il perimetro di Place de Vosges con le sue allegre gallerie d’arte. Torniamo a casa, le ostriche ci aspettano …

    Domenica 17 febbraio

    Stamattina facciamo i parigini, che mi piace tanto, e andiamo a fare la spesa la mercato settimanale di Boulevard Richard Lenoir: torniamo con frutta, insalata, formaggi, carne.

    Ci avviamo verso Bercy pregustando  un bel percorso sulla Senna, e sulla strada incontriamo una nuova galleria d’arte “Trois cerises sur une étagère” con l’esposizione di quadri dedicati al tramonto del sole in Bretagna, realizzati da un giovane artista … Rimango quasi folgorata dalla bellezza, dalla capacità di mettere sulla tela i meravigliosi colori del tramonto sul mare. Il proprietario della galleria, Robert … è simpaticissimo e così appassionato da trasmettere il suo entusiasmo! Decido di rimanere in contatto e ritornare a trovarlo la prossima volta! Ora dedichiamoci al programma di oggi, che prevede la visita alla mostra “La photographie en 100 chefs-d’oeuvre” allestita alla Biblioteca Nazionale di Francia, possente monumento realizzato a Bercy con spazi interni organizzati per biblioteca ed esposizioni e spazi esterni straordinariamente accoglienti, persino con questo freddo! La struttura da sola vale la visita, con i quattro palazzoni a forma di libro incredibilmente leggeri nonostante la mole, che racchiudono un amplissimo spazio aperto, ricco di piante, che si affaccia sulla Senna. La mostra è più interessante che bella, sono esposte fotografie di proprietà della biblioteca, scelte in uno spazio temporale di quasi 200 anni, e le più antiche sono, agli occhi di oggi, poco attraenti. Guardare però il percorso del mezzo è un esercizio appassionante. A completare la mostra, altre immagini di giovani fotografi contemporanei molto attenti all’attualità e molto attenti alla bellezza.

    Sulla strada del ritorno (sempre a piedi!) visitiamo i nuovi Docks-Cité de la Mode e du Design, con la bella terrazza sull’acqua, e rientriamo tranquillamente a casa passeggiando lungo la Senna, facendo tappa al Village St. Paul, che continua a non piacermi, e finendo con un breve giro nel Marais, dove non mi stanco di andare.

    Dopo un aperitivo casalingo, la cena è faux filet e tournedos alla messicana, innaffiati da uno squisito vino di Bordeaux.

    Lunedì 18 febbraio

    Giornata intensa oggi, forse anche grazie al clima, freddo sopportabile e cielo blu! Si comincia con il Louvre, dove visitiamo la nuova area dedicata all’arte dell’Islam. Trattandosi del Louvre, non poteva essere altro che il massimo della qualità e della chiarezza. Oggetti meravigliosi,vecchi di centinaia di anni, testimoniano una capacità di circondarsi di cose belle fa parte di popoli che, oggi, vivono nella guerra. La qualità di quanto esposto è davvero considerevole, ci sono oggetti che penso di non aver mai neppure pensato. Dopo il tempo dedicato all’oriente, ci spostiamo per visitare l’installazione di …, anch’essa ispirata a mirhab e meditazione. Facciamo un break a base di patatine fritte da “Les rois de la frite”, proprio di fronte al Pantheon, poi proseguiamo per visitare il museo Delacroix. Si trova nell’abitazione stessa dove il pittore ha trascorso la sua vita, e contiene qualche pezzo di mobilio. Ci sono bellissimi acquerelli e oli,  più a soggetto floreale, che dimostrano la padronanza tecnica e l’occhio artistico del pittore. In parallelo, sono proposti gli acquerelli di Jean-Michel Othoniel, con una buona intuizione sul rapporto tra colore e fotografia,e sculture di Johan Creten, inguardabili. Usciamo dal museo, che si trova tra l’altro in un angolo raccolto e silenzioso si Parigi, per avviarci verso la zona più centrale. Sul percorso incrociamo la mostra fotografica di Jesse A. Fernandez, nella Maison  de l’Amerique Latine, che si dimostra una rivelazione. Bellissimi sono i ritratti di personalità dello spettacolo e dell’arte degli anni ’40 e ’50. La prossima tappa è Fauchon, per un po’ di sano shopping alimentare, e infine sul Blv Montmartre per incontrate Anne Lise. A casa prendiamo una cena leggera, siamo stremati …

    Martedì 19 febbraio

    Stamattina ci avviamo al Grand Palais per vedere la mostra di Feliz Ziem, che mi incuriosisce in quanto acquarellista. Scegliamo un percorso alternativo, per allontanarci dal traffico, e costeggiamo la Senna passando per strade antiche, dove anche i palazzi denunciano il tempo, e alcuni riportano targhe commemorative di personaggi che lì hanno vissuto, sono nati, sono morti, son passati … Arriviamo al Grand Palais attraverso il Ponte Alessandro III, senza dubbio il più monumentale e ridondante, per l’abbondanza delle decorazioni e l’imponenza delle statue. La mostra si rivelerà un po’ deludente, il pittore è molto bravo, ma non ha una gran personalità, aveva acquisito la pennellata veloce degli impressionisti, ma i suoi soggetti erano piuttosto banali. Ha prodotto moltissimo e, giustamente, ha avuto un vita un grandissimo successo. Dal Petit Palais, attraversiamo gli Champs Elysées per visitare una piccola, curiosa mostra di Frank Gehry. Il grane architetto, con il solo uso della carta da disegno, ha realizzato dei pesci in diverse fogge e dimensioni, più o meno raggruppati per dar vita a sculture luminose, Fish Lamps. Secondo Gehry, “The fish has a perfect form”. Rientriamo verso casa a piedi, con il breve intervallo di una crepe e di un hot dog, e facciamo le ultime spese nel Marais, alimentari e non: Chamonix Orange, Pain d’epices, Alice à Paris.

    Chiudiamo in gran bellezza la giornata con una cena superlativa al Metropolitain, nuovo ristorante di un giovane chef capace di abbinare semplicità degli ingredienti, qualità e intuizione negli accostamenti. I piatti, di partenza semplici, si rivelano uno straordinario compendio di sapori prelibati. Da ripetere!

    Mercoledì 20 febbraio

    L’ultimo giorno a Parigi è sempre un giorno un po’ particolare, perché bisogna fare le valigie, chiudere casa … ma ci penseremo! Alla mattina facciamo la spesa al marchè d’Aligre, un posto dove volevo andare da tempo e che si rivela una risorsa: offerta amplissima e prezzi competitivi. A pranzo gustiamo un goloso falafel alla famosa As du falafel in rue des Rosiers, un panino strepitoso e sano, tutto vegetale. Infine, facciamo un giro alla mostra “L’Histoire de France raconté par la publicité” all’interno dell’Hotel de Sens (uno dei pochi monumenti medievali ancora attivi a Parigi), negli spazi della Biblioteca Forney. In realtà speravo di poter vedere qualcosa di più dell’interno di questa maestosa costruzione, ma non è così, la mostra è allestita in una zona marginale e purtroppo anonima. Ci prendiamo ancora un’oretta per fare un giro verso St. Eustache e le strade limitrofe, un’altra zona allegra piena di locali e negozi.  L’entrata a St. Eustache è sempre un’emozione, la chiesa è gotica che più non si può, potente con i suoi pilastri ben radicati a terra, ma leggera con le volte illuminate dalla luce colorata filtrata dalle vetrate. Alla sera poi, a cena, ostriche, salmone dell’Atlantico e vino di Borgogna, per chiudere in bellezza. Alors, on y va ….

    AGOSTO 2013 (Francesca ed Emanuela)

    15 agosto – Siamo arrivati, è Ferragosto anche qui

    16 agosto – Mattino, al Louvre, per vedere anche la mostra dedicata Michelangelo Pistoletto. I giapponesi si specchiano e si pettinano. I gruppi passano veloci e indifferenti davanti a Giotto, Paolo Uccello, Veronese, Caravaggio, per andare a vedere la Gioconda. Qualcuno si ferma un po’ di più davanti a qualche altra opera d Leonardo. Al pomeriggio: Magazine Lafayette e spese per casa

    17 agosto – Marchè d’Aligre, in questa zona non c’è turismo e molti negozi sono chiuso per ferie. Entriamo al BHV per la mostra sul Marais Pic&Spot. Al pomeriggio, Mison Rouge con la mostra My Joburg, dedicata a Johannesburg. Arrivano Francesca ed Emanuela.

    18 agosto – Spesa al mercato, poi lunga visita al mercato delle pulci di Porte de Glignancourt. Quindi Tour Eiffel e canonica salita a piedi fino al secondo piano (pant pant). Da qui, ancora a piedi fino a Place decla Concorde.

    19 agosto – Lunga tappa al Centre Pompidou per vedere quattro mostre una più bella dell’altra, sebbene di dimensioni molto diverse: Roy Lichtenstein, Simon Hantai, Geneviève Asse, Dove Allouche. Infine, spesa gourmand da Fauchon.

    20 agosto – Lunga coda sopportata con pazienza per l’imperdibile e indescrivibile mostra di Ron Mueck, alla Fondazione Cartier. Poi giro nel Quartiere Latino: Rue St. Jacques, Rue Mouffetard. Da qui andiamo alla Pinacoteca di Parigi per la bella mostra di Tamara de Lempicka.

    21 agosto – Giro di commiato nel Marais, spuntino con il falafel, poi lavatrici, valigia ….

    GENNAIO 2014

    (con Daniela, Derek, Patrizia, Stefano)

    Giovedì 23 gennaio – E il mio compleanno e la sera mi festeggio alla grande al Bar à Huitres del blv Beaumarchais: zuppa di pesce fantastica, gamberoni strepitosi e crepes perfette. Più champagne e vino profumato. Patrizia e Stefano ci sorprendono e si uniscono a noi per la cena.

    Venerdì 24 gennaio – Alla mattina facciamo la spesa, perché la sera si continuano i festeggiamenti, a casa. Poi visitiamo il Museo del Giudaismo (interessante, ma la storia degli ebrei è troppo lunga per condensarla così), che comprende l’esposizione del pittore Maryan e delle sue opere piene di angoscia e dramma.  Ci armiamo di pazienza e facciamo circa un’ora di coda per vedere la bella mostra fotografica  di Brassai, “Pour l’amour de Paris”, all’Hotel de Ville. Arrivano anche Daniela e Derek, ci siamo tutti. Alla sera, gran festeggio domestico!

    Sabato 25 gennaio – Facciamo un giro all’Ile St. Louis, poi prendiamo il metro da St. Michel Notre Dame per andare verso la Tour Eiffel. Breve sosta con spuntino al Palais de Tokyo, poi lunghissima passeggiata fino a casa attraverso gli Champs Elysées, Faubourg St. Honoré, Marais. Sulla strada ci sorprende la mostra fotografica, un po’ patinata, di Richard Aujard nella prestigiosa galleria Laurent Strouk. Cena (e festeggiamenti e vino) alla Coupole.

    Domenica 26 gennaio – Lasciamo liberi i nostri ospiti che vanno al mercatino delle pulci di Porte de Vanves, mentre noi ci dedichiamo alla spesa nel grande mercato di blv. Richard Lenoir. Nel primo pomeriggio andiamo alla Defense, dove piove che dio la manda, e allora torniamo verso casa. Ci rifugiamo nel Museo Carnevalet, che si rivela ricco, bello, interessante e vario. Terminiamo la giornata con la mostra fotografica di Charles Lansiaux “Paris 1914 – 1918: La guerre au quotidien”, allestita nella  Galleria della Biblioteca di Parigi. Qui ho il brivido del primo biglietto scontato per gli over 60.

    Lunedì 27 gennaio – La giornata è fredda e ventosa, ma coraggiosamente attraversiamo i giardini delle  Tuileries, belli anche in inverno, per raggiungere Fauchon e fare un po’ di spesa gastronomica. Rientriamo a casa per accompagnare i nostri amici alla Gare de Lyon. Da qui, indomiti, andiamo a piedi fino alla Tour Eiffel e saliamo al secondo piano. Per il ritorno, ci concediamo il lusso del metro, e di una serata tranquilla a casa.

    Martedì 28 gennaio – E’ possibile visitare l’interno dell’Opera Garnier, dove è allestita una mostra dedicata a Verdi e Wagner. Ne approfittiamo. Lo spazio relativo ai due compositori è interessante, ma il palazzo è sorprendente: ricco, sontuoso, con affreschi preziosi e un’architettura interna piena ma non eccessiva. Al piano superiore, corridoio lunghissimi e saloni dove si possono immaginare feste da ballo principesche. Il terrazzo offre un insolito punto di vista della piazza. Da un palchetto riusciamo a vedere le prove del balletto Onegin, che sarà in scena fra pochi giorni: lo riconosco, è un’emozione.

    Alla sera siamo a cena da Chiara, che ci attende con Sylvain e Martin, e ci sono anche Sylvia con Giacomo, Ylan e Shan. I bambini sono meravigliosi. Le mie amiche mi commuovono profondamente con una piccola festa a sorpresa: mi fanno trovare una bellissima torta dedicata e uno splendido regalo. Sono senza parole. Grazie!

    Mercoledì 29 gennaio – L’ultimo giorno è sempre dedicato genericamente alla città, per salutarla. Alla mattina riusciamo ancora a vedere una bella mostra dedicata a giovani artisti, tra cui Jon One, e passeggiamo fino al Louvre e alla Senna. Sul ritorno entriamo alla Polka Gallery, dove negli spazi sulla strada sono esposte le fotografie, davvero insolite, di Alexander Grorsky, mentre nel cortile prosegue la suggestiva esposizione dedicata al più grande di tutti, Sebastiao Salgado.

    Alla sera chiudiamo in bellezza con ostriche e Chablis.

    LUGLIO 2014

    24 luglio – arrivo regolare e puntuale come sempre. Spesa, cenetta con una buona bottiglia di Bordeaux e fromage, piccolo tour della Place dea Vosges, tanto per vedere che non sia cambiato nulla …

    25 luglio – In direzione Beaubourg, ci fermiamo all’Hotel de Ville per la mostra ‘Liberation de Paris – Août 1944, le combat pour la liberté’. La prima parte è fotografica, riprende momenti degli ultimi giorni di combattimenti oltre che le prime pagine dei giornali, moltissimi!, del giorno stesso, mentre annunciavano la liberazione di Parigi. In chiusura un lungo filmato, con il Generale De Gaulle gran protagonista, che mostrava la gioia della popolazione liberata. Impressionante la stragrande maggioranza di donne presenti nei cortei e tra la folla inneggiante. I pochi uomini erano anziani, gli altri, i mariti, i figli, ancora al fronte, o scomparsi.

    Raggiungiamo il Beaubourg per le mostre in corso in questo momento: Martial Raysse, artista francese che esordisce con la pop art (difficile trattenersi dal dire Lo potevo fare anch’io) prosegue con un’arte molto ironica e divertente, usa tutti i mezzi espressivi e rivede con forte spunto soggettivo, i ritratti classici, oltre ad altri scomposti in modo molto personale, ma si chiude con una pittura di grandi formati e molto meno ricca di personalitá.

    Picabia, Man Ray et la revue ‘Littérature (1922-1924) è un interessante excursus sulle copertine, e i contenuti, della rivista diretta da André Breton, per la quale i due artisti hanno disegnato copertine e illustrato articoli in modo spesso provocatorio e irriverente. Si capisce che si divertivano moltissimo.

    Hommage á ‘Magiciens de la terre’ si rivela una mostra fotografica che si limita a illustrare le installazioni preparate in passato per la mostra originale. Per fortuna in entrata c’è un bel video registrato durante l’esposizione, che spiega le varie opere artistiche e ne illustra l’aspetto magico, da rituale, metafisico che vogliono trasmettere.

    Infine, Une histoire – Art, architecture et design, dea années 80 à aujourd’hui, coinvolgente, colorata, rumorosa, un esempio lampante di come gli artisti non possano oggi sottrarre la loro creatività a tanti diversi stimoli che arrivano dalla cronaca, dall’ambito sociale, dalla politica, e indirizzano la loro produzione in quest’ottica allargata.

    Dopo la lunga visita ci rilasciano al Paradiso au fruit con due belle spremute fresche, quindi rientriamo verso casa per gli obblighi quotidiani della spesa. C’è ancora il tempo per un attento giro alla Polka Gallery, sotto casa, dove ammiriamo (letteralmente) le splendide foto di Françoise Huguier.

    Verso mezzanotte arrivano (gioia!) Daniele e Federica

    26 luglio – Dopo una passeggiata fino quasi in Place de la Concorde per raggiungere Fauchon e fare un po’ di shopping mangereccio, abbiamo preso la metro verso Place de la bataille de Stalingrado, ovvero siamo arrivati al Bassin de la Villette con l’intenzione di prendere una barca e navigare sul Canal d’0urq. Siamo abbastanza fortunati, la fila per l’imbarco é breve e veloce, prendiamo posto in un punto molto panoramico. La navigazione si svolge all’interno di un canale piuttosto stretto che, dopo aver incrociato i vecchi mulini ristrutturati di Pantin, si snoda tra capannoni industriali, nella primissima parte, che poi lasciano posto a parchi e giardini ben attrezzati per i bimbi, a filari di pioppi e a mura, o resti di mura, che sono diventati tavole pittoriche per i tanti writers che decorano questi spazi con le loro coloratissime creazioni di Street Art.

    Il giro dura un paio d’ore, molto piacevoli e rilassanti, sebbene la percezione di una velocità molto controllata alla lunga renda la gita vagamente noiosa, ma c’è bisogno anche di questo qualche volta. Alla fine ci sediamo sul bordo del Bassin de la Villette per una bella e buona birra. Il ritorno a casa, che prevede anche la spesa, é un po’ affannoso in quanto ci rendiamo conto che il nostro macellaio di fiducia, sul quale ho concentrato le mie scelte alimentari per la serata, é sparito … chiuso, in pensione o, chissá. Grazie alla buona memoria di Paolo ne troviamo un altro e la cena è risolta: riso basmati com pomodoro e lamelle di mandorle, bistecche di faux filet, patatine, quiche e formaggi di capra, tutto innaffiato da un ottimo Bordeaux. Tanto ottimo che regala, almeno a signore e signorine, una sonnolenza ingestibile. Dopo una breve passeggiata nella movida della Bastiglia, tutti a nanna.

    27 luglio – Senza un vero programma, in quanto Daniele e Federica devono partire nel primo pomeriggio, cominciamo con la spesa al mercato di blv Richard Lenoir. Troviamo in fretta quello che ci serve, così ripartiamo per una passeggiata senza meta che ci porta a Republique, da qui, attraverso piccole e deliziose stradine decentrate, raggiungiamo quasi i Grand Boulevards. Meglio tornare verso casa, per fare un pranzo veloce (gamberi, pomodori freschi, frutta) e accompagnare Dani e Fede al metro. Raggiungiamo la Fondazione Cartier in blv Raspail che, per celebrare i 30 anni di attività, propone una collettiva di molti degli artisti che hanno esposto in questo periodo. Naturalmente c’è il meglio di tutti, é una gran soddisfazione ammirare tanta bellezza. La capacità concettuale di molti artisti moderni non finisce di stupire. La visita richiede circa tre ore, ma rientriamo a piedi attraversando mezza città. Nessun sentore del Tour de France, che pure si sta concludendo sugli Champs Elysées con, presumo, gran dispendio di entusiasmo e festeggiamenti. A casa siamo soli :((

    28 luglio – Stamattina abbiamo finalmente onorato Parigi con la ( per noi) consueta salita a piedi al secondo piano della Tour Eiffel. Da qui il panorama é a 360 gradi e sempre mozzafiato.

    Nel pomeriggio siamo entrati al Palais de Tokyo per visitare una serie infinita di mostre: devo dire che su alcune ho qualche perplessità, probabilmente dovute alla mia pochezza mentale (l’esplorazione del mondo dei fantasmi o dei riti di morte mi ha lasciata un po’ com’ero), mentre gli spazi dedicati ad artisti più evidentemente sereni e capaci di vivere la realtà con lo spirito giusto mi hanno coinvolta e divertita. Tra tutti, l’installazione di Paul McCarthy, “L’Etat du ciel”, il geniale “Aujourd’hui le mond est mort” di Hiroshi Sugimoto, l’onda senza riposo di Ange Leccia, “Jamais la mer ne se retirte”.

    L’ampiezza della mostra ci ha portato via più tempo del previsto, é rimasto quello ci passare a! Ristorante Le Chardenoux, per prenotare !a serata. É stata una grande cena, bravo Cyril Lignac.

    29 luglio – La giornata comincia con la visita alla mostra dedicata a Lucio Fontana, presso il Museo di Arte Moderna. Grande soddisfazione per un’ampia presentazione dell’opera completa di questo artista e di tutto il suo percorso, dalle sculture, alla ceramica, ai famosi tagli, aperture curiose sull’infinito, sull’ignoto, sul futuro. Intanto che siamo lì, concludiamo con una visita generale alla collezione permanente, interessantissima, e alle danze di Matisse.

    A piedi raggiungiamo la Madeleine, vogliamo prenotare il concerto gospel in programma stasera, e sempre a piedi rientriamo verso il Marais: oggi é giornata falafel (e birra). Facciamo due piccole spese (Fragonard, Mariage Frères, Damman) e rientriamo a casa per prepararci. I GospelDream sono molto bravi e coinvolgenti, sebbene cerchino di convertirci tutti, purtroppo l’acustica della chiesa non é perfetta. Con tutto questo, cantiamo e balliamo con loro When che saints go marching in e Oh Happy Days. All’uscita ci aspetta una Parigi particolarmente ben illuminata, con la Tour scintillante d’oro e il faro che gira, e l’Assemblea Nazionale in versione tricolore. Concludiamo con una passeggiata lungo la Senna illuminata, visto che fra non molto dovremo salutarla.

    30 luglio – Mi sconcerta un po’ questo luglio passato senza lasciare vere e proprie tracce estive. Insomma, é il mese estivo per eccellenza, non può andarsene così … Del resto ogni anno la sua fine mi dà davvero il senso del tempo che passa e che non gira in tondo … Ci avviamo in mattinata per un tour proposto dalla guida del Touring, percorsi ben identificati sulle mappe, che non mi ero mai decisa a seguire prima. Invece si rivela una buona scelta, quantomeno consapevole. La prima tappa é per la chiesa di St. Julien le Pauvre, unica chiesa in città dedicata al culto greco melkita, dalle origini antichissime, sebbene oggi abbia ampie parti rifatte. La prima costruzione risale al Medioevo, successivamente ha subito distruzioni e rifacimenti, e oggi si presenta con una facciata semplice, al limite tra il gotico e il romanico, in un angolo un po’ nascosto, seppur centrale, all’imbocco del Quartiere Latino, poco oltre la libreria Shakespeare. Sembra sorgere in un angolo di campagna, anche grazie al bel parco a fianco della chiesa stessa, che conserva l’albero, si dice, piú vecchio di Parigi. La passeggiata prosegue  reso la chiesa di St. Severin, splendido esempio di gotico flamboyant, con bellissime vetrate e un notevole rosone centrale. Continuiamo per la via St Jacques, dove costeggiamo il College de France, poi la Sorbona, e facciamo qui un break con le patatine del Roi des frites. Di nuovo in marcia verso il Pantheon, dove non entriamo, e la Biblioteca di Santa Jenevieve, dove invece ci affacciano e abbiamo la gradita sorpresa di essere accompagnati in visita da una gentile signora. Lo spazio più interessante é quello della biblioteca vera e propria, una sala immensa, illuminata da a!te vetrate, dove le colonne portanti sono state sostituite, grazie a un colpo di genio dell’architetto, da sottili, ma robustissime, colonne in ferro, che proseguono la loro corsa di sostegno anche sulle volte, dove il ferro propone un disegno di sole e luna. Del resto l’immagine simbolo di questa biblioteca é quella dello studente così immerso nello studio da non accorgersi che arriva la notte oppure, in entrata, una riproduzione ingrandita della Scuola di Atene di Raffaello.

    Scendiamo dal monte dedicato alla santa protettrice di Parigi fino alla chiesa di St.  Nicholas du Chardonnet, dove vengo ripresa per i miei pantaloni corti …

    Ci dirigismo verso la nostra zona: facciamo tappa alla Maison della Photographie per le esposizioni di tre grandi fotografe: Francoise Huguier, Marie-Paule Nègre, Katia Maciel

    C’è solo il tempo per una birretta e poi a casa, a  fare le valigie

    GENNAIO 2015 (Daniele e Andrea)

    1 gennaio 2015 – Cosa si può chiedere di piú, cominciare l’anno a Parigi. Eccoci qui, proprio a Capodanno, dove arriviamo a metá pomeriggio, ma troviamo una cittá tutt’altro che sonnolenta. Resistono le luminarie natalizie, e i ristoranti traboccano di frutti di mare, particolarmente buoni e abbondanti quando fa freddo. La prima serata é casalinga, e assecondiamo la tradizione italiana che vuole l’inizio dell’anno con cotechino e lenticchie. Li abbiamo portati dall’Italia, li gustiamo con un francesissimo Bordeaux.

    2 gennaio 2015 – La mattinata e stata dedicata interamente alla spesa e alle provviste per la settimana: biscotti, insalata, latte, yogourt, frutta, ma anche bistecche e ostriche. Il pane, invece, lo prendiamo fresco stasera. A pranzo ci é scappata una crepe sucre, beurre e cannelle. Il pomeriggio é andato tutto per le visite al Beaubourg: Marcel Duchamps (che non ha solo disegnato i baffi alla Gioconda), Jeff Koons, che non é solo il marito della Cicciolina e non propone solo giocattoli gonfiabili, anzi!, Frank Gehry e le sue geniali, magiche, inusuali architetture, fino all’installazione “L’air du temp” di Latifa Echakhch, toccante interpretazione dell’atmosfera dei nostri giorni.

    3 gennaio 2015 – Dopo una infruttuosa ricerca al mercatino delle pulci di Porte de Vanves, dove c’era poca offerta e pochi banchi, forse a causa del brutto tempo, siamo andati direttamente alla nuova Fondazione Louis Vuitton. Si trova a Neully, quasi al margine dei Bois de Boulogne e al confine con les Jardins de l’Acclimatation, un parco divertimenti voluto da Napoleone nel 1860. La costruzione, progettata da Frank Gehry, di cui rispecchia pienamente lo stile inconfondibile, è bellissima. Spazio e spazi sempre diversi, con pareti di vetro che permettono la visuale intorno e sui piani inferiori, conferendo alla visita un’emozione sempre grande. Nelle numerose gallerie, esposizioni di giovani – e meno giovani – artisti contemporanei capaci di dare all’arte una dimensione nuova, attuale. In questo scenario, una piccola sala dedicata ad Alberto  Giacometti aiuta a leggerlo nella dimensione all’avanguardia delle sue sculture.

    Altri artisti si susseguono con fotografie, dipinti, video, installazioni. Ma il vero punto di forza è rappresentato dalle costruzioni di Olafur Eliasson, l’artista islandese capace di giocare con la luce come nessun altro. Una stanza si raddoppia perfettamente, e in modo verosimile, grazie all’uso sapiente di una parete a specchi. La stessa parete, posta ad angolo, addirittura moltiplica per quattro le immagini … lo zampillo di una fontana, illuminato a intermittenza, regala uno spettacolo nuovo ogni volta … una sorta di cesto, illuminato dall’alto, nell’ombra sembra un albero … Infine diventiamo noi stessi parte dell’opera, con una passeggiata in mezzo ad alte pareti a specchio un po’ inclinate, che ci riflettono e riflettono tutto il pubblico in un gioco continuo di vicino e lontano …

    Concludiamo il giro con una visita alle terrazze, alte, luminose e con un panorama, come si dice, “mozzafiato” su Parigi.

    Torniamo a casa per finire la spesa e preparare la cena

    4 gennaio 2015 – E’ domenica, la prima cosa da fare è la spesa al mercato di Boulevard Richard Lenoir: frutta, verdura, carne, pane, quiche.  Rientriamo appena per posare la spesa, e ripartiamo verso l’installazione di Paul Mc Carthy “La fabbrica del cioccolato”, presso la Monnaie di Parigi. A parte l’intenso profumo di, appunto, cioccolato, l’esperienza si rivela un po’ deludente, salvo il fatto di entrare nello splendido edificio e ammirare il salone principale.

    Ci dirigiamo verso la Tour Eiffel, e sulla strada incontriamo la sede del Palazzo delle Arti, dove sono ospitate opere diverse di giovani artisti.

    Prendiamo la RER per arrivare alla Tour dove saliamo a piedi fino al secondo piano, come d’abitudine quando siamo qui. Ci fermiamo per ammirare il panorama, sempre grandioso, e al primo piano c’è la pista per il pattinaggio sul ghiaccio e ancora molte decorazioni natalizie. Dopo la Tour, raggiungiamo gli Champs Elysées per vedere le decorazioni luminose, famose per bellezza e raffinatezza. E’ quasi l’ora del tramonto, e si accendono le luci su tutto il viale. Accompagnate da un tramonto rosa e turchese, ci offrono uno spettacolo indimenticabile. Il prossimo inverno parigino sarà fra due anni, dobbiamo ricordarcelo! Ci sono anche i mercatini di Natale, numerosi e affolatissimi.

    Ceniamo a casa con risotto e bistecche!

    5 gennaio 2015 – La mattina ci perdiamo un po’ alla vana ricerca di gallerie d’arte in zona, purtroppo ancora chiuse per le vacanze natalizie. A pranzo ci troviamo con Daniele e Andrea, che di lì a poco partiranno, per un falafel in rue des Rosiers. Lasciati i ragazzi, ci avviamo verso la zona della Madeleine per cominciare a fare un po’ di spesa. Sul percorso, all’Hotel de Ville, cogliamo un raro momento in cui non c’è coda per entrare, e così vediamo bene e con tutta calma la mostra “Magnum Paris”, dedicata alle fotografie scattate a Parigi dai fotografi dell’agenzia, a partire dai fondatori: Robert Capa, Henry Cartier-Besson e Davide Seymour. Concludiamo il pomeriggio da Fauchon per la consueta scorta di té e altre prelibatezze. Il tempo è ancora bello, freddo ma asciutto. Stasera a cena siamo in due, mi mancano già i ragazzi.

    6 gennaio 2015 – Con la metro andiamo diretti a Place d’Italie con l’intenzione di visitare la fondazione Jerome Seydoux-Pathé, incuriositi più dalla recente ristrutturazione firmata Renzo Piano che dal posto in sé. Ahimè apre più tardi quindi, visto che siamo praticamente di fronte, andiamo a visitare la Manifattura Gobelins, molto nota ma che non avevamo mai visto prima. È bellissima! Gli arazzi e i tappeti esposti, con i disegni preparatori, sono precisi, accurati, finissimi, sicuramente risultati di anni e anni di la oro artigianale paziente e certosino, al limite dell’arte più alta. Vicino a questi pezzi, tutti datati mediamente XVIII secolo, una selezione di mobili di design nuovi, innovativi, frutto di una intensa creatività. Il classico che si appoggia a modelli consolidati, ma da sfoggio di tecnica sublime, e il nuovo che fa esplodere la fantasia per dare nuove forme a oggetti consueti.

    Andiamo quindi alla fondazione Seymour Pathé: l’ edificio ha una facciata classica, decorata da due sculture dell’allora ancora sconosciuto Auguste Rodin, l’interno é stato rivisto da Renzo Piano in modo estremamente razionale e pulito per dare corretta esposizione a una ricca collezione di macchine per proiezione cinematografica. Scopriamo qui infatti che questo signor Pathé è stato, fino alla prima guerra mondiale, il più grande e innovativo produttore cinematografi o non solo in Francia, ma in tutto il mondo. Su tutta la ristrutturazione poggia il soffitto un po’ a “lumacone” che tanto ha indispettito i francesi e che io trovo adattissimo al contesto.

    Facciamo una pausa gastronomica dal Roi des Frites davanti al Pantheon, quindi ci spostiamo al villaggio di Bercy per vedere il museo des Arts Forains: è chiuso!

    Torniamo a casa a piedi perchè aspettiamo visite: Chiara con Martin.

    7 gennaio 2015 – Ultimo giorno a Parigi anche per questa volta! Lasciamo una città ferita da un feroce attentato, forse di origine islamica, che ha fatto 12 morti, alcuni giornalisti del settimanale satirico “Charlie Hebdo”, e alcuni poliziotti. Pur essendo successo abbastanza vicino a casa, non ci siamo accorti di nulla, eravamo appena usciti di casa diretti verso i magazines Lafayette e l’Opera. I francesi sono subito scesi in piazza numerosissimi, non solo a Parigi, per solidarietà verso le vittime. In Italia avremmo fatto lo stesso? Potevamo andare anche noi che siamo qui …

    Concludiamo la serata da Hippopotamus, dove la cena è eccellente, ma la tristezza pesa.

    LUGLIO 2015 (Tiziana e Gianni)

    2 luglio – Arriviamo con il consueto treno che entra alla Gare de Lyon, puntualissimo, alle 16,11. Dopo aver disfatto le valigie, lavoro veloce in estate, abbiamo fatto subito una bella passeggiata in rue des Francs Bourgeois dove io, in men che non si dica, ho trovato la maglia color verde Tiffany che cercavo. Poi una birretta, spesa e a casa per cena. Dopo, giretto in Place des Vosges mentre il sole, lentamente, tramontava del tutto.   Qui al nord le giornate sono già infinitamente più lunghe che da noi, e fino alle 23 il cielo è chiaro.

    3 luglio – Dopo una bella colazione francese siamo pronti per un primo giorno in città. La giornata ci deve servire anche per fare un po’ di shopping su commissione, come ogni volta.

    La prima tappa è la Tour St. Jacques, riaperta da pochi giorni al Parigi dopo molti anni di restauro. La torre è del XVI secolo e venne eretta come campanile per la chiesa di St. Jacques à la Boucherie. La chiesa oggi non esiste più, venne demolita durante la Rivoluzione francese, e le pietre vennero riutilizzate per costruire altri edifici; come dire, non si è buttato nulla. La dedica alle boucherie deriva dal fatto che nel medio evo questa zona, già allora ricca di mercati,concentrava un gran numero di macellai che approfittavano della posizione per buttare nella Senna i resti degli animali. Un’immagine raccapricciante, ma aderente al modo di vivere dell’epoca. La torre rimase come monumento e come posto di avvistamento. Ovviamente nel tempo prese a rovinarsi e furono fatti restauri parziali finchè, nel 1800, il barone Haussman, impegnato a rivoluzionare Parigi con la costruzione dei grandi boulevards, trovò i fondi per un primo restauro con diverse modifiche. Interessante osservare che questo monumento, anzichè essere più in basso rispetto al livello stradale perchè più vecchio, risulta più in alto in quanto la ristrutturazione di Haussmann, che voleva le strade  tutte perfettamente sullo stesso livello, ha scavato così tanto da raggiungere una posizione ancora più bassa che 500 anni prima.

    Dall’alto della torre, grazie alla sua posizione centrale, si gode un panorama mozzafiato.

    Dopo l’ascesa e la discesa della torre, tutto su una lunghissima scala a chiocciola, siamo andati al Beaubourg. La mostra principale è dedicata a Le Corbusier, e trasmette molto bene il ragionamento razionale e ordinato di questo grande architetto, che ha progettato in molte città quartieri e case popolari, dove alloggiare tantissime persone, senza perdere in qualità della vita e bellezza.

    La performer Mona Hatoum, libanese, è un personaggio abbastanza inquietante. Forse non è proprio originalissima (i riferimenti a Marina Abramovich sono molti) ma riesce a dire anche delle cose sue e, in alcuni casi, a trasmettere sensazioni poetiche e intense.

    La fotografa Valerie Belin coglie le espressioni delle persone con una tale fissità da lasciare il dubbio che si tratti di esseri viventi o meno, mettendo quindi in dubbio la presenza della vita negli esseri animati e in quelli inanimati.  Infine lo svizzero Gottfried Honegger si inserisce perfettamente vicino a Le Corbusier per le sue opere grafiche e rigorose.

    Ma la vera sorpresa della giornata è la chiesa di S. Merry, del XVI secolo. Dopo anni di restauri la chiesa è riaperta in tutto il suo splendore dello stile gotico flamboyant. E’ solenne, con splendide vetrate originali, una curiosa navata in più sulla destra e numerosi affreschi e quadri di autori poco noti, almeno in Italia, ma splendidi.  Sorprendente è la presenza di opere moderne che si affiancano ai capolavori antichi con riservata eleganza: si tratta di una collaborazione con il Beaubourg, e al momento è esposto uno splendido arazzo di Anne Gratadour. Nei fine settimana la chiesa offre concerti di musica classica;  infine apprendo che la chiesa si avvale di una gestione mista tra religiosi e laici che ne fanno un vero punto di riferimento e di accoglienza.

    E’ ora di rientrare per prepararci alla sontuosa cena di stasera: ci attende lo storico ristorante Le Train Bleu, un posto quasi leggendario. La cena è veramente speciale (io gusto una tartare super!) e l’ambiente raffinato e di grande bellezza. Sulla strada del ritorno costeggiamo la Senna dove i parigini, numerosissimi, fuggono il caldo e celebrano l’inizio del week end con pic nic organizzati lungo i quai e nei prati vicini, suonano, ballano il tango o i balli latino americani, si divertono. L’ambiente è molto vivace e piacevole, si respira un’aria di sana voglia di stare all’aperto e in compagnia.

    4 luglio – Voglio visitare Versailles per ammirare le installazioni di Anish Kapoor. Fa molto caldo, e già il lungo viaggio in treno (circa un’ora) è un po’ faticoso. All’arrivo facciamo un po’ di coda per acquistare i biglietti: da questo momento la visita procede senza intoppi salvo, ripeto, l’impegno a muoversi su un terreno chiaro, dove i bollenti raggi del sole si riflettono, e su distanze che appaiono misurate, ma in realtà sono notevoli. Andiamo direttamente ai giardini, entrambi abbiamo visto il palazzo più volte e non siamo interessati a una ulteriore visita (oltre al fatto che c’è una coda infinita che si snoda sotto il sole, per passare i controlli di sicurezza).

    Appena entrati nei giardini, il primo capolavoro si mostra nel suo geniale splendore: come un richiamo alla Galleria degli Specchi, uno specchio convesso riflette la facciata della reggia, dandone una visione inedita. Sul retro, dalla parte concava, il riflesso è al contrario. Un’immagine che cambia in continuazione a seconda del movimento e delle persone che passano davanti e si riflettono. Più avanti, un altro grande specchio rotondo, rivolto verso il cielo, riflette le nuvole e le loro trasformazioni: un altro quadro mai uguale a se stesso, uno spettacolo continuo.

    Anish Kapoor ha poi installato due grandi opere dedicate alla trasmissione del suono, un enorme timpano e una curiosa costruzione che sembra un grande orecchio, dove si è invitati a entrare. Ma è l’opera in fondo a giardini quella più inquietante: un vortice d’acqua che non si ferma e trascina verso l’abisso tutto quello che galleggia sopra.

    Aspettiamo l’ora giusta per vedere i giochi d’acqua, abbastanza noiosi per la loro staticità, quindi ci avviamo verso casa sapendo di dover fare un viaggio un po’ lungo, anche se ora più al fresco.

    Scendiamo in centro per andare da Fauchon e incontriamo per caso Chiara e Sylvain, in giro per fare venire l’ora di andare a recuperare Martin che è a una festa di compleanno. Che bella sorpresa!

    La stanchezza stasera ci impone cena casalinga e corretto riposo.

    5 luglio – Sono arrivati Gianni e Tiziana. Non abbiamo rinunciato alla consuetudine di fare la spesa nel mercato di Blv Richard Lenoir. Nel pomeriggio siamo stati a St. Denis dove abbiamo visitato (per noi è la seconda volta) la cattedrale con le tombe dedicate ai primissimi re di Francia e alle diverse dinastie, fino alla Rivoluzione Francese. Al ritorno ancora una lunghissima passeggiata dagli Champs Elysées a casa, e cena sempre a casa con bistecca e patatine.

    6 luglio – Dedichiamo la giornata alla visita della casa di Monet a Giverny, un posto incantevole dove siamo già stati alcuni anni fa, ma in una stagione diversa, l’inizio della primavera. Oggi il giardino è un’esplosione di colori e di fiori. Qui nulla è lasciato al caso: davanti a un’apparenza di natura sovrana e padrona, esplosiva nella sua quantità e varietà, c’è la ferma mano dei giardinieri che hanno curato accostamenti cromatici, in contrasto o in nuance, da far apparire ogni angolo come un quadro. Vedere dall’altro lato del laghetto il ponticello che Monet ha dipinto tante volte, immaginarlo seduto in un punto preciso della passeggiata intento a riprendere la luce e i colori, scoprire che le tonalità dell’acqua e dei riflessi sono identiche a quelle dei suoi quadri … un’emozione straordinaria!

    La visita si completa con l’esplorazione della casa di Monet, del suo studio, delle camere da letto, della grande cucina e dell’accogliente sala da pranzo. Oltre ai suoi capolavori (copie, naturalmente!) alle pareti sono appese numerose stampe giapponesi, una collezione preziosissima che rivela la passione di Monet per il Paese dell’estremo oriente.

    Dopo la visita ci fermiamo per un ottimo pranzo presso il ristorante Les Nymphèas, appena fuori la casa e, in attesa dell’ora per rientrare, visitiamo i primissimi dintorni, con la chiesa di Giverny, intitolata a Santa Redegonda, nel cui cimitero riposa Claude Monet e tutta la sua famiglia.

    7 luglio – Oggi a metà pomeriggio è prevista la partenza di Gianni e Tiziana, e questo ci dà la regia per tutta la giornata. Al mattino visitiamo l’Arsenale, sempre interessante nel proporre l’evoluzione urbanistica di Parigi, quindi passeggiamo un po’ nel quartiere latino. A pranzo risolviamo con un buon falaffel in rue des Rosiers, accompagnato da una birra squisita nel bistrot di rue de Perle. Salutiamo i nostri amici, cerchiamo inutilmente di fare ancora un po’ di shopping, infine rientriamo a casa per avviare anche la nostra valigia: domani si torna.

    louvre

    GIUGNO 2016 (Rita e Mauro)

    090616 – L’arrivo a Parigi è come sempre puntualissimo. Abbiamo il tempo di fare la spesa e un primo giretto nel Marais.

    100616 – Il mattino è dedicato al Beaubourg e alla ricca e didascalica mostra di Paul Klee. Come al solito l’entrata permette di visitare tutte le mostre aperte quindi, dopo la principale, vediamo anche un’ampia rassegna dedicata al movimento italiano dell’Arte povera. Al pomeriggio ci spostiamo a Montmartre per visitare l’omonimo museo. Scopriamo un angolo di passato, una zona dove resistono vecchie e caratteristiche case di campagna, coperte da rami rampicanti, e il ricordo di vecchi locali storici come Le lapin agile e Le chat noir. Il museo ha sede in quella che è stata la casa di Susanne Valadon e di suo figlio, Utrillo. Pur se non ci sono pezzi di grande valore, la visita è estremamente interessante per l’immersione nell’ambiente passato e la precisa comprensione di quello che è stato il movimento artistico degli ultimi anni del 1800, prima che tutto il fermento culturale si spostasse a Montparnasse.

    Alla sera arrivano Rita e Mauro

    110616 – Dedichiamo la mattina a una visita del Marais, passiamo dal villaggio St. Paul, raggiungiamo l’Ile St. Louis, l’Ile de la citè, Notre Dame, raggiungiamo il quartiere latino per fare sosta a St. Severin, St. Julian le Pauvre e la libreria Shakespeare. Dopo la pausa pranzo, nel pomeriggio restiamo sulla rive droite, camminiamo fino al Louvre per vedere la piramide “sparita” e rientriamo con un lungo giro a piedi che ci porta fino al Pont des Arts, oggi ripulito dai lucchetti. Cena casalinga.

    120616 – È domenica e come da tradizione alla mattina facciamo una ricca spesa al mercato: gamberi e salmone, baguette croccante, frutta e verdura. Riserviamo il meglio per la cena, a pranzo scegliamo una paella pronta. Nel pomeriggio facciamo un lungo giro nel quartiere latino, con visita alla splendida St. Etienne du Mont, place de la Contrescarpe, rue Mouffetard. Ai Jardin du Luxembourg ci fermiamo qualche minuto in ascolto di un concerto per pianoforte, proseguiamo fino alla famosa St. Soulpice. Qui ci sorprende un acquazzone che ci costringe a una sosta un po’ più lunga del previsto, ma appena liberi raggiungiamo Les deux magots per un lussuoso aperitivo. Poi lentamente scendiamo e torniamo verso casa costeggiando la Senna, sempre piuttosto gonfia d’acqua.

    130616 – Giornata di shopping e lecher vitrines. Al mattino incursione femminile ai Magazine Lafayette, al pomeriggio giretto fruttuoso nel Marais con piccolo bottino presso Fragonard. A cena un sempre ottimo Bofinger.

    140616 – Oggi purtroppo Rita e Mauro rientrano a casa. Al mattino li accompagnano in stazione, il treno è puntualissimo. Paolo non è in forma, con la metro andiamo verso il centro per completare tè e terrines da Fauchon, biscotti al miele e all’arancia, ancora qualche regalino da Pylones e Fragonard. Pranziamo a casa per stare un po’ tranquilli e al caldo, salvo poi un’oretta di passeggiata nel Marais. Primi preparativi per la partenza: bucato, riordino ….

    150616 – Purtroppo anche per noi è arrivato l’ultimo giorno. Al mattino incontriamo Elena, con la speranza che possa in futuro diventare una risorsa per la gestione della casa. Andiamo poi direttamente alla fondazione Louis Vuitton per ammirarne la bellissima rivisitazione rigata fatta da Daniel Buren. L’intervento dell’artista francese si limita all’esterno, ritorniamo così, dopo un breve tratto in metro, passando dagli Champs-Elysées e da lí, a piedi, fino a casa. Non ho più visto la Senna, per la prima volta da quando svengo regolarmente a Parigi, non ho visto la Tour … La serata sì conclude con i preparativi per la partenza domattina: valigie, bucato, saluti.

    DICEMBRE 2016

    8 dicembre – Arriviamo a Parigi con il volo easy Jet che atterra alle due a Orly, ma non siamo a casa prima delle quattro e mezza, meglio il treno! Pomeriggio dedicato alla spesa in zona e a organizzarci un po’. Siamo in sei!

    9 dicembre – Ora che siamo pronti tutti è quasi mezzogiorno. Ci avviamo per visitare Notre Dame, ma D non sta bene e torna a casa. Ci dividiamo, due vanno al Sacre Coeur, noi al Beaubourg a vedere le mostre di Magritte e Cy Twombly. Rientriamo poi subito a casa perché D ha la febbre e gli serve l’aspirina. In serata anche A ha problemi di stomaco … aiuto! Che domenica si prospetta?

    10 dicembre – Per fortuna i malesseri erano passeggeri, stamattina i due stanno meglio e ci allunghiamo a fare una passeggiata nel Marais e a fare la spesa. Pranzetto di mezzogiorno a casa, leggero per tutti, poi si riparte, a piedi, fino al Beaubourg, Louvre, Place de la Concorde, Tuileries, quindi un pezzo di metro per arrivare fino alla Tour. Anche se un po’ nascosta dalla nebbia, lei è sempre là, simbolo e guardiana della città. Saliamo a piedi fino al secondo piano, e mi accorgo di non averla mai visitata di notte, quando le luci offrono un panorama diverso. Scesi dalla Tour, raggiungiamo gli Champs Elisèes magnificamente illuminati per le feste, poi i deliranti mercatini di Natale, infine finalmente a casa per cena, sempre leggera. Dani e Giorgia cenano al Petit Marché e tornano entusiasti.

    tour

    11 dicembre – Stamattina i ragazzi rientrano a casa, il volo alle 11 impone una partenza ben anticipata. La casa torna velocemente ordinata e … silenziosa. Come da tradizione, visto che è domenica, andiamo a fare la spesa al mercato di Boulevard Richard Lenoir e compriamo scorte per un paio di giorni. Appena il tempo di uno spuntino e ci dirigiamo alla Monnaie de Paris a vedere la mostra di Maurizio Cattelan. Non mi era mai capitato di osservare tanti suoi lavori insieme, qui commentati da critici francesi, ma in termini molto chiari e condivisibili. Una mostra ricca, completa, all’interno di un palazzo storico, la zecca di Parigi, bello ed elegante e con vista sulla Senna. Raggiungiamo poi il negozio di Fauchon alla Madeleine per la consueta scorta di tè, terrine e fois grazie, quindi rientriamo a casa. Ma la giornata di oggi è segnata dalla terribile notizia che durante la notte se n’è andata Daniela …. Daniela ha concluso il suo giro nel mondo.

    12 dicembre – La super tappa di oggi è la Fondazione Louis Vuitton. Ormai conosciamo la strada, arriviamo con comodo verso mezzogiorno e facciamo circa un’ora di coda per entrare, fa anche abbastanza freddo, ma ne vale la pena. La collezione Chtchoukine è amplissima e ricca di pezzi d’arte preziosi e bellissimi. Siamo davanti alla grande sensibilità di un collezionista russo che ha intuito, più che capito, il valore dell’ arte moderna dagli impressionisti fino ai cubisti. Amico di Matisse, ha riempito la sua casa di opere, alcune su commissione, che oggi sono conservate all’Hermitage di san Pietroburgo e al museo statale di Mosca. Sono i capolavori che hanno ispirato il suprematismo russo, dando spazio a nuove emozioni. Tutto sotto le maestose vele di Frank Gehry ancora colorate dai pannelli di Daniel Buren.

    Dopo tanta bellezza, ci siamo spostati verso l’Opera per ammirare il grande albero di Natale, tutto bianco, all’interno dei Magazines Lafayette.

    Cena casalinga a base di ottimi formaggi

    13 dicembre – Ci dirigiamo verso Montmartre per fare acquisti da APC, e ne approfittiamo per scoprire un altro angolo della zona. Ho sempre pensato a Montmartre come se fosse solo la basilica del Sacre Coeur, una brutta chiesa in una zona terribilmente turistica e raggiungibile attraverso una strada maleodorante. L’anno scorso l’abbiamo raggiunta da un percorso diverso definito dalla volontà di visitare il museo du Vieux Montmartre, quest’anno abbiamo percorso l’avenue Junot. Siamo in un viale alberato che si arrampica dolcemente verso il monte. Le case, tutte belle, alcune bellissime, non hanno più di due o tre piani, le facciate bianche, le finestre con gli scuri o con enormi vetrate. Al numero 15 c’è la casa, costruita nel 1926, dall’architetto austriaco Adolf Loos per il poeta Dada Tristan Tzara. La completa mancanza di decorazioni, le linee pulite, le proporzioni perfette la rendono simile alle case costruite cinquant’anni dopo. Poco lontano, la villa Leandre si presenta come una strada secondaria sulla quale si affacciano villette singole in stile anglo-normanno, le cui facciate sono in gran parte coperte da rampicanti verdi e rigogliosi. Il piccolo portone della casa n. 4 riproduce le pale di un mulino, per ricordare la vicina presenza del mulino de la Galette.

    In cima all’avenue Junot si apre la piazza Marcel Aymé, su un lato della quale è posta la divertente statua di un uomo che sembra passare attraverso un muro.  A pochi metri, la piccola Place Dalida si apre in una curva, con un busto che raffigura la cantante. Da qui, la vista verso la cima del Montmartre è molto suggestiva; continuiamo la nostra passeggiata godendo di questo silenzio e questa calma, così lontani dalla vita frenetica parigina. Qui sembra di fare un salto indietro nel tempo.

    Lasciamo questa zona incantata e rientriamo a casa, a piedi, senza mai avvicinarci alla Senna.

    Alla sera, la cena è al ristorante Mai Thai, che io trovo ottimo, Paolo meno …

    14 dicembre – Anche questa volta è arrivato l’ultimo giorno, con l’impegno di valigie, ultime commissioni, lavatrici … Organizzo un giro che parte dai Jardins du Luxembourg fino al palazzo del Senato poi, attraverso varie strade nel quartiere latino, raggiunge la chiesa di St. Jaques de Haut Pas, sul cammino per Compostela, e la Val de Grace, con la cupola che ricorda le chiese barocche romane. Purtroppo sono entrambe chiuse, ma ci serviranno da meta per la prossima volta.

    Facciamo tutto a piedi, quindi ci vuole il suo tempo. Riesco a passare da rue Grenelle per dare un’occhiata alla nuova boutique di Ines de la Fressange, quindi torniamo verso casa per le ultime spese. Ci fermiamo in rue des Rosiers a mangiare i falafel, e infine ci rassegniamo a rientrare. Domattina si parte presto …

    parigi-natale

    NOVEMBRE 2017 (Anna, Gianfranco, Christiane, Franco)

    16 novembre – il treno ha un’ora e dieci minuti di ritardo, quindi corriamo a casa a posare le valigie, poi andiamo a raccogliere Anna e Gianfranco che ci aspettando all’uscita della metropolitana di St. Paul. Spesa, infine a casa per cena veloce, siamo tutti stanchi del viaggio.

    Place des Vosges

    17 novembre – La giornata è grigia, ma non piove, e ci prendiamo tutte le ore di luce per fare un ampio giro Ci dirigiamo verso Place de la Republique, poi ci addentriamo nell’alto Marais e lo attraversiamo fino al Beaubourg. Qui evitiamo le mostre, anche se l’artista di punta è André Derain (ci accontentiamo del catalogo), ma saliamo con la scala mobile fino all’ultimo piano: il panorama è sempre superbo, peccato un po’ nebbioso.

    Panorama dal Beaubourg

    E’ ora di pranzo, e gustiamo un’ottima crepe salata comodamente seduti alla Creperie St. Eustache.  Ci avviamo verso il Quartiere Latino, e facciamo una sosta nella meravigliosa St. Germain l’Auxerrois, esempio perfetto di gotico flamboyant, con vetrate superbe e un altare laterale in legno intarsiato dedicato a Santa Geneviève.

    Attraversiamo la Senna all’altezza del Pont des Arts, e costeggiamo il fiume fino alla libreria Shakespeare, un piccolo spazio che mantiene nel tempo la sua unicità, la sua atmosfera fuori da ogni schema, fatta di rispettoso silenzio ed esuberante curiosità dei lettori. Come al solito, è affollata di giovani (e diversamente giovani) che consultano, scuriosano, scelgono libri in inglese. Appena dietro la libreria, aperta da Silvia Beach, che per prima mise in vendita l’Ulisse di Joyce, testo proibito in Gran Bretagna e Stati Uniti, incontriamo la piccola, bella chiesa ortodossa di St. Julien le Pauvre.

    Cominciamo ad arrampicarci verso il Pantheon. Qui la tappa più interessante è costituita dalla visita, guidata, alla biblioteca di Santa Geneviève. Ci si rende subito conto di essere all’interno di qualcosa di molto prezioso, non solo bello. La struttura si deve a Henry Labrouste, ed è precedente alla Tour Eiffel, ma ne anticipa la scelta di usare il ferro e il vetro, qui anche con la pietra. E’ incantevole la leggerezza delle colonnine di ferro che sostengono la cupola in vetro, un magico gioco di equilibri perfetti che, pur lavorando su pesi e dimensioni notevoli, offrono l’illusione di una struttura delicatissima. I tavoli e le sedie riprendono il disegno dei mobili originali, così come le lampade da tavolo, oggi elettriche, ma identiche al modello a gas disegnate apposta. La biblioteca contiene 100.000 libri stampati, solo consultabili e gestiti da un efficiente sistema meccanico. In una sezione a parte, che si raggiunge attraverso un corridoio con una piccola collezione di oggetti tribali, è conservato un considerevole numero di manoscritti,  disponibili per i ricercatori, ma gelosamente protetti.

    La biblioteca presenta, in questo periodo, gli interessanti disegni del movimento CoBrA (Copenhagen, Bruxelles, Amsterdam), costituito da un gruppo di artisti sperimentatori, che cercavano una nuova strada dell’arte dopo la seconda guerra mondiale.

    Usciamo, molto soddisfatti, e finiamo di riempirci gli occhi con St. Etienne du Mont. Ancora una chiesa gotica, ancora vetrate meravigliose, in più lo spettacolare ambone a tramezzo che sovrasta l’altare e termina con due eleganti scale a chiocciola.

    St. Etienne au Mont

    Ormai è tardi, ci avviamo verso casa passando attraverso l’Ile St. Louis. Poi, una spesa veloce, e la cena tutti insieme.

    18 novembre – Con la metropolitana raggiungiamo Montmartre, dove facciamo un giro piacevole in mezzo alla solita folla di turisti: da Place du Tertre siamo scesi verso rue des Saules, dove c’è la Maison Rosa e la vigna di Montmartre. Tornando indietro, siamo passati da piazza Jean Rictus, dove abbiamo ammirato il curioso muro dei “Je t’aime”, opera murale di Frédèric Baron, Daniel Boulogne e Claire Kito.

    Montmartre

    Prendiamo la metro per arrivare a Boulevard Haussman. Qui ci accolgono le decorazioni natalizie, festose e in movimento, dei Magazines Lafayette. La cupola liberty è un tripudio di palloncini colorati che volano. Dopo un veloce pranzo, iniziamo la visita del Museo Jacquemart André. Si tratta di un hotel particulier dove è raccolta la strepitosa collezione d’arte di questa coppia di coniugi (lui banchiere, lei ritrattista) illuminati e generosi che, nella loro vita, hanno raccolto opere di inestimabile valore e hanno deciso di regalare casa e tesoro alla città. Oltre ai locali domestici, preziosamente decorati e arredati, ammiriamo la collezione pittorica straordinaria: Canaletto, Guardi, Rembrant, Van Dick, Mantegna, Donatello, Andrea della Robbia, e gli affreschi (scollati e riportati su tela) di Gian Battista Tiepolo.

    La visita, già estremamente interessante, ha ancora più valore perché propone l’esposizione temporanea della collezione Ordrupgaard, raccolta dalla coppia di mecenati danesi Wilhelm e Henny Hansen. Qui prevalgono gli impressionisti, e i capolavori esposti sono di grande bellezza: Manet, Monet, Pissarro, Corot, Cezanne, Matisse, Sisley, Gauguin, Degas, Courbet e Suzanne Valadon

    La visita richiede molto tempo, rientriamo (molto soddisfatti) verso casa, facciamo la spesa e concludiamo la giornata, molto allegramente, intorno alla tavola imbandita.

    19 novembre – Come sempre la domenica mattina parigina è dedicata alla spesa al mercato: muscoli, insalata mista, quiche di vari sapori e pane di diverse qualità. A Bastille costeggiamo il ramo della Senna dove sfocia il Canale S. Martin, quindi rientriamo con una breve visita al Village St. Paul, che si sta svegliando in quel momento, ed essendo ormai arrivata quasi l’ora di pranzo, mangiamo un falafel all’As du Falafel in rue des Rosiers.

    Nel pomeriggio raggiungiamo la Tour Eiffel, perché non ci può essere gita a Parigi senza un doveroso omaggio alla Tour (ahimè senza salita), poi ci portiamo sugli Champs Elysées e li percorriamo quasi tutti, mentre aspettiamo che faccia buio e la città accenda le luci natalizie. Purtroppo non tutte sono già pronte per l’illuminazione, ma la rue Montagne lo è, e i suoi lussuosissimi negozi brillano dei riflessi dorati, con sullo sfondo la Tour illuminata.

    Lumière de Noel

    Ancora una volta ceniamo a casa, mangiando e bevendo molto bene

    20 novembre – Stamattina andiamo alla Fondazione Louis Vuitton, dove è presentata la raccolta d’arte del MoMa di New York. Come sempre a Parigi, la visita si rivela estremamente interessante: la collezione è proposta in ordine di acquisizione con, in parallelo, la storia del museo, dal 1929 ai giorni nostri. Oltre duecento le opere in mostra, molti capolavori e numerose opere significative dei cambiamenti nei costumi, e nell’arte. Non mi faccio mancare la caramella che mi permette di essere protagonista nell’installazione di Felix Gonzalez – Torres. E sempre per smania di protagonismo, partecipo alla ricerca di OMA (Office for Metropolitan Architecture) facendo misurare la mia altezza e realizzando di essere alta come la stragrande maggioranza delle persone.

    Tra le proposte più recenti, strettamente legate al passaggio da analogico a digitale, rimane un unicum la performance di Marina Abramovich “The artist is present” realizzata nel 2010.

    Dopo tre ore piene di visita riprendiamo la metropolitana e scendiamo alle Tuileries, dove ci sediamo per un veloce spuntino. Nonostante il freddo, la sosta è molto piacevole.

    Rirendiamo verso il quartiere Latino, ci spingiamo fino al Senato e ai Jardins du Luxembourg. Purtroppo è tardi, i giardini stanno chiudendo e non possiamo visitarli, ma abbiamo la fortuna di vedere una mostra insolita e interessantissima: una serie di acquarelli realizzati dall’artista Noelle Errenschmidt, che illustrano la legge e la Costituzione francese, le istituzioni, i palazzi governativi. Un modo fresco e leggero di capire come funziona lo Stato e le sue leggi.

    Aspettiamo l’ora di cena nel grazioso monolocale di Christiane e Franco, infine ceniamo alla Taerene de l’Arbre Sec: ottimi soup a l’oignon e tartare de beuf per me.

    Una parte della vacanza finisce qui, salutiamo Christiane e Franco che domani partono per Ginevra

    21 novembre – E stamattina, anche se ci facciamo ancora un po’ di compagnia durante una breve passeggiata, partono anche Anna e Gianfranco.

    Visitiamo la Chapelle Expiatoire, un luogo sacro dove sono sepolte molte vittime della rivoluzione, e che ha accolto i corpi di Luigi XVI e di Maria Antonietta, prima che fossero spostati nella basilica di St. Denis.

    La visita inizia dal corridoio esterno, dal quale si osserva la facciata dove si apre una porta monumentale sormontata da un sarcofago. Qui sono riportate le parole di Luigi XVIII che esprimono la volontà di onorare il luogo di sepoltura del fratello, Luigi XVI e di Maria Antonietta.

    Si entra in un piccolo vestibolo e si salgono alcuni gradini, prima di raggiungere il giardino interno. La sopraelevazione è stata ottenuta raccogliendo le ossa e i resti dell’antica fossa comune, qui presente ai tempi della rivoluzione: è quindi un luogo sacro.

    Il giardino è circondato da pietre tombali simboliche, in ricordo delle guardie svizzere uccise durante l’arresto del re. Il corridoio che conduce alla cappella è limitato da un roseto bianco ancora fiorito. La cappella è rotonda, sormontata dalla cupola che sembra specchiarsi nei disegni del pavimento. Le figure intorno evocano temi religiosi, ma l’attenzione va alle grandi statue del re e della regina. Particolarmente commovente è l’ultima lettera di Maria Antonietta, rivolta alla cognata, quasi interamente dedicata all’affidamento dei figli e alle raccomandazioni per il loro futuro.

    Chapelle Expiatoire, giardino

    La visita è completata dalle magnifiche sculture in tessuto di Simone Pheulpin: un lavoro certosino fatto di ago e migliaia di spilli per produrre oggetti dalla superficie plissettata o lavorata quasi come pizzo. L’artista, autodidatta, crea opere uniche, costruzioni romantiche che sembrano uscite da un sogno.

    Rientriamo tranquillamente a casa a piedi, una bella camminata corroborante, facendo le ultime spese per noi e per la cena.

    22 novembre – Anche questa volta siamo arrivati all’ultimo giorno, e Parigi ci saluta con una giornata meravigliosa. Ci sono molte mostre interessanti, e cerchiamo di vederne più possibile.

    La prima tappa è al Museo Malliol di rue de Grenelle, dove c’è l’esposizione di alcune opere appartenenti alla Pop Art e provenienti dal Whitney Museum di New York City: Icons that matter. Come sempre a Parigi, le mostre sono didascaliche, e questa non fa eccezione. Per ogni autore viene spiegato il percorso che lo ha portato a interpretare l’arte secondo la propria sensibilità, in un mondo (quello dopo la seconda guerra mondiale e poi della guerra in Vietnam) che sta cambiando rapidamente, dove il consumismo sfrenato, la pubblicità, la sovrabbondanza di informazioni condizionano l’esistenza. Ecco allora le griglie puntinate di Roy Lichtenstein, i collage drammatici di Robert Rauschenberg, l’irriverente Jasper Johns, il delicato Allan D’Arcangelo, gli innovativi Robert Indiana e James Rosenquist, il giocoso Claes Oldenburg, fino alla figura artisticamente più imponente, Andy Warhol.

    Trascuriamo di visitare la collezione permanente, perché la conosciamo già, ma con tutto questo l’interessantissima visita ci porta via oltre due ore. Facciamo uno spuntino (croque monsieur e hot dog) e continuiamo fino alla Monnai de Paris, per vedere “Women House”. La mostra, che vuole rendere omaggio all’omonima esposizione voluta da Miriam Schapiro e Judy Chicago nel 1972, quindi nel periodo più ardente del femminismo, pone l’accento sulla condizione femminile, storicamente legata ai doveri domestici al punto da non avere più alcuna autonomia né libertà. Si passa dalla ripetitività senza senso del lavoro casalingo, alla prigione “dorata” dove una donna può trascorrere la vita, alla sensazione di oggettività nei confronti del maschio, fino alla sensazione di continua attesa nella vita delle donne. Ogni artista interpreta tutti questi concetti, usando tecniche e media del tutto differenti, con i riferimenti letterari di Una stanza tutta per sé, di Virginia Woolf e Casa di bambola di Henrik Ibsen. Logico pensare che in cima a tutte le artiste ci sia la figura irraggiungibile di Louise Bourgeois, presente con le sue Femmes – Maison e, in conclusione della mostra, il suo gigantesco Spider (che in realtà è una ragna) protettivo e accogliente, dove si può passare sotto riparati e ben accolti.

    Il pomeriggio è già inoltrato, ma riusciamo a inserire ancora due visite. La prima al Collège des Bernardins, una costruzione medioevale della quale vediamo solo la navata, splendida e aerea con le sue colonne sottili che sorreggono le volte a crociera. Qui l’artista Claire Malrieux ha installato un video che illustra graficamente, ma in modo molto poetico, un ecosistema di fantasia dove tutte le informazioni sono connesse a livello globale e dove, nonostante la tecnologia, esiste il rischio dell’estinzione.

    Infine, visto che l’abbiamo sotto casa, facciamo un giro alla Polka Gallery, dove è in corso la mostra fotografica “Femmes du monde” degli autori Sebastiao Salgado e Marc Riboud, mostra voluta e curata dalle mogli degli autori. Come le foto di Riboud sono curiose e allegre, quelle di Salgado riportano una figura femminile di grande bellezza, ma anche di grande drammaticità.

    Sebastiao Salgado

    Infine siamo a casa, a preparare le valigie

    OTTOBRE 2018

    25 ottobre – Il viaggio ormai consolidato con il treno si svolge in perfetto orario. A casa per sistemare, poi spesa e cena: formaggi, tra cui il mio adorato Comte, e vino rosso

    26 ottobre – Il nostro ostricaro preferito è presente e puntuale in rue St. Antoine: prendiamo 12 huitres discretamente ciccione e due belle porzioni di gamberi rosa, freschissimi, dei mari francesi. Stasera la cena sarà super.

    Dedichiamo tutta la giornata al Beaubourg: come sempre, con l’unico biglietto di ingresso si possono visitare tutte le mostre in corso.

    Iniziamo con uno, per me, sconosciuto, Franz West. Incontrare questo artista austriaco, scomparso nel 2012, è una rivelazione, cominciando dal comprendere l’influenza che i suoi lavori, datati per la maggor parte negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, hanno fatto da apripista a molti artisti venuti dopo. Franz West non è classificabile, non appartiene ad alcuna corrente. Inizia come disegnatore, molto ironico e pungente, e continua come scultore informale, che ama tutti i materiali, compresa la cartapesta, e li forgia in modo tale che le sue opere possono, devono essere toccate, usate, sperimentate dal pubblico. L’opera più esplicativa è composta da alcuni scaffali di libreria, sormontati da piccole sculture dell’autore, scaffali dove l’autore stesso ha sistemato i suoi libri preferiti, che sono a disposizione della lettura e della consultazione del pubblico.

    Lasciamo Franz West per visitare la mostra dedicata al Cubismo. Tutte le mostre al Beaubourg sono estremamente ampie, complete e ricche di spiegazioni esposte, tanto che non si ha bisogno di una guida. Qui c’è tutto il Cubismo, dalla nascita nel 1907 agli ultimi lavori del 1917 quando gli artisti più rappresentativi, provati nel corpo e nello spirito dalla guerra, cominciano a guardare altri orizzonti. Non si può capire il cubismo senza osservare le maschere tribali, intagliate dalle popolazioni ancora primitive dell’Africa. Si comincia poi con i maestri ispiratori, Cezanne e Gauguin, e finalmente i grandi protagonisti, Picasso a Braque. Ma sono molti di più gli artisti che hanno aderito in modo più o meno deciso a questo movimento, come Juan Gris, Sonia Delaunay, Francis Picabia. Anche Piet Mondrian non è rimasto indifferente, lui che continuerà con forme geometriche sempre più astratte e pulite. I cubisti hanno dipinto, scolpito, illustrato senza mai dimenticare che la loro pittura doveva ispirarsi ai solidi geometrici di base, sfera, cubo e cono. L’esposizione, estremamente ricca, si conclude con la ruota di bicicletta di Marcel Duchamp, che ci dice come l’arte abbia di nuovo bisogno di una svolta decisa.

    L’ultimo percorso di vista è dedicato a Tadao Ando, architetto giapponese che, pur non potendo definirsi cubista, di fatto è tale. I suoi progetti si distinguono per l’estrema pulizia geometrica, per l’importanza della luce, per il protagonismo dei vuoti, ovvero della luce come nella straordinaria Church of Light.  Nella sua carriera anche due prestigiosi progetti italiani: la revisione della fabbrica Benetton a Treviso e la ristrutturazione di Punta della Dogana a Venezia.

    Terminiamo il pomeriggio con un po’ di sano shopping da Uniqlo.

    27 ottobre 2018

    Giornata piena! Le mostre allestite a Parigi sono sempre così ricche e complete che riempiono tutta la giornata.

    Al Musée des Arts Decoratifs visitiamo “Tutto Gio Ponti”, amplissima illustrazione della vita e dei progetti del grande architetto milanese. Ci dà il benvenuto la ricostruzione della porta della chiesa di S. Francesco d’Assisi al Fopponino, forata secondo la tipica forma a punta di diamante: un’entrata simbolica nel mondo di Gio Ponti. Possiamo seguirlo durante tutto il suo percorso di vita e di professione, dai primi incarichi per l’azienda Richard Ginori alle successive collaborazioni, sempre con nomi di altissimo livello, fino alla progettazione di interni. Qui l’architetto esprime la sua visione di casa, che deve essere “all’italiana”, cioè accogliente, luminosa, versatile, con tanti spazi da ampliare e ridurre secondo le esigenze. Davanti ai grandi nomi dell’architettura salta sempre all’occhio come il famoso detto di Mies van del Roe “Less is more” abbia un valore totale: progetti di Gio Ponti per l’arredo sono composti esattamente da una struttura più pulita possibile, le parti di cui sono fatti, pur svolgendo perfettamente il loro compito, non hanno bisogno di niente di più. I suoi mobili, le sue lampade, le sue decorazioni sono sempre festose, colorate e in grado di svolgere pienamente la loro funzione, ma senza il minimo orpello.

    In un filmato d’epoca Gio Ponti, uomo simpaticissimo, illustra i suoi progetti per Milano, dal grattacielo Pirelli alle case dai nomi femminili nella zona da lui scelta per abitare, e spiega: Altre città hanno la loro bellezza, alcune hanno i fiumi, come Torino, Firenze e Roma, altre hanno il mare, come Genova e Napoli. Milano non ha nulla, ha gli architetti che devono preoccuparsi di renderla bella.

    Lasciamo rue de Rivoli, attraversiamo i giardini delle Tuileries per raggiungere il jeu de Paume. Ci attendono tre mostre fotografiche.

    Alejandro Cesarco fa notare come il linguaggio della musica sia universale e compreso quindi da tutti nel mondo allo stesso modo. Lo fa tramite il filmato di un’anziana pianista che suona il suo strumento.

    Ana Mendieta, cubana ma espatriata da bambina negli Stati Uniti, è presente con opere degli anni ’70. Dimostrando una grande capacità di anticipo sui tempi che stavano maturando, l’artista si inventa una serie di performance di body art nelle quali espone se stessa tracciando su elementi naturali il profilo del suo corpo. Che sia una spiaggia di sabbia sulla quale il mare passerà incessantemente, o una traccia fatta di foglie secche poi bruciate, è il profilo del corpo dell’artista che viene riprodotto sui materiali naturali. Da queste performance sono nate le rispettive riprese video, brevi film che illustrano il pensiero dell’artista e che, negli anni ’70, rappresentavano una grande novità

    Dorothea Lange è stata una fotografa americana molto stimata per il suo impegno a osservare e dare protagonismo ai tanti americani coinvolti e sconvolti dalla crisi del 1929, e alle terribili condizioni di vita a cui si sono dovuti assogettare. Una crisi economica potente e alcuni anni di siccità hanno sfinito migliaia di famiglie che, dagli stati interni degli Usa, si sono mossi verso la California, la terra promessa fertile e rigogliosa. Naturalmente non era così semplice, e intere famiglie si sono trovate ad affrontare una miseria estrema e a sottostare a condizioni di lavoro al limite della schiavitù.

    Tutto questo è stato ampiamente riportato dalla Lange, incaricata di svolgere i suoi reportage anche dallo stesso governo degli Stati Uniti, oltre che da prestigiose riviste.

    Suo è anche il toccante reportage dedicato alla deportazione di tutti i civili giapponesi presenti negli Stati Uniti al tempo della battaglia di Pearl Harbour: costretti a lasciare le proprie case, sono sati portati in un campo apposta dove, benchè non ci fossero le condizioni disumane dei campi in Europa, hanno lavorato, studiato, vissuto secondo gli ordini del governo Usa.

    Molte sono le foto già note di Dorothea Lange. Tra tutte colpisce quella della Madre Migrante, una donna di 32 anni, sola con quattro figli, che ai tempi della grande depressione cerca di sopravvivere come può, in oindizioni di povertà e di abbandono estremi. Lo sguardo di questa donna, e dei figli più grandi, si spinge lontano, ma sembra non vedere nulla.

    La giornata si conclude con un canonico shopping da Fauchon, soprattutto per il té e il fois gras, e una bella passeggiata fino a casa.

    28 ottobre

    Stamattina ci tocca la solita spesa al mercato di boulevard Richard Lenoir, dove troviamo il solito macellaio che ci fornisce due enormi bistecche, e un banco di frutta e verdura ben fornito.

    La giornata è particolarmente grigia, fredda e ventosa, e non invita purtroppo a lunghe passeggiate. Ci rifugiamo così al Centro Culturale Svedese, che ha sede nell’Hotel de Marle, un hotel particulier costruito nel 1500 dove ancora si possono ammirare i soffitti dipinti dell’epoca. Qui è in corso una mostra dedicata al regista svedese Ingmar Bergman, che quest’anno compirebbe 100 anni. La mostra in sè è di relativo interesse, si limita a presentare una biografia del regista, frammenti delle sue opere, interpretazioni del suo stile anche nella moda. Trovo però molto piacevole entrare in questi ambienti che, almeno nel primo spazio di accoglienza, ripropongono lo stile nordico con profumate pareti rivestite in legno e mobili dall’inconfondibile linea svedese.

    Rientriamo a casa e ci prepariamo ad accogliere Chiara, Sylvain e Monica (con le sue deliziose bimbe) per un aperitivo con molte chiacchiere, qualche stuzzichino e tre bottiglie di vino.

     29 ottobre

    Nonostante le temperature abbastanza basse, decidiamo di rinnovare uno dei riti che ci piace ripetere a Parigi: la salita sulla Tour a piedi fino al secondo piano.

    Andiamo in metropolitana, e all’arrivo ci attende una coda abbastanza lunga: dopo la tragedia del Bataclan, i controlli per la sicurezza in Francia sono molto severi. Si capisce che è in costruzione una sorta di hangar che, una volta organizzato, servirà proprio a sveltire queste operazioni. Per adesso ci dobbiamo accontentare e stare pazientemente in fila. Una volta passati i controlli, ci tocca fare la seconda fila per comperare i biglietti per la salita sulla Tour, passaggio più pesante perchè qui spira un vento gelido. Ma ce la facciamo e, dopo aver pazientemente atteso il nostro turno, cominciamo l’arrampicata. Sono circa 700 gradini che ci conducono a un punto di vista sulla città semplicemente eccezionale, incantevole sempre come fosse la prima volta.

    Dopo questa prova di forza, ci avviamo verso il Palais de Tokyo per la mostra On Air di Tomas Saraceno. L’artista gioca, con serietà, sulle connessioni odierne e prende, come efficace esempio, la tela del ragno, il web.

    Questa idea diventa uno stimolo per pensare più estesamente ai collegamenti tra esseri viventi, in un mondo in cui dovremmo essere più affratellati e, con la forza dell’unione, capaci poi di sostenerci con forza, e sostenere l’ambiente

    La mostra si apre con una galleria di teche trasparenti dove le tele dei ragni (e spesso anche i ragni stessi, ospiti già presenti al Palais de Tokyo e selezionati dall’autore con l’aiuto di una entomologa) sono illuminate e presentate in modo tale da suggerire visioni oniriche e irreali. La semplice vibrazione di cinque fili di seta, abilmente posti in comunicazione con vari sensori presenti e adatti a rilevare calore e raffreddamento che si generano da soli nella stanza, produce una musica dolcissima ipnotica, che si ascolterebbe all’infinito per il benefico effetto che fa sui nostri nervi indifesi.

    Altre sale ripetono gli esempi legati alla leggerezza dell’aria e all’intelligenza della natura, come i preziosi intrecci fatti dall’artista usando il filo di seta tessuto dal ragno, e i palloncini sospesi in balia dei movimenti che induciamo noi, con gli spostamenti d’aria. L’artista ci presenta anche un simpatico ragno capace di restare a lungo sott’acqua grazie alla capacità di costruirsi una bolla piena di ossigeno che si porta dietro nelle sue ispezioni subacquee.

    La mostra si chiude con un profondo messaggio di Tomas Saraceno, il quale ci invita a usare l’aria come elemento non inquinante e in grado di fornire uno spazio vitale. Diventando Aerocene, l’uomo abbandona i combustibili fossili per usare solo la forza dell’aria e del sole. Già oggi può volare per qualche ora in modo autonomo, come dimostrato da precisi esperimenti, suggerendo così anche il limite dei confini tradizionali.

    La distruzione dell’ambiente in cui viviamo, cominciato nel 1945 con lo scoppio della prima bomba atomica e continuato con gli interventi nel suolo nel mare e nell’aria, non può più essere tollerato.

    Il ragno ci ha mostrato come si possa vivere adattandosi perfettamente e in modo pulito.

    Lasciamo il Palais de Tokyo e camminiamo fin quasi a casa: in rue des Rosiers ci fermiamo per gustare un autentico falafel, accompagnato da patatine fritte e panaché. La cena sarà frugalissima.

    30 ottobre

    La giornata inizia sotto la pioggia, ma per fortuna verso le 11 si attenua un po’. Ci dirigiamo verso il Pantheon, per visitare la mostra dedicata a Georges Clemenceau.

    Si parla spesso della grandeur francese. Il Pantheon ne è una esemplare esemplificazione. Enorme. Se da fuori si ha già l’impressione si entrare in un edificio molto grande, dentro questo spazio sembra dilatarsi, forse per il confronto con la straordinaria altezza, e diventa smisurato. Lungo il perimetro da percorrere, altissime le illustrazioni che ornano le pareti, enormi e perfette le cupole che sovrastano, due più piccole e una più grandi. In verità nel Pantheon, di sostanziale, non c’è molto: qualche tomba, questi affreschi alle pareti di relativo valore. Però, in mezzo, agganciato con una catena lunga circa 50 metri alla cupola più alta, c’è il pendolo di Faucault. Questo non è il pendolo originale, è una riedizione degli anni ’90 del secolo scorso, ma non importa. Quello che conta è la dimostrazione che il pendolo, oscillante, nel corso delle ore man ano si sposta, o meglio, non si sposta affatto perchè è la terra, con la sua rotazione a spostarsi sotto di lui. Affascinante!

    E altrettanto affascinante e interessante è la mostra dedicata a Georges Clemenceaus: medico per cultura, uomo politico per passione, ha ricoperto vari ruoli senza mai esitare a prendere posizioni anche forti e decise verso situazioni che l’opinione pubblica giudicava al contrario del suo punto di vista. La mostra si rivela molto interessante sia per la porzione di storia della Francia che viene raccontata, sia per i dettagli domestici e intimi relativi a questo uomo, capace di potenti invettive, ma anche di delicate parole d’amore.

    Dopo la visita facciamo uno spuntino con una crèpe salate, quindi ci prepariamo per incontrare Sylvia, Giacomo e i loro stupendi bambini Ylan e Shean. Ci troviamo all’Indiana in piazza Denfert Rochererau, un bel locale pieno di vita. La prossima volta da noi!

    31 ottobre

    Finisce il mese di ottobre e finisce anche questa volta il nostro tempo a Parigi. Come sempre, al momento di salutarla mi piace perdermi per le sue strade e immergermi nella sua atmosfera, nei bei palazzi d’epoca, sull’attraente Lungosenna.

    E proprio costeggiando la Senna, al Quai Conti, incontriamo l’Académie des Beaux-Arts che ospita l’interessante mostra fotografica di Claudine Doury. La fotografa ha un giorno realizzato di conoscere bene le popolazioni indigene dell’ovest degli Stati Uniti, ma non di non sapere nulla di quelle che vivono nell’Estremo Oriente. Ha così scelto di esplorare il corso del fiume Amour e di immortalare persone, situazioni, oggetti del quotidiano. Le immagini riportate sono di rara leggerezza, molto poetiche, semplicissime nei soggetti, ma capaci di far immaginare tutto un mondo, tutta una vita che ruotano intorno all’immagine fissata.

    Lasciamo il quai Conti e continuiamo a piedi fino a Les Invalides, ovvero quasi alla Tour, per visitare una piccola ma preziosa mostra dove le inconfondibili sculture di Alberto Giacometti si confrontano con quelle di un giovane artista portoghese, Rui Chafes. La mostra è allestita all’interno della fondazione Calouste Gulbenkian, che ospita il centro Culturale Portoghese. E’ quindi anche l’opportunità di visitare questo edificio, che ha un cortile tranquillo e un bell’affaccio sul Boulevard de la Tour Maubourg.

    Con buon passo ci posizioniamo verso il ritorno, passando il quartiere universitario, poi il dedalo di stradine affollatissime del Quartiere Latino fino a St.Michel, quindi scavalchiamo l’Ile de la Cité, entriamo nel Marais, e ci fermiamo semplicemente a fare le ultime spese.

    Il rientro a casa anticipato è d’obbligo, per preparare le valigie e sistemare le ultime incombenze casalinghe.

    La cena e dall’Hyppopotamus, buona la tartare

    Il portone della casa dove morì Jim Morrison
    Happy Hour a Parigi

    APRILE 2019

    5 aprile 2019

    Dal treno, al confine tra Italia e Francia

    Siamo a Parigi per la 22° volta

    La primavera sta arrivando, gli alberi sono in parte fioriti, altri stanno mettendo le prime foglie, ma l’aria è ancora fresca e, nonostante le vetrine con leggeri abiti colorati, i parigini vanno in giro ben coperti.

    Di fronte alle nostre finestre

    Siamo arrivati ieri sera verso le otto, con la luce ancora piena. Mille chilometri più a nord di Milano fanno la differenza.

    Stamattina abbiamo fatto subito una visita dal nostro ostricaro preferito, che arriva solo tre giorni la settimana, venerdì, sabato e doenica, e staziona in rue St. Antoine. Aveva ostriche della Bretagna, gamberi del Brasile, branzino dell’Atlantico: abbiamo preso tutto.

    Poi, la voglia di camminare per Parigi è il primo desiderio: ripercorrere le strade note per accorgersi dei cambiamenti, delle differenze. Purtroppo i cambiamenti ci sono, e in peggio: qualche negozio chiuso, altri che fanno offerte e liquidazioni fuori stagione. La crisi morde. Arriviamo al Louvre, convinti di vedere un’installazione in occasione dei 30 anni della piramide. Forse è durata solo un giorno, non c’è più nulla. Percorriamo les Jardins des Tuileries, dove sono stati i giardinieri che hanno inventate fioriture disposte a richiamare il perimetro del museo più famoso del mondo. Viole del pensiero, primule, tulipani colorati, a formare disegni precisi.

    La nostra meta è il Jeu de Paume, ormai tradizionalmente dedicato alla fotografia.

    Julie Béna usa il vetro per proporre “riflessioni ” dedicate al valore della trasparenza. Quanto proposto è molto limitato, ma rende l’idea.

    Florence Lazar: i suoi lavori sono pugni nello stomaco. Senza un figlo conduttore preciso, la fotografa e cineasta intervista persone che si raccontano in un momento ormai tranquillo e risolto, ma che vengono da un passato tragico. La guerra in Jugoslavia, i conflitti del XX secolo, la colonizzazione francese in Martinica e i problemi legati all’inquinamento, i contrasti per motivi religiosi, fino al grande tema della sopraffazione in Africa: tutti esempi che, se oggi possono essere raccontati, hanno visto lotte dure, vite rovinate, lutti.

    Immagine dal sito del Jeu de Paume: Les femmes en noir, 2002

    Infinr, Luigi Ghirri, fotografo emiliano, un genio fuori da ogni schema. Le sue foto sono essenziali, pulite, immobili, ma perfette. Non c’è un dettaglio, pur minimo, di troppo, nè manca nulla. Ogni foto è una storia, e si spazia tra una pungente, qualche volta feroce ironia, a momenti di grande tensione poetica. Luigi Ghirri se n’è andato molto giovane, ma nella sua breve vita deve essere stato molto felice.

    Luigi Ghirri, Enigma – Immagine dall’archivio Luigi Ghirri

    Lasciamo il Jeu de Paume e facciamo il primo shopping tradizionale parigino: té da Fauchon.

    Uovo di Pasqua di Fauchon

    Rientrando verso casa, la Bibliothèque Forney, bellissimo edificio del XVII secolo, ci attira con la mostra di una straordinaria (e per me sconosciuta) illustratrice: Jacqueline Duheme. Amica di Paul Elouard, Matisse, Jacques Prévert e Picasso, questa signora tutt’ora vivente fin da bambina ha dimostrato una fantasia sviluppatissima nel tradurre in immagini storie, cronache, momenti della vita di persone note. Una mostra allegra, inaspettata, colorata, impreziosita da alcuni tessuti Aubusson realizzati sui disegni dell’autrice. Come tutte le mostre di Parigi, anche questa è ampia, esaustiva, ben spiegata.

    Rientriamo a casa per una cenetta davvero notevole: spaghetti con gamberi, ostriche, branzino ai ferri, meringa alla crema “Aux Merveilleux”, tutto innaffiato dallo Chablis.

    6 aprile

    Al museo del Luxembourg c’è la mostra dedicata ai Nabis, i profeti. Una mostra piccola, forse per la produzione limitata, forse perchè molte opere sono oggi introvabili, ma interessantissima. Si rivela il desiderio di fare pittura in modo nuovo, un modo onirico, ispirato alle decorazioni giapponesi, e sopratutto un modo che esce dalla solitudine dell’arte pura per incontrarsi con l’artigianato.

    I giardini del Luxembourg sono subito fuori, ed è piacevole fare il nostro spuntino seduti al sole su una delle numerosissine sedie a disposizione del pubblico. Intorno, rumore di chiacchiere, tanto verde e tanti fiori.

    Torniamo verso casa, è quasi ora di aspettare l’arrivo dei nostri ospiti: Valeria, Luca e Lara. Dopo due chicchiere davanti a una tazza di té, andiamo a cena dal Petit Bofinger con Chiara, Sylvain e Martin. Serata perfetta per compagnia e cibo.

    7 aprile

    E’ domenica, come da tradizione alla mattina facciamo la spesa al mercato di Blv Richard Lenoir: frutta, pomodori, pane, quiche, ostriche, gamberi, orate

    Dopo pranzo andiamo tutti alla Tour, dove lasciamo i nostri ospiti, mentre noi torniamo a piedi passando per il Lungosenna. Dal Quai Branly fino al Villaggio St. Paul passeggiamo con i parigini sul percorso libero dalle automobili, insieme a quelli che vanno a piedi, in bicicletta o in monopattino.

    Alla sera, ottima cena a casa, e chiacchiere piacevoli in compagnia.

    8 aprile

    Andiamo a Notre Dame, e non c’è la solita coda lunghissima, così riusciamo a entrare e a visitarne l’interno. Una visita veloce, purtroppo, le cappelle meriterebbero più attenzione.

    Nota a posteriori: esattamente una settimana dopo, l’incendio a Notre Dame

    La tappa successiva è la libreria Shakespeare, immancabile punto di attrazione per la sua immutabile atmosfera e per l’offerta amplissima di libri in lingua originale (inglese). Ne compero due di seconda mano, penso siano abbastanza intriganti da farmi superare l’ostacolo di leggere in una lingua che non è la mia.

    La tappa del pranzo è all’As du falafel, che non delude mai: falafel e hummus con pita e panashè.

    Rientriamo a casa perchè Valeria & c. devono rientrare a Milano. Li accompagniamo fino a Chatelet, dove ci dividiamo: loro proseguono verso l’aeroporto, noi andiamo in rue d’Alesia alla ricerca dell’outlet Cacharel, che non c’è! Torniamo a casa e, sulla via, mi consolo con un economico shopping da Uniqlo.

    9 aprile

    Parigi tutta a piedi, oggi, nel 6° Arrondissement. Alla mattina visitiamo l’Istituto italiano di Cultura, in rue de Varenne, per la mostra “Caro Levi, un peintre-ecrivain entre Parid et Matera”. Non solo dipinti, ma molte foto e scritti del pittore antifascista vissuto a lungo al confine in Basilicata.

    Ritratto di Leone Ginzburg

    Nel pomeriggio raggiungiamo l’Institut des Beaux-Arts de Paris per la mostra di disegni “Leonardo da Vinci et la Renaissance Italienne”: Ci sono solo quattro disegni di Leonardo, ma la mostra è comunque interessantissima per i lavori degli artisti proposti, tutti di altissimo valore (Raffaello, Verrocchio, Andrea del Sarto) e per l’argomento abbastanza insolito.

    Nel frattempo facciamo shopping: cioccolato di Pasqua, da Jacques Genin “fondeur de chocolat”, un vero artista, e abbigliamento di gran classe per me da Ines de la Fressange.

    La spesa alimentare serale è già impostata per il ritorno, dopodomani. E poi bisogna finire gli avanzi.

    10 aprile

    Andiamo alla Villette, alla Cité des Sciences et de l’Industrie, perchè c’è la mostra dedicata al Microbiota che mi interessa moltissimo. Infatti è molto interessante, ma è anche divertente e interattiva, così come tutte le mostre allestite al’interno e visitabili. Morale, restiamo fin quasi alle 17, cercando di vedere più possibile, e soprattutto di imparare più possibile su cervello, genetica, matematica, universo, acqua e altre cose ancora. Per il ritorno, scegliamo di tornare a piedi costeggiando l’acqua: dal Canal de l’Ourcq, dal Bassin de la Villette e poi il Canal St. Martin, approfittiamo di un percorso almeno nella prima parte molto tranquillo, poi un po’ più trafficato, ma sempre con il piacere dell’acqua del canale che corre a fianco, intervallata dalle chiuse e dai ponti in ferro del XIX secolo.

    Alla fine ci mancano solo poche cose per la cena, torniamo a casa a preparare le valigie.

    Belle cose di Parigi: il quartiere LGBT

    Belle cose di Parigi: il movimento femminista sovrappone intitolazioni femminili a quelle tradizionali, quindi in maggioranza maschili

    STORIA DEL MARAIS   Histoire(s) du Marais

    La Place Royale, o semplicemente “la Place” è stata inaugurata nell’aprile del 1612, in occasione delle doppie nozze tra Luigi XIII e l’Infanta di Spagna e Madame Elisabeth e l’Infante.

    La piazza era stata concepita e voluta da Henry IV che, nel 1605, decise di far abbattere il Palais des Tournelles e far costruire questa bellissima piazza di cui “non c’è alcun luogo in tutta la cristianità che possa reggere il confronto”. L’idea del re era di installarvi una manifattura di tessuti in seta, per la quale aveva chiamato anche esperte maestranze italiane. Nella piazza, quindi, vengono edificati dodici palazzi capaci di ospitare gli operai e le loro famiglie, mentre una galleria coperta dovrebbe servire ad attirare la clientela.

    Nel 1607 il progetto viene modificato: Henry IV vuole donare alla città una piazza nuova, con dimensioni mai viste in Europa. Più che obiettivi economici, il re aveva obiettivi politici.  Il primo re Borbone ha faticato non poco per avere la corona francese, e spera che questo grandioso progetto ne rinforzi la popolarità tra i parigini.

    Al posto degli alloggi per gli operai italiani, quindi si costruiscono i palazzi ancora presenti oggi.  Si alzano 36 costruzioni, tutte edificate secondo un unico modello, a eccezione di due: sono il “Pavillion” del Re e il “pavillion” della Regina, uno di fronte all’altro. Tutto questo dona alla piazza l’aspetto rigoroso e ordinato che conosciamo tutt’ora. I palazzi soo costruiti in mattoni e pietra, i tetti sono ricoperti in ardesia. I passaggi coperti sono dedicati a negozi e altri commerci. In un’epoca in cui il marciapiede non esiste, e le strade pavimentate sono rare, le gallerie della Place, riparate dall’acqua e dal fango, diventano subito popolari. La piazza diventa il posto più elegante di Parigi.

    Henry IV, purtroppo, non vede il suo progetto finito: viene assassinato nel 1610. Sarà quindi il suo successore, re Luigi XIII e marito dell’Infanta di Spagna, a presiedere all’inaugurazione. Una folla enorme è presente, fatta non solo di nobili, ecclesiastici e ambasciatori stranieri, ma anche di persone del popolo. I cannoni della Bastiglia tuonano per festeggiare l’avvenimento. Negli anni successivi, la piazza viene usata per accogliere personaggi importanti come Cristina di Svezia, nel 1656, e Maria Teresa d’Austria nel 1660.

    Il XVII secolo è quindi il secolo d’oro per la piazza. In quello successivo l’atmosfera cambia, l’aristocrazia si sposta verso il faubourg Saint-Honoré, la Rive Gauche, Saint-Germain-des-Prés. E poi c’è la Rivoluzione francese, i nobili fuggono e la piazzadiventa campo di manovra per la Guardia nazionale. Anche il nome cambia, non più Place Royale, ma Place de l’Indivisibilité de la République.

    Il nome attuale arriva nel 1800, con Napoleone il quale, Primo Console, annuncia che darà alla piazza il nome del primo dipartimento francese che pagherà le tasse allo stato. Ovviamente sono i Vosgi, ed ecco la Place des Vosges.

    Passato il periodo napoleonico, le cose cambiano ancora. La Parigi che conta vive nei gradi boulevards e la piazza, come tutto il Marais, viene dimenticata e abbandonata. Bisogna attendere il 1960 perchè le cose cambino ancora e tutta l’area riprenda vigore e l’importanza di una volta.

    La rue des Francs-Bourgeois deve il suo nome al fatto che, nel XIV secolo, vi sorgevano congregazioni religiose e e abitazioni messe a disposixione da anime caritatevoli, destinate ai cittadini più poveri del borgo. Erano così poveri da essere affrancati dal pagamento delle imposte. I parigini stessi, allora, li definirono “francs-bourgeois”, ovvero abitanti del borgo non soggetti a imposte. Una di queste case porta ancora il nome: la “Maison des francs-bourgeois” è un ospedale per i meno abbienti.

    Gerusalemme, יְרוּשָׁלַיִם, القُدس, la Città Santa, la Città Eterna

    Gerusalemme, la città delle contraddizioni, la città della fede più pura e del paganesimo più sfrenato, la città finta perchè quasi tutta rifatta o inventata, la città dove tutti, una volta, dovrebbero andare per guardare dove affondano le nostre radici. Non in Cielo, ma in un punto preciso sulla Terra.

    8 marzo

    Arrivare in Israele può apparire complicato, ti fanno un sacco di domande sia all’andata (“c’era qualcuno mentre preparava le valigie che avrebbe potuto inserire qualcosa al’interno?” ” ……”) che all’arrivo, in più il volo sembra in overbooking e forse non partiamo, invece va tutto benissimo e arriviamo persino puntuali.

    Il taxi collettivo Nesher ci porta a gran velocità da Tel Aviv, di cui vediamo solo l’aeroporto Ben Gurion, al nostro hotel, Ibis, a Gerusalemme.

    E’ venerdì sera, sta per iniziare lo shabbath, la festa ebraica che impone circa 24 ore di rifiuto dal fare qualunque cosa, incluso parlare per gli ebrei più osservanti, e infatti appena usciamo dall’hotel vediamo che i negozi e i locali sono tutti chiusi, la strada è vuota di mezzi pubblici. Venerdì sera è però la serata giusta per assistere alla preghiera, devotissima, al Muro del Pianto, che qui non è affatto definito così, qui è il Muro Occidentale o Kotel.  Il Muro è quanto rimane dell’antico Tempio di Salomone, distrutto da Nabucodonosor II nel 586 a.C., poi ricostruito, e infine distrutto dall’imperatore romano Tito nel 70 d.C. I fedeli infilano dei foglietti con le loro preghiere nelle fessure della pietra.
    Da secoli gli ebrei si recano presso il muro di contenimento del Monte del Tempio, eretto due millenni fa, per pregare e piangere la distruzione del Primo e del Secondo Tempio.

    Il nostro hotel è sulla Jaffa Street, dista pochi minuti a piedi dalla posta di Jaffa dove inizia la città vecchia: posizione davvero strategica. Appena passata la porta sbagliamo strada e ci inoltriamo nel quartiere armeno, poi troviamo il percorso giusto, una lunga discesa intervallata da gradini di pietra, dove si aprono numerosissimi negozi che vendono souvenirs o spezie, e seguendo la massa di turisti, molti, ed ebrei, moltissimi tra cui molti ortodossi con cappelli e cernecchi, arriviamo al Muro del Pianto.

    Il nome che si riconosce in italiano deriva dal fatto che qui gli ebrei, durante il periodo ottomano, venivano a piangere la distruzione del tempio, ma poi molte cose sono successe.

    Si entra dopo un controllo delle borse, e si arriva in una enorme piazza in pendenza. Il muro è laggiù, nel mezzo ci sono cancelli divisori che indirizzano i fedeli a passare in precisi corridoi. Davanti al muro, una folla che sembra esclusivamente maschile, nera, compatta, canta inni sacri, si dondola, si appoggia al muro con devozione.

    L’impressione è molto forte: un muro semplice, spoglio, vecchio di migliaia di anni ma tutt’ora massiccio e imponente, offre accoglienza alle preghiere e alle lodi di noi poveri mortali. L’energia potente che scaturisce dalla pietra, inamovibile e verticale da sempre, sembra la risposta giusta all’incertezza dell’uomo che non solo conosce la sua mortalità, ma non conosce il suo futuro, tutt’altro che fermo e stabile.

    Leggerò poi, dopo poche ore, che nella mattinata erano scoppiati disordini tra gli uomini e il gruppo delle “Donne del Muro” che si battono da tempo per avere lo stesso spazio e lo stesso tempo di preghiera degli uomini.

    Ritorniamo alla ricerca di un ristorante dove mangiare qualcosa, ricerca non facile, sebbene alla fine fruttuosa, perché è lo shabbath, e i locali aperti sono pochi. Troviamo un pub, e anche se non è cucina israeliana, mangiamo bene.

    9 marzo

    Oggi è shabbah. Gli ebrei non possono fare nulla. Usciamo dalla camera dell’albergo per andare a fare colazione e prendiamo l’ascensore (siamo al settimo piano). L’ascensore si ferma a ogni piano, apre le porte, le richiude senza cha salga o scenda nessuno. Oggi gli ebrei non possono nemmeno schiacciare il bottone dell’ascensore! Cominciamo a inquadrarli …

    La giornata comincia, puntuale alle 8,30, in compagnia della guida Massimo Conte e di una coppia di simpaticissimi napoletani, Pietro e Mena. Un taxi ci porta in cima al Monte degli Ulivi. Visitiamo la Chiesa dell’Ascensione, e prendiamo immediatamente atto di come ebrei e musulmani possano vivere fianco a fianco in armonia. Questa chiesa, che ha all’interno una pietra con due impronte che ricordano vagamente due piedi, e che si dice siano le impronte lasciate da Gesù Cristo prima di ascendere al cielo, era una volta parte di un grande complesso bizantino, molto più esteso di come non compaia oggi, e con un’apertura sulla cima per permettere, appunto, l’ascensione. Oggi è una moschea, il tetto è chiuso, c’è il mirhab e il minareto, ma rimane un luogo sacro per i cristiani.

    Poco distante, appena sotto, c’è l’ingresso alla Chiesa del Pater Noster, ampia e circondata da un lungo porticato, che porge su un bellissimo giardino panoramico. Questa chiesa è stata voluta e fatta erigere da Elena, madre dell’imperatore Costantino, e sorge sopra una piccola grotta, nella quale si racconta che Gesù abbia insegnato ai suoi seguaci la prima preghiera, il Padre Nostro. Bisogna sapere che gli ebrei non conoscevano la preghiera, solo il sacrificio che consisteva nell’uccidere e poi bruciare un animale. E’ quindi il Cristo che si inventa la parola rivolta a Dio, ed è piuttosto toccante leggere la preghiera del Padre Nostro declinata in tutte (o quasi) le lingue, gli alfabeti e i dialetti del mondo, trascritta su formelle di ceramica di varie dimensioni allineate contro tutti i muri possibili. Ci sono lingue e simboli sconosciuti, e c’è il Padre Nostro in calabrese, in sardo e in milanese.

    Ci avviamo lentamente a piedi verso il basso, e costeggiamo un punto panoramico dal quale si ha una bellissima veduta della città vecchia, con la spianata delle moschee, il monte di Sion, il quartiere arabo, le porte di ingresso, mentre sotto di noi si allunga fin quasi a fondovalle il cimitero ebraico, che per tradizione è sempre stato collocato fuori dalla città.

    La tappa successiva è molto importante: entriamo nell’orto del Getsemani. Qui Gesù passò le ultime ore prima di essere catturato, pregando perché gli fosse risparmiato quel calice amaro, ma arreso alla volontà del Padre.

    Oggi, complice anche la splendida giornata, ci accoglie un giardino curato e ricco di vegetazione, piantumato ad ulivi alcuni dei quali sicuramente pluricentenari (ma non millenari), mentre la chiesa, la Basilica delle Nazioni, costruita sui resti di due chiese preesistenti, non presenta particolari architettonici di grande rilevanza.

    Estremamente suggestivo è, invece, il posto dove da tradizione sarebbe stata sepolta Maria, la madre di Gesù. La discesa di una lunga scalinata ci conduce in una cripta ortodossa: sulle nostre teste centinaia di antiche lampade di ogni forma e colore illuminano in modo mistico l’ambiente, la quantità di persone presenti non permette di leggere le immagini dell’iconostasi, ma solo di apprezzarne la grande bellezza. La tomba della Vergine è chiusa in una grotta ancora più profonda, coperta di biglietti con preghiere e invocazioni.

    Siamo ormai all’altezza della città vecchia, nella quale entriamo dalla Porta dei Leoni.

    Ci fermiamo in quella che, sempre secondo tradizione, è il luogo di nascita di Maria, ovvero dove sorgeva la casa di Anna e Gioacchino. La celebrazione di questo ricordo è nella cripta, dove c’è un altare e un mosaico piuttosto grossolano. Notevole è invece la chiesa che sorge sopra, un edificio crociato ancora intatto, di grande bellezza, armonia e maestosità.

    A fianco della chiesa ci sono gli interessantissimi resti delle vasche di Bethesda, un antico complesso di cisterne per la raccolta dell’acqua molto ben congeniato. Gli scavi successivi hanno fatto emergere livelli diversi delle vasche, sulle quali nei secoli sono state fatte altre costruzioni romane e crociate, oggi presenti solo come resti ben riconoscibili. Qui Gesù compì il suo primo miracolo, la guarigione del paralitico.

    Ci avviamo ora per la via Dolorosa, il percorso creato intorno al 1200 dai frati Francescani, che ripercorre idealmente la via Crucis, con le diverse stazioni. Ci fermiamo presso alcune di queste, sebbene nessuna risulti di qualche particolare pregio artistico nè religioso, visto che si tratta di un percorso inventato. Visitiamo la grotta dove Cristo venne tenuto prigioniero prima di essere crocifisso, insieme con Barabba (altro personaggio di incerta veridicità).

    Facciamo una piacevole tappa nell’Austrian Hospice, una bella costruzione eretta e curata dagli austriaci e nata come ricovero per i lor pellegrini Oggi c’è una ricca pasticceria, e soprattutto una terrazza panoramica dalla quale si gode la vista di Gerusalemme a 360°.

    Arriviamo alla Basilica del Santo Sepolcro. Sebbene possa considerarsi uno dei luoghi di culto più preziosi e più alti per la cristianità, la tentata (e infruttuosa) visita si dimostra molto faticosa, e soprattutto lontanissima da quel bisogno di raccoglimento e astrazione che il contatto con il sacro imporrebbe. La quantità di persone, pellegrini e turisti, è impressionante. Ovunque c’è folla che impedisce di continuare. Tentiamo una coda per entrare nel Sepolcro, ma in quel momento scatta la preghiera dei copti e tutto si ferma. La preghiera dura circa tre quarti d’ora. Cerchiamo una strada alternativa, ma rimaniamo bloccati da una processione dei frati francescani, cattolici. Rinunciamo, ci riproveremo. Sempre all’interno della chiesa, ma opposta all’edicola del Santo Sepolcro, è inglobato quello che rimane del Golgota, dove Gesù venne crocifisso. Qui la folla è meno fitta, e riusciamo a passare e vedere il foro nella montagna dov’era conficcata la croce. Si tratta sempre di ricostruzioni, ma la sacralità del luogo è intatta.

    La visita si conclude con la discesa nella cripta dove si racconta che Elena trovò le tre croci del Golgota.

    Usciamo dalla Basilica un po’ frastornati, saliamo verso il quartiere armeno e, entrando dalla porta di Zion, saliamo fino alla chiesa di San Pietro in Gallicantu. Siamo nel luogo dove Pietro rinnegò di conoscere Gesù “per tre volte, prima che il gallo canti”.

    Come prima tappa la nostra guida Massimo ci porta ad osservare un bel plastico realizzato in tempi recenti, ma che riporta la struttura della città di Gerusalemme un migliaio di anni fa. Si riconoscono cardo e decumano, le costruzioni più antiche, come la Chiesa del Santo Sepolcro, e il percorso delle tre valli che ricordano la lettera S dell’alfabeto ebraico, lettera che si identifica con la figura di Dio. Ecco perchè Gerusalemme è la città eletta.

    Ci dirigiamo verso la chiesa che, esternamente si presenta gradevole, a croce greca molto compatta e con bei mosaici intorno, mentre all’interno rivela un’architettura recente e, ancora, di limitata bellezza. Più interessante è la discesa attraverso le fondamenta delle due chiese preesistenti, una bizantina e una crociata, fino a una piccola stanza sotterranea dove ci si raccoglie per la lettura di una pagina della Bibbia.

    Fuori dalla chiesa si è ancora una volta confortati dallo splendido panorama della città vecchia, e dai resti delle civiltà passate, quando vivevano nelle caverne scavate nella roccia carsica, con ingegnosi sistemi per raccogliere l’acqua e conservare i cereali.

    L’ultima tappa della giornata è alla Tomba del re David, dove entriamo e siamo divisi tra uomini e donne.

    Lo spazio femminile permette di vedere solo una nicchia nel muro, e di quello ci dobbiamo accontentare. Si dice che la donna ebrea non abbia bisogno di studiare o di capire perchè, a differenza dell’uomo, è già vicina a Dio, ma non sempre questa versione convince. Appena fuori dallo spazio sacro davanti alla tomba, un lungo corridoio dove alcuni bambini giocano e corrono. C’è una donna che prega con il viso rivolto verso il muro e la Bibbia in mano, un’altra bada ai piccoli. Nemmeno nel momento della preghiera le donne possono spogliarsi del loro ruolo, che assolvono a turno, aiutandosi, per permettersi un momento di proprio raccoglimento. Terminiamo nella Chiesa della Dormizione, dove si dice che Maria sia caduta nel sonno eterno.

    E’ il tramonto, lo shabbah sta per finire, la città si sveglia.

    Ceniamo al ristorante Shanti, molto bene.

    10 marzo

    Con la nostra preziosa guida Massimo ci avviamo subito, attraversando il quartiere Mamilla, verso il Monte del Tempio, Al Haram Ash Sharif, luogo sacro per ebrei, cristiani e musulmani. L’unico accesso consentito ai non musulmani è attraverso una passerella di legno sopra la piazza che ospita il Muro Occidentale, e dalla quale si intuisce molto bene la struttura così ondulata della città di Gerusalemme.

    L’immagine della spianata è impressionante, per le dimensioni, per l’ordine regolare e preciso con il quale si alternano archi di accesso e piccole costruzioni, e forse anche per il bellissimo cielo azzurro che ci sovrasta. Il primo edificio che vediamo, ahimè solo dall’esterno, è la grandiosa Moschea Al Aqsa, che in passato era grande quasi il doppio. Ma quello che veramente sovrasta tutto, sia fisicamente che tradizionalmente è la Cupola della Roccia, realizzata in oro zecchino su dono del re di Giordania, magnificamente decorata di maioliche, e inaccessibile ai non musulmani. Il luogo è il terzo in ordine di importanza per i musulmani, dopo la Mecca e la Medina. E’ importante per gli ebrei, perché è il luogo dove sorgevano il primo e il secondo Tempio. Ed è importante per i cristiani perché si dice che il tempio contenga una grande roccia, emergente dal monte Moriah, con il cui materiale Dio ha forgiato Abramo; ed è il luogo dove Abramo quasi sacrificò il proprio figlio Isacco; infine si dice che il re Salomone collocò sulla pietra l’Arca dell’Alleanza.

    Come dicevo, la moschea è aperta solo per i musulmani! Per fortuna la zona intorno è interessantissima: ci sono le fontane dove purificarsi, una costruzione aerea e aperta che pare essere servita come modello architettonico per il tempio stesso, altre moschee di grande bellezza e armonia, fino all’arco di accesso al suq El Qatanin, bellissimo con le sue sculture di preciso stile mamelucco.

    Ma è tutto l’insieme, silenzioso, maestoso, lontano dai rumori seppur così vicino al traffico umano che passa a poca distanza, a rendere questo luogo ricco di sacralità. Non mancano bambini che giocano e donne che li badano, a rendere vivo un luogo che ha una storia vecchia di millecinquecento anni.

    Scendiamo dalla spianata, attraversiamo il suq e rapidamente torniamo al Kotel, che fa da perimetro allo spazio appena visitato.

    È il momento di accostarci al Muro. Ci dividiamo, lo spazio femminile è molto meno ampio di quello per gli uomini, ma non per questo meno suggestivo. La facciata principale del muro è occupata da una lunga fila di donne che pregano, piangono o semplicemente stanno raccolte. Altre che cercano uno spazio più intimo si appoggiano a una porzione di muro laterale, altre ancora pregano sedute, o in piedi dondolando. La devozione è autentica.

    La forza che arriva dal muro fa breccia anche su di me, e lascio tre bigliettini.

    Ci avviamo ora verso nuovi percorsi. Incontriamo una bella costruzione a due piani, molto ben tenuta, aperta con archi sia sopra che sotto: una casa destinata agli ebrei meno abbienti, costruita nel 1871 dal barone Rothschild

    Passiamo a fianco della grande Sinagoga Hurva, dove è esposta l’originale Menorah d’oro, il candelabro a sette braccia costruito rigorosamente secondo i dettami imposti da Dio.

    Incontriamo un interessantissimo sito archeologico che ha portato alla luce il cardo romano, con le colonne, le mura di separazione e il percorso che svolgeva, duemila anni fa

    Arriviamo finalmente al Cenacolo. Questo spazio non offre nessuna certezza storica che possa trattarsi proprio del luogo dove Gesù ha consumato con gli apostoli l’ultima cena. E’ però un salone di grandissima bellezza, con le volte a crociera che preannunciano lo stile gotico flamboyant, finestre di vetri colorati con decori arabi volute da Solimano il Magnifico, il mirhab forgiato dai mamelucchi, e nonostante tanta diversità, una grande armonia d’insieme.

    Ripassiamo davanti alla Basilica del Santo Sepolcro, dove non proviamo nemmeno a entrare, vista la quantità di persone presenti. Andiamo verso il coffee shop della Christ Church, dove scopriamo che sul retro c’è, oltre a un bellissimo giardino, lo spazio di accoglienza, un piccolo museo dedicato alla storia di Gerusalemme con un bellissimo plastico, e una bella chiesa che unisce i simboli cristiani ed ebraici, dove mi sento subito accolta.

    Lasciamo ora la città vecchia, ormai visitata in modo esaustivo, per dedicare qualche ora alla città più recente, fuori dalle mura.

    Entriamo subito in un bellissimo parco profumato dalle numerose piante di rosmarino, con una bella fontana nel mezzo, e passiamo in un quartiere residenziale molto esclusivo, Yemin Moshé: silenzioso, fiorito, apparentemente deserto.

    Da qui incontriamo il mulino a vento Montefiore, antico dono di sir Moses Montefiore, quindi ci avviamo alla visita della città costruita alla fine del 1800. Ci dirigiamo verso nord, in una zona ben curata e ben seguita i cui abitanti sono esclusivamente Ebrei: molti bei palazzi, intervallati da hotel elegantissimi come il King David o il Waldorf Astoria. Si tratta di osservare una città che, seppur famosa per la parte vecchia, sta crescendo, e molto bene, ricca di vitalità

    L’ultima tappa è al mercato Mahane Yehuda, dove si alternano banchi di proposte alimentari, pur molto variate, con piccoli locali e birrerie. Insomma, un luogo vivo, dove se si ha fame c’è solo l’imbarazzo della scelta.

    Alla sera la scelta cade su Diner, in linea con le precedenti esperienze.

    11 marzo

    Via da Gerusalemme, oggi. Andiamo nel deserto per visitare monasteri, oasi e vecchie ville. La prima tappa è dedicata al Monastero di San Giorgio. Per raggiungerlo, dopo aver lasciato una trafficatissima Gerusalemme, prendiamo la strada dei Patriarchi, ci portiamo in Cisgiordania (mentre, alla nostra sinistra, corre il muro di confine con i territori palestinesi) e raggiungiamo il deserto del Wadi Qelt.

    Lasciamo la strada principale per un tortuoso percorso in mezzo alle rocce rosse e bianche, quindi lasciamo anche l’auto e ci avviamo a piedi, scendendo lungo un sentiero che costeggia il fianco verticale di una roccia in arenaria, mentre dalla parte opposta il panorama è aperto e permette di vedere acqua che scorre in fondo al wadi.

    Dopo una passeggiata abbastanza lunga, ma in discesa, finalmente compare il Monastero: una chiesina scolpita nella roccia, impreziosita da due palme davanti alla facciata, e intorno altre abitazioni in sasso, molto ben manutenute, che danno la stessa sensazione di essere tutt’uno con la roccia. Saranno il silenzio assoluto, la vegetazione desertica e le fioriture prepotenti nate grazie a solo poche gocce di pioggia, l’imponenza delle montagne verticali, ma la sacralità del luogo è palpabile.

    La seconda tappa è il Parco Nazionale di Qumran: qui il popolo degli Esseni visse e studiò per circa duecento anni. Gli Esseni erano una popolazione molto pacifica e generosa, che viveva in armonia lavorando la terracotta, e della quale si dice potesse aver fatto parte anche Gesù. Dal punto di vista archeologico, questo luogo è importante perchè qui sono stati trovati i “Rotoli del Mar Morto”, preziosissimi manoscritti che riportano parti dell’Antico Testamento, oltre a usi e leggi del tempo. Oggi i rotoli originali sono conservati al Museo di Israele, ma il sito è tutt’ora molto interessante in quanto, nei resti, è perfettamente riconoscibile quello che era lo stile di vita degli Esseni. Si riconoscono il refettorio e la biblioteca, i forni per cuocere i manufatti in creta, e le vasche dove si immergevano regolarmente per i bagni rituali di purificazione.

    Arriviamo infine e finalmente a Masada. Siamo vicini al Mar Morto, quindi circa 400 metri sotto il livello del mare. La giornata è bellissima e l’acqua del mare, in lontananza, è azzurra come il cielo. Per salire, scegliamo la comoda funivia: arriviamo sull’altopiano da cui si gode una bella vista sul mar Morto, i monti della Giordania, e i resti degli accampamenti romani che assediarono la fortezza circa 2000 anni fa. Proprio per questi reperti della civiltà e della cultura romana, Masada è oggi Patrimonio Unesco dell’Umanità.

    La parola masada significa fortezza, ma è molto di più: qui si volle installare il re Erode il quale, in cerca di un luogo inespugnabile, decise di costruire un palazzo ispirato all’architettura conosciuta a Roma. Erode era ricchissimo e disponeva di moltissimi schiavi, così si spiega la vastità della costruzione: stanze per gli ospiti, bagni, piscine e palestre, e infine, nella parte più arroccata e panoramica, le sue stanze, tutt’ora in parte affrescate e con i pavimenti ancora coperti da parti in mosaico.

    La bellezza di quanto deve essere stato si intuisce, così come il lusso: basti pensare che ci sono ancora cisterne per l’acqua che fornivano l’acqua corrente agli abitanti del palazzo, ma venivano riempite a mano, o meglio a braccia, dagli schiavi.

    Qui, nel 73 a.C, trovarono rifugio gli ultimi ebrei, nella loro strenua resistenza all’invasione dei romani, che alla fine assediarono il palazzo di Erode il Grande e conquistarono la Regione. 

    Scendiamo lungo il sentiero dei Serpenti, quattro chilometri tra scale e pendenza.

    Ma come si fa a raccontare un posto così? Bisogna vederlo.

    E’ quasi l’ora del tramonto. Rientrando a casa facciamo una breve sosta in un kibbutz. Dimentichiamo le organizzazioni comunitarie degli anni ’60 del secolo scorso, dove nessuno era proprietario di niente. Oggi i kibbutz sono piccoli villaggi con abitazioni comode e belle. Qui è stato creato un orto botanico, dove sono presenti piante e alberi adatte al clima desertico, e che oggi è un centro di studi della materia.

    La cena, in un ristorante arabo, è poco entusiasmante proprio come le altre, ma è l’ultima prima del ritorno.

    12 marzo

    In mattinata abbiamo ancora qualche ora a disposizione. Gerusalemme vecchia attrae con un fascino strano e avvolgente. Andiamo verso l’Anastasis e, forse perché è abbastanza presto, riusciamo a entrare nel Santo Sepolcro: una lapide grigia circondata da simboli votivi, dalla quale un sacerdote ci sollecita a una uscita molto veloce. Deve bastare un momento di raccoglimento, ma può essere sufficiente.

    Lasciato l’albergo, salta l’appuntamento con Nesher, prendiamo un taxi verso l’aeroporto Ben Gurion.

    8 – 12 marzo 2019

    Zanzibar, l’isola delle spezie

    24 gennaio 2019

    Avevo un po’ dimenticato l’Africa. Avevo dimenticato quanto fosse trionfante, colorata, intrigante la sua natura. Avevo dimenticato la bellezza dei suoi abitanti e la loro capacità di vivere, pole pole.

    Eppure deve essere vero che veniamo tutti da lì, perché l’Africa accoglie con un abbraccio avvolgente e rassicurante.

    Arriviamo a Zanzibar dopo otto ore di volo notturno. Abbiamo lasciato una Milano grigia con la temperatura che oscilla intono agli zero gradi, e sbarchiamo sotto un cielo luminoso, una brezza tiepida e 25 gradi celsius, tutti.

    L’aeroporto non è dei più moderni, diciamolo. Per fortuna l’hotel ha organizzato un servizio navetta che ci raccoglie e ci porta a destinazione. Rispetto al luogo dell’atterraggio, siamo esattamente dall’altra parte dell’isola, sulla costa est.

    Durante il percorso, incontriamo villaggi e piccoli agglomerati urbani davvero molto semplici, mercati frequentati dove si vende di tutto, molte persone e molte automobili, ma man mano che ci allontaniamo dalla capitale, la natura prende il sopravvento e allora foreste di palme, magnolie e bouganville coprono lo sfondo.

    L’hotel ha l’aria un po’ finta che hanno sempre queste strutture dedicate ai turisti occidentali: molte fioriture, ma anche molto ordine, che in Africa non sanno nemmeno cosa sia.

    Abbiamo una bella camera grande con un piccolo spazio esterno privato e ben attrezzato. Sul letto, una vistosa zanzariera.

    Disfiamo le valigie, mangiamo qualcosa di fresco e idratante al ristorante, e scendiamo in spiaggia. C’è la bassa marea, quindi per molti, ma molti metri il fondo del mare è scoperto: ci sono alghe attaccate alla sabbia, tantissimi ricci di mare aggrappati alle rocce, e sabbia bianca, la magnifica sabbia bianca corallina, sempre fresca. Il bianco è abbacinante. Facciamo un passeggiata per capire dove siamo, ma la maggior parte del pomeriggio trascorre al sole, in pieno relax e lettura.

    A cena pesce, verdura e frutta tropicale. Ho in mente di mangiare così tutta la settimana. Domani penseremo cosa fare nei prossimi giorni.

    25 gennaio 2019

    Collegare l’immagine di gennaio, il mese più freddo dell’anno, con questa situazione da piena estate non è immediato, ma alle cose piacevoli ci si abitua in fretta.

    Palme da cocco e cocco fresco disponibile sempre, bouganville gigantesche di ogni colore, ibiscus rosso fuoco e piante endemiche di cui devo ancora scoprire il nome: tutto questo si attraversa prima di arrivare alla lunga spiaggia bianca, abbagliante e fresca.

    Al mattino il mare si ritira rapidamente: nell’oceano le fasi lunari e le conseguenti maree sono fenomeni vistosi. Il fondo emerge in modo quasi omogeneo fino alla barriera corallina, dove le onde si infrangono in continuazione. Si nuota in pochi spazi più profondi, ma si cammina sulla sabbia appena sommersa, alla ricerca delle creature che vivono sott’acqua. Trovo un grosso riccio di mare che, anziché essere del purissimo nero al quale sono abituata, ha aculei marrone e corpo centrale screziato di viola. Un’onda lo copre di sabbia e lui cambia colore.

    Inauguriamo la giornata con una bella passeggiata di sei chilometri lungo la riva, un modo per sgranchirsi e sentirsi meno in colpa per il troppo che si mangia sempre, in vacanza. Poi la giornata si completa con sole, bagni e tanta piacevole lettura. Siamo in vacanza, oggi va bene così

    Dopo cena l’albergo offre uno spettacolo di cabaret che è meglio non commentare.

    26 gennaio 2019

    Anche oggi si comincia con la “camminata veloce” di sei chilometri, che aiuta a sentirsi meno in colpa per quello che si mangia e per le ore trascorse mollemente al sole. La conduce Manuela, bravissima musicista, cantante e attrice, e anche simpatica compagna di passeggio. Qualche ora di sole prima di prepararci per un giro in taxi alla parziale scoperta dell’isola

    Il nostro autista si chiama Harif, ha 26 anni e gli consegniamo potere decisionale.

    La prima tappa è un villaggio locale, Michamvi. Come descriverlo? Come rendere l’idea del modo di vivere così enormemente diverso dal nostro? Ci accoglie un gruppo di donne e bambini, tutte e tutti bellissimi, che stanno mangiando un piatto composto da riso e carne. Il loro aspetto è ben nutrito, ma l’impressione del livello di igiene è sconcertante, agli occhi occidentali. Si prende il cibo con le mani, e con le mani sporche di cibo si fa poi tutto.

    Le case dove vivono sono parallelepipedi in mattoni e pietra che ognuno, a quanto pare, si costruisce per conto suo. Le rifiniture non esistono salvo, in qualche occasione, per le porte in legno scolpite che sono una delle eccellenze artigianali di Zanzibar. La sporcizia e il disordine sono ovunque. Le cucine sono esterne, dentro alle capanne. L’acqua corrente non esiste, viene distribuita con dei piccoli camion-cisterna, e bisogna pagarla. E’ l’acqua che serve per bere, cucinare, lavarsi, fare il bucato. Non ho capito l’illuminazione, non ho chiesto, era giorno, ma non se ne vede nelle strade. In ogni modo i bambini vanno a scuola, perché incrociamo uno scuolabus, e noi avevamo portato quaderni e penne da regalare, come da istruzioni raccolte in internet. In quel momento ci si rende conto di quanto ridicoli e insufficienti siano i nostri omaggi, di quanto incerti diventino i nostri pensieri.

    Dopo questa visita, Harif ci porta a vedere il tramonto a Kae Beach.

    Finalmente ci sentiamo all’estero, dopo i due giorni calati in un contesto totalmente italiano. La spiaggia è magnifica, sempre di sabbia bianchissima, avvolta in una corona di palme. A darci il benvenuto un beach bar simpaticissimo, dove ci si sente subito benvenuti. Il “padrone di casa ” è idealmente Bob Marley, il suo spirito e i colori della Giamaica: numerosi ragazzi rasta accolgono, preparano i cocktail, offrono i loro manufatti. Persone di ogni età e colore chiacchierano amabilmente, in attesa del tramonto. L’aria che si respira è di grande spensieratezza, di distacco dal peso quotidiano, forse l’unica strada per sopravvivere.

    Come tutti, attendiamo che il sole cali dietro le nuvole e dietro la costa di fronte, che man mano si staglia sempre più nitida. Dopo diverse apparizioni scenografiche, il sole si raccoglie in una sfera perfetta prima di sparire, almeno per questo pezzetto di mondo. La danza e i colori sono in continua metamorfosi, un vero show.

    Alla sera l’hotel ha preparato il White Party, del quale la cosa per me più rilevante è l’apparizione in tavola, finalmente, del frutto della passione.

    27 gennaio 2019

    Oggi si celebra la Giornata della Memoria, dedicata alle vittime della deportazione nazista. Non qui, hanno e hanno avuto tanti problemi loro, dominazioni e schiavitù, ma almeno sono rimasti fuori da questo orrore. Lo stesso che stiamo ripetendo oggi verso altri africani.

    Per noi è una giornata di totale vacanza: camminata la mattina (oggi sette chilometri!), lungo bagno reso in parte più duro per la corrente contraria, e poi sole e buone letture. La marea sta cambiando, se fino a ieri l’acqua si ritirava dalle prime ore del mattino, oggi ha incominciato ad arretrare intorno a mezzogiorno

    28 gennaio 2019

    Alla mattina, durante la passeggiata ormai consueta, il cielo si copre e ci scarica addosso una pioggia potentissima, calda, fitta, pungente come aghi. Alla fine siamo bagnati fradici fin dentro le scarpe.

    Pazienza. I vestiti asciugheranno, anche perché dobbiamo mettercene altri per visitare Stone Town.

    Il trasferimento non è brevissimo, dobbiamo raggiungere la parte opposta dell’isola. La nostra guida si chiama Zaccaria e ci dà subito qualche informazione sulla storia dell’arcipelago di Zanzibar, formato da due isole, Unguja, dove siamo noi, e Pemba, più piccola e più vicina all’Africa

    Il percorso verso Stone Town è sempre scioccante: povertà e sporcizia regnano sovrane. All’arrivo in città, nella parte nuova, aumenta il numero delle automobili, molte belle, ci sono grandi palazzi che ricordano molto le nostre case popolari, ma nei quali si pensa ci siano almeno la luce e l’acqua corrente.

    La città vecchia, la vecchia Stone Town così chiamata perché gli arabi costruivano le loro case con le pietre, si raccoglie verso il mare. Il primo contatto è con il mercato alimentare: spezie, molte e diverse, che sono la caratteristica del posto, frutta e verdura coloratissime e poste in bella evidenza con un ordine e un ritmo che contrastano con il lassismo che si vede in giro, infine carne e pesce. Questi ultimi due passaggi sono scioccanti per la scarsità di igiene con cui vengono conservati questi prodotti. La carne è in parte ripulita delle interiora, in parte da ripulire, viene presentata su banchi sudici, piena di mosche e insetti, al caldo. Stessa temperatura per il pesce: sebbene i pesci piccoli seguano la regola della frutta, ovvero siano raccolti in gruppetti ordinati, non mancano anche qui insetti e, soprattutto, un odore disgustoso che non dimenticherò facilmente.

    Dopo il mercato ci spostiamo nella chiesa anglicana. Questo posto è molto importante perché qui, dove sorge la chiesa, sino alla fine del 1800 c’era il punto di raccolta e di scelta degli schiavi. Trattati peggio degli animali, divisi a forza dalla famiglia, selezionati secondo la forza fisica, venivano venduti o barattati. Un commercio vergognoso che è stato interrotto alla fine del 1800 dagli inglesi, ma nel quale Zanzibar ha svolto il ruolo di punto di incontro e raccolta. Una scultura davvero toccante, datata 1997, celebra il sacrificio di tanti uomini e donne costretti a subire questa violenza, mentre un allestimento ampio e ben spiegato ne racconta la storia. Alcuni passaggi della storia dello schiavismo sembrano quasi incredibili per la crudeltà dimostrata, così come le celle dove venivano rinchiusi in attesa di essere venduti: un luogo surriscaldato e poco areato, con poca acqua e cibo.

    Oggi dalla chiesa anglicana è possibile fotografare, con un unico clic, sia la chiesa cristiana che il minareto poco lontano: un bell’esempio di reciproca, serena convivenza religiosa.

    Campanile e minareto in perfetta convivenza

    Ci avviamo ora verso il dedalo di vicoli che costituiscono la città, per ammirare alcuni dei portoni in legno scolpito fatti dagli artigiani locali. Si riconoscono i portoni di forma rettangolare, spesso con il motivo ripetuto della catena, di origine araba, e quelli con la forma tutto sesto, di origine indiana. Le moschee, al contrario di quanto si pensi, sono spesso piccoli locali riconoscibili dalle scarpe lasciate all’eterno o dalle piccole vasche per le abluzioni prima della preghiera

    Le case si succedono in versioni diverse, ma tutte con l’aria molto decadente: fili della luce e del telefono liberi di fluttuare nell’aria, acqua distribuita attraverso grossi contenitori sui tetti delle case stesse.

    Lentamente raggiungiamo la Casa delle Meraviglie costruita nel 1883 dal Sultano Barghash Bin Said e così chiamata perché è stato il primo palazzo ad avere un ascensore, l’acqua corrente e altre comodità moderne. Oggi è un museo, purtroppo chiuso per lavori di restauro.

    Ci avviciniamo al mare: in un piccolo parco molto ben tenuto, e di fronte al Forte Arabo, c’è un grande giardino pubblico con lo spazio per il barbecue, a disposizione dei cittadini. Ma guardandosi intorno, si arriva alla conclusione che la vera opera d’arte di questa città è la vegetazione.

    Il giro si conclude davanti alla casa dove nacque Freddy Mercury, il cui vero nome era Farrokh Bulsara, che oggi purtroppo è diventata un hotel.

    E’ il momento dello shopping. Anziché entrare nel turistissimo bazar, facciamo un giro nei vicoli della zona per completare i nostri acquisti, a prezzi ben inferiori che al Mercato: spezie e tessuti locali sono i nostri obiettivi.

    Rientriamo in hotel appena in tempo per la cena, che non ci siamo sentiti di consumare a Stone Town per forse esagerati timori igienici.

    29 gennaio

    Ormai la passeggiata mattutina è irrinunciabile, e oggi non piove, anzi, c’è un bellissimo sole.

    Nel pomeriggio, con una barchetta guidata da “Capitan Findus” e da Fabrizio, due Beach Boys, ci facciamo condurre verso tre mete. La prima è la secca dove si affollano le stelle marine: su queste io ho qualche perplessità, ho l’impressione che siano raccolte ad arte. Ci fermiamo poi su una enorme lingua di sabbia in mezzo al mare, dove l’acqua è bassissima, ma dove si sente distintamente il rombo dell’oceano in lontananza. La terza tappa è una sosta la famosissimo ristorante The Rock: ora c’è la bassa marea ed è all’asciutto, ma con l’alta marea ha l’aspetto di un’isola in mezzo al mare, con i suoi alberi e le sue terrazze.

    La gita si rivela molto divertente, e i due beach boys sono gentilissimi.

    Sfilata davanti a The Rock

    Rientriamo in tempo per la doccia e per assistere allo spettacolo serale, un musical dedicato a Jovanotti. Il sospetto che chi lo ha messo in scena non abbia capito niente è forte: Jovanotti celebra l’Africa ei suoi sfortunati abitanti con grande spirito di comprensione e accoglienza, mentre gli ospiti parlano più volentieri di respingimenti ed esclusione …

    30 gennaio 2019

    Che si può fare l’ultimo giorno di vacanza, se non godersi il mare trasparente, la spiaggia bianca e fresca, la luce limpidissima, e il riposo (quasi) assoluto immersi nella lettura? Infatti così è trascorsa la giornata. Ma non è mancata la passeggiata della mattina, non sono mancate le nuotate nell’oceano dove, anche vicino a riva, la corrente si fa sentire e non è facile contrastarla.

    Sunset

    La partenza per il rientro è la mattina molto presto, l’occasione per fotografare anche il sorgere del sole

    Sul volo di ritorno, il pilota dell’aereo ci fa notare il Kilimangiaro

    n.b. La buona lettura di cui parlo è La Corsara di Sandra Petrignani

    New York City a Natale

    Tutti mi dicevano che Natale, a New York, è diverso. Sono andata a vedere, ed è così: tutto, tutto vuole richiamare la festa più festosa dell’anno. Tutti si torna bambini, galvanizzati da colori, musica, danze spontanee in mezzo alla strada.

    30 novembre – Dopo un volo lungo, ma puntuale e confortevole, atterriamo a New York City. Soliti passaggi in aeroporto, con impronte digitali e schedatura, e finalmente siamo pronti. Un taxi ci porta all’hotel (Stanford, nella Korea Way, la 32th West, niente di più, ma non manca nulla). Il tempo di posare le valigie e rinfrescarci un attimo, e via verso Times Square, al centro del mondo. Le luci, il movimento, la folla confermano la sensazione di essere in un ombelico del mondo, ed è sempre un’emozione molto grande. Vorremmo cenare la Bubba Gamp o da Stardust, ma la troppa gente ce lo impedisce. Ci rivolgiamo così a Junior, un locale dall’aria semplice e pulita, dove scegliamo una bella hamburger e una ricca insalata. Anche se siamo soli, l’ambente vivace e vario ci distrae molto, passiamo una bella serata movimentata

    1 dicembre – Dopo l’abbondante colazione ci attiviamo subito per raggiungere l’agenzia italiana che si chiama “II mio viaggio a New York”. Sappiamo che organizzano tour a Brooklyn per ammirare le luci di Natale, i famosi Dyker Eight, e prenotiamo il giro per lunedì 3 dicembre, giorno nel quale anche il tempo sembra buono.

    L’agenzia si trova sulla 47° strada west, non lontano dal Moma. Entriamo per una visita accurata, dopo la prima fatta esattamente dieci anni fa. La collezione permanente è strepitosa, con pezzi dei più grandi interpreti del XIX secolo, fino quasi ai giorni nostri. Ci sono due intensissimi capolavori di Van Gogh, c’è Cezanne con la sua magica tavolozza, Boccioni con la città che sale …. E tanti capolavori del XIX e XX secolo

    Ci sono poi le mostre temporanee.

    Una dedicata a Constantin Brancusi, ben noto ma sempre sorprendente (sembra abbia scolpito ieri)

    Norman Bauman, un artista con una bella e chiara visione della vita, che si diverte a dissacrare l’arte e scherza con lo spettatore.

    Una storia della Jugoslavia, che abbraccia il dopoguerra della II Guerra Mondiale e quello dopo la sua dissoluzione. Riconosco l’importanza dell’escursus storico, soprattutto se arriva da oltreoceano, ma gli architetti jugoslavi colpiscono per il cattivo gusto e la pesantezza dei loro progetti.

    Ci sono le “città ideali” inventati dal congolese Bodys Isek Kingelez: plaquette fatte con materiale di recupero, a ricostruire idealmente alcune città o zone delle stesse, con un risultato molto colorato e divertente. Infine c’è la bellissima mostra di Charles White, un nero della …., straordinario disegnatore e ritrattista, che con la sua opera ha voluto dare forza alla condizione dei neri negli Stati Uniti.

    Mi piace pensare che NY, città fieramente democratica, dia intenzionalmente visibilità ad artisti neri in questo momento storico.

    Dopo le quattro ore trascorse al museo, non può mancare la tappa al suo negozio. Purtroppo New York non è più economica come un tempo …

    Ci avviamo verso Rockfeller Centre, dove sappiamo che troveremo il famoso abete che ogni anno rallegra la città prima delle feste. Nonostante sia ancora chiaro, la bellezza dell’albero, dello spazio sopraelevato rispetto alla pista di pattinaggio, sono già emozionanti. L’albero ha un magnifico puntale fatto di Swarosky, quest’anno disegnato da Daniel Libeskind.

    Ormai siamo sulla Quinta Avenue, la più famosa per lo shopping. Tutte le vetrine sembrano fare a gara per stupire con luci, colori, fantasia. Rientrando in direzione dell’hotel, fendendo la folla incredibile del sabato pomeriggio prima di Natale, ci fermiamo da M&M dove facciamo un pieno di regali.

    Passiamo dall’hotel per lasciare gli acquisti, e siamo stanchissimi. Negli Stati Uniti sono le sette di sera, ma per noi è l’una di notte. Ceniamo da The Harold non indimenticabile se non per il prezzo.

    Ci sta ancora un giretto, fruttuoso, da Macy, e poi finalmente a riposare      

               

    2 dicembre

    Oggi piove, per stare al coperto e bagnarci meno possibile dedichiamo qualche ora della mattinata allo shopping, sia per noi che su commissione.

    Troviamo tutto nella zona di Time Square, e ci spingiamo abbastanza in alto da incontrare il Rockfeller Center, con il suo maestoso albero. Ma è giorno e le luci sono spente, e siccome è abbastanza presto non c’è ancora nessuno sulla pista di pattinaggio.

    Ci resta solo da raggiungere il negozio ufficiale Converse, in Lower Manhattan: andiamo a piedi. Piano piano ci allontaniamo dai grattacieli e dalle strade con gli incroci ad angolo retto, per raggiungere la zona più antica e più spontanea, almeno architettonicamente, di New York. Passiamo di fianco al severo Flatiron Building, e raggiungiamo Union Square, dove incontriamo i nostri primi mercatini del Natale. Ci sono cose di tutti i generi e per tuttti i gusti, a cominciare ovviamente dalle decorazioni natalizie, per continuare con spezie, candele, abbigliamento, gioielli, complementi d’arredo e, finalmente, cibo.

    Sul percorso incontriamo la Marble Church, una chiesa atipica con una iniziativa molto toccante: attorno alla cancellata sono appesi nastri arancioni (l’arancio è il colore del movimento contro la violenza armata). Ogni nastro rappresenta una vittima uccisa da un colpo di pistola, ogni anno sono circa 12.000 le vittime di questo tipo di violenza, di cui 1600 sono bambini o adolescenti. Sui nastri sono scritti i nomi e l’età delle vittime. Non si resta indifferenti.

    Continuiamo sulla Broadway fino alla nostra meta, il numero 560. Ci sono molte interpretazioni della scarpa più famosa del mondo, e naturalmente la voglia di farsene creare un modello personalizzato è alta, ma mi trattengo ed eseguo solo gli ordini di acquisto impartitimi dall’alto.

    Da Prince St prendiamo la metro, anzi la subway, fino a Gran Central Station. Anche qui ci sono i mercatini di Natale, non tanti come pensavo e molto simili a quelli appena visti, ma l’ingresso in questo gigantesco monumento è sempre emozionante e ci si illude di condividere il continuo via vai delle persone che vanno e vengono da New York.

    Raggiungiamo Bryan Park dove, finalmente, troviamo un vero “villagio di Natale”, ricco in proposte diverse e molto natalizie, sia negli oggetti decorativi che nel cibo e bevande: biscotti speziati e cioccolata calda. C’è anche una pista di pattinaggio molto affollata, dove i pattinatori si divertono moltissimo, e altrettanto noi a guardarli, da quelli abilissimi ai più incerti, ma temerari.

    Preferiamo a questo punto una veloce sosta in albergo, poi facciamo un giro da Macy per conoscere meglio il grande magazzino, che a ben vedere è molto simile a tutti gli altri visti nel mondo. Ah, la globalizzazione!

    Per cena miriamo a Stardust, il famosissimo locale dove i camerieri sono anche eccezionali cantanti, e propongono pezzi dei musical più famosi. C’è molta coda, ma restiamo pazientemente in attesa. Davanti a noi ci sono quattro amiche, dietro di noi altre due ragazze.

    Il proprietario esce e annuncia che si è liberato un tavolo da otto persone. Nessuno si propone. Ci guardiamo ed è un attimo: siamo noi! Un tavolo da otto composto da illustri sconosciuti, anzi, illustri sconosciute. L’iniziativa femminile non dà peso ai dettagli senza peso. Saltiamo la coda e mangiamo tutti insieme.  

    Dopo cena andiamo verso il Rockfeller Center. Lì è pura magia, impossibile non emozionarsi …

    La musica, i colori, le installazioni, le persone: tutto insieme stupisce e fa riemergere l’attesa, quando eravamo bambini, quando il Natale sembrava potesse bastare per sempre e per tutto .

    L’albero illuminato è davvero bellissimo, con il suo puntale scintillante, e guardarlo nella prospettiva del Top of the Rock lo rende ancora più suggestivo

    Davanti all’albero, un corteo di angeli, cascate d’acqua e luci riempiono gli occhi.

    Sullo sfondo, ma grande protagonista la facciata di Sacks, animata da un gioco di luci e musica che si ripete in continuazione, mai uguale. Non si finirebbe mai di guardare.

    Vale la pena essere qui.                                                                                                                                                                                                                                                  

    3 dicembre

    Stamattina ci dirigiamo decisi verso Gansevoort Street, dove sorge il nuovo Whitney Museum disegnato da Renzo Piano, e dove inizia la Highline, la passeggiata sull’Hudson realizzata su una vecchia strada ferrata

    Nel percorso di andata abbiamo attraversato il quartiere di Chelsea, e trovato l’antico Chelsea Hotel, oggi in disuso come hotel e trasformato in monumento nazionale, ma in passato palcoscenico per molti film.

    Il Whitney Museum, che osservo solo da fuori, ha linee molto riconoscibili dell’architetto genovese, e sorge ora nel Meatpacking District, oggi in pieno recupero e rivalutazione – infatti è un cantiere via l’altro.

    Si accede alla passeggiata attraverso una breve scalinata, e ci si ritrova in un percorso pedonale pianeggiante, con una bellissima vista sull’Hudson e sulle attività del porto. Piano piano il percorso porta in mezzo alle case più classiche, basse e con le scale antincendio esterne, e ai grattacieli a specchio più alti e imponenti. In mezzo, una bellissima residenza disegnata da Zaha Hadid. La passeggiata si conclude con un ampio anello che coduce in una zona periferica, ma dalla quale si arriva agevolmente verso il centro.

    La storia della Highline risale al 1800, quando era il percorso di una linea ferroviaria. Questa è poi caduta in disuso, il tracciato è stato dimenticato e trascurato, si è riempito di erbacce, finchè negli anni ’80 il Comune ha proposto un bando per recuperare la zona. Così è stato trasformato, per la gioia dei camminatori.

    Dalla fine della Highline prendiamo la metro per visitare Lincoln Center: non ci eravamo mai stati, ma di fatto non c’è nulla da visitare. Siamo però quasi a Central Park, un’altra tappa imperdibile, e ne percorriamo un tragitto immersi nella tranquillità, nel silenzio, e nella magnifica natura che ancora conserva i colori autunnali, con il piacevole incontro di qualche disinvolto scoiattolo.

    A metà pomeriggio raggiungiamo il pullman prenotato per la visita ai famosi Dyker Heights. Data la loro ubicazione, un quartiere residenziale lontano dal percorso della metropolitana, è indispensabile avere un mezzo di trasporto proprio.

    Molte delle case di Dyker Heights, a Natale, si scatenano con decorazioni luminose estremamente ricche e vistose, che vanno dal bel giardino e dalla facciata illuminate e colorate, all’esagerazione di esporre qualunque addobbo natalizio possibile. In sostanza, bellezza limitata, ma molta curiosità: senza dubbio una forma di celebrazione e decorazione del Natale sconosciuta in Italia.

    Il valore di questa gita si materializza nel viaggio di ritorno. Da Brooklyn rientriamo a Manhattan attraverso il Manhattan Bridge. Sono quasi le otto di sera, è buio, e lo skyline illuminato che ci appare davanti, in continua trasformazione, è grandioso. Sembra di vivere dentro la sigla del film di Woody Allen, con la magnifica colonna sonora della Rapsodia in Blue di Gerwshin.

    Torniamo in noi, a cena andiamo da Bubba Gamp a mangiare i gamberetti.

    4 dicembre – Dedichiamo la giornata a Ground Zero, alla visita e alla memoria.

    Con la metropolitana veloce arriviamo facilmente in Fulton Street, e in pochi minuti a piedi raggiungiamo l’entrata della Freedom Tower, il grattacielo più alto di Manhattan costruito in risposta alla distruzione delle Twin Towers. Grazie al jet lag ci svegliamo ancora molto presto, altrettanto presto ci mettiamo in moto e anticipiamo la folla. Questo ci permette di fare pochissima coda per pagare il salato biglietto e raggiungere l’ascensore che, in pochi secondi, ci risucchia in cima ai suoi 541 metri di altezza.

    L’emozione inizia subito: durante la salita uno schermo ci mostra Manhattan del lontano passato, quando era un’isola coperta di alberi, che in rapida trasformazione si popola di persone e di case … fino al 2001, quando l’impressione è che tutto crolli. Ma siamo in cima, e dopo una breve quanto inutile introduzione, abbiamo accesso al percorso panoramico che circonda tutta la torre e che permette di vedere la città dall’alto-che-più-alto-non-si-può, e soprattutto i dintorni. Il mio punto di partenza è la Statua della Libertà, poi man mano verso est Brooklyn e i ponti sull’East River, Middle Town, l’Hudson, il porto, tutto a 360 gradi, con un cielo bellissimo di azzurro e nuvole bianche.

    Scendiamo con l’intenzione di visitare il museo, ma a questo punto la coda di persone in attesa è così lunga che desistiamo. Una pausa davanti alle fontane nate nello spazio lasciato dalle fondamenta delle due torri, dove sono riportati i nomi di tutte le vittime, e poi ci dirigiamo verso Oculus, la stazione con la struttura esterna ad ali di colomba disegnata da Santiago Calatrava.

    L’interno, così bianco, sembra invitare alla tranquillità e forse alla riflessione. Pur essendo solo uno snodo verso il centro commerciale e la metropolitana, ha una sua identità fatta dalla pura bellezza e dall’armonia che ci invade. Un corridoio è dedicato a figure femminili che sono presenti in immagini, ma si animano in modo simpatico e complice man mano che le si osserva, e che sono presentate con una bella definizione.

    Torniamo verso l’hotel a piedi, per goderci questa città che domani lasceremo, e che si mantiene un esempio di democrazia, tolleranza, accettazione, voglia di vivere e di vivere bene.

    La serata si conclude da The Harold, e con un nuovo paio di Converse per me (resisto a tutto, ma non alle tentazioni)

    (30 novembre – 4 dicembre 2018)

    Una giornata di fine estate in Piemonte

    Sono gli amici di sempre, quelli che “dai, facciamo qualcosa” e, senza sforzi, si organizza una giornata bella sotto tutti i punti di vista.

    Santa Maria di Vezzolano
    Il punto di contatto è un anonimo autogrill in autostrada, la prima vera tappa è l’Abbazia di Santa Maria di Vezzolano. Le prime notizie di questo luogo di culto risalgono all’XI secolo, come Canonica dell’ordine regolare di S. Agostino. La chiesa era evidentemente molto attiva, come testimoniano la ricchezza di donazioni risalente a quegli anni, ma ebbe il suo massimo sviluppo tra il XII e il XIII secolo. Seguì un lento declino che si protrasse fino al 1800 quando, sotto Napoleone, fu ridotta a cappella campestre della parrocchia di Albugnano. Oggi è considerata un gioiello architettonico curato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
    Il complesso ecclesiale è immerso nella campagna, in mezzo a boschi di querce e pioppi. La facciata si presenta maestosa, con tre ordini di logge e sculture disposte in schema gerarchico.

    Santa Maria di Vezzolano

    Al centro, in un’ampia bifora, la statua del Cristo benedicente tra gli Arcangeli Raffaele e Michele.
    Nell’ordine superiore, due serafini appoggiati a due ruote sono sovrastati dal busto di Dio Padre.
    Bellissima è la lunetta che sovrasta il portale d’ingresso, l’Annunciazione: la Vergine è seduta in trono mentre lo Spirito Santo, in forma di colomba, le parla all’orecchio.

    Santa Maria di Vezzolano, Annunciazione
    L’interno presenta la pianta basilicale, con pareti in arenaria e mattoni. Appena superato l’ingresso si viene catturati dalla vista del Pontile, realizzato in arenaria grigia del Monferrato dipinta, ed è costituito da una serie di cinque campate di archi a sesto acuto retti da colonnine in pietra con capitelli fogliati: un doppio registro di bassorilievi policromi raffigurano le scene della Dormitio, Ascesa al cielo ed Incoronazione della Vergine, e dalla serie degli antenati della Vergine assisi e recanti in mano un cartiglio con il proprio nome.

    Santa Maria di Vezzolano
    L’eccezionalità del valore artistico di questa opera – cui contribuisce anche la preziosità delle coloriture, con l’uso del costoso lapislazzuli proveniente dalle montagne del Caucaso (per il manto della Vergine e del Cristo) – induce a supporre un committente di grande autorevolezza (forse l’imperatore Federico Barbarossa). La verifica della originalità delle coloriture, mai ridipinte, che il restauro del 2003 ha messo in luce rimovendo lo strato di sporco che le appannavano, indica questa opera come un rarissimo esempio di scultura policroma medievale.
    Superato il Pontile, ci si affaccia alla navata, dove l’attenzione è attratta dalle sculture che ornano l’altare. Sotto un pizzo di legno lavorato, una terracotta policroma raffigura la Vergine e il bambino con, ai lati, S. Agostino e Carlo VIII in ginocchio.Santa Maria di Vezzolano, altare
    Santa Maria di Vezzolano, affreschi del chiostroIl chiostro, lussureggiante di verde e di fiori, presenta alcuni affreschi ancora in fase di recupero: si riconoscono i tratti medioevali della devozione rivolta alla Madonna, a Cristo e ai Santi.
    La visita prosegue con un intermezzo scientifico: in una piccola sala è possibile visionare come la chiesa di Vezzolano, e in generale tutte le chiese dell’epoca, fosse stata costruita secondo precise indicazioni astronomiche, che permettevano l’ingresso della luce all’alba in determinati periodi dell’anno.
    Infine, dietro alla chiesa c’è un ricco frutteto di mele, tante varietà di mele, molte delle quali non più presenti sui nostri mercati. Con una piccola offerta è possibile averne un sacchetto per gustarle fresche e apprezzare le differenze.


    Da Vezzolano raggiungiamo Piea, un piccolo paese della provincia di Asti dove si trova un magnifico castello, oggi residenza privata, visitabile su appuntamento.
    Ci accoglie la padrona di casa, una bella signora molto cordiale che sembra perfettamente a suo agio nel vivere in una dimora storica costruita intorno all’anno Mille come fortezza, e trasformata in dimora gentilizia nel 1700.Castello di Piea


    Entriamo in un corridoio con i ritratti di alcuni dei proprietari precedenti del castello, e insieme visitiamo le stanze del pianterreno, arredate con mobili d’epoca ancora in funzione.
    Un magnifico scalone realizzato su progetto di Filippo Iuvarra ci conduce al primo piano. Qui la bellezza è ovunque, dai magnifici soffitti affrescati nel 1762 dai pittori Bernardino Fabrizio e Giovanni Galliari, ai lampadari in vetro di Murano, con decori e intrecci esclusivi creati per il castello.
    Da un balcone possiamo ammirare il giardino all’italiana, perfetto per cerimonie e matrimoni, ma tutto il parco intorno è ricco di alberi secolari e piante fiorite.

     


    È ormai ora di pranzo: scegliamo la trattoria Tre Colli a Montechiaro d’Asti. Il locale ha una gestione totalmente femminile, e la sala da pranzo, all’aperto se pure al coperto, ha una splendida vista sulle colline del Monferrato. Purtroppo non assaggiamo il tartufo, specialità della casa, in quanto pare che la stagione non sia ancora giunta. Mangiamo comunque molto bene, specialità piemontesi preparate quasi esclusivamente con i prodotti locali.

    ristorante
    Ci spostiamo ad Asti, il cuore del Monferrato, città elegante e tranquilla che ancora conserva profondamente il valore delle sue tradizioni. Arriviamo durante la manifestazione della Douja d’Oro, concorso enologico dedicato ai migliori vini del territorio: in città sono numerosi gli stand dove è possibile degustare i vini in concorso.
    Visitiamo subito la Collegiata di San Secondo, nel cuore della città, intitolata al Santo Patrono. La chiesa si affaccia sull’ampia piazza, alla quale rivolge la facciata in stile romanico-gotico. L’interno è sobrio e austero, con il prezioso coro in legno, i cui stalli intagliati risalgono al XII secolo.

    Asti, Collegiata di San Secondo

    asti vicolo

     

    Ci avviamo lungo la via Vittorio Alfieri, snodo principale della città medievale, sulla quale si affacciano numerosi vicoli, in questo periodo rallegrati da decorazioni appese in omaggio alla buona cucina.
    Sulla stessa via non mancano i palazzi prestigiosi ricchi di storia e oggi sede di istituzioni. Tra tutti la casa natale di Vittorio Alfieri, oggi sede del Museo Alfieriano.

     

     

    Ci fermiamo alla Cattedrale, dedicata a Santa Maria Assunta, con una bella facciata semplice, nello stile romanico-gotico, ma impreziosita nelle pareti laterali da magnifici portali e finestre a ogiva incorniciate da lavorazioni preziose in cotto e arenaria, tali da rappresentare uno degli esempi più significativi del gotico lombardo.

     

    Asti, Cattedrale


    Abbiamo la fortuna di trovare aperta la cripta e museo di S. Anastasio, “dove si trovano testimonianze archeologiche che risalgono dal I – II secolo d.C. fino all’inizio del ‘900. Sono visibili resti di pavimentazione del foro romano, tracce di abitazioni, tombe risalenti al VII – X secolo, il muro di fondazione della prima chiesa di Sant’Anastasio (VII secolo), resti della successiva chiesa romanica, e una parte del muro perimetrale della chiesa seicentesca barocca demolita nel 1907. Le testimonianze archeologiche, presenti nella parte ovest del museo vanno dal I-II secolo d.C. fino all’inizio del ‘900.

    La chiesa di Sant’Anastasio faceva parte dell’omonimo monastero femminile benedettino documentato già nel 1008, ma di probabile origine longobarda, che fu per secoli non solo centro di spiritualità, ma potenza economica e politica per suoi vasti possedimenti fondiari e per legami con l’aristocrazia astigiana, da cui provenivano di solito le sue badesse. Nel periodo napoleonico, fu privatizzato e acquistato dai conti Cotti Ceres, che lo donarono, nel 1835, al comune di Asti che lo utilizzò per attività didattiche fino alla demolizione del 1907. Molto suggestiva è la cripta della chiesa risalente al XI-XII sec, a pianta basilicale con tre navate con volte a crociera, in cui si possono ammirare colonne e capitelli di recupero di età romana e altomedievale. Nella parte est del museo sono conservati elementi lapidei appartenenti al sito di S. Anastasio, pietre cantonali e stemmi provenienti da casseforti e palazzi signorili della città ed altri reperti risalenti prevalentemente al periodo tra VIII e XVI secolo” (Wikivoyage.org).


    L’ultima tappa della nostra passeggiata, prima dei saluti, è dedicata al bel complesso di San Pietro in Consavia, ormai ai margini della città. Si compone di quattro edifici, dove la parte più antica è la Rotonda del Santo Sepolcro, copia del luogo santo dedicato a quei fedeli che non potevano permettersi un viaggio in Terrasanta. “L’edificio in mattoni e arenaria, esternamente ha un perimetro poligonale, mentre all’interno è a pianta circolare, con un vano centrale circoscritto da otto colonne, con capitelli cubici ad angoli smussati, collegate tra loro da archi a tutto sesto. Fu adibito a battistero solo alla fine del XIII sec: al centro della Rotonda vi è un fonte battesimale marmoreo di fattura cinquecentesca. A questo primo edificio, si aggiunse tra XIII e XIV, una chiesa composta da tre corpi di fabbrica, disposti ad “U” a formare un chiostro interno, suddiviso in Ospedale dei Pellegrini e Casa Priorale. Nel XV sec vi fu un nuovo ampliamento con l’aggiunta di un edificio a pianta quadrata sul lato orientale, la cappella di San Pietro in Consavia, detta anche cappella Valperga dal nome del committente, con volta a crociera decorata da un complesso apparato di formelle figurate in cotto, il più ricco esempio di questa tecnica ornamentale conservato ad Asti” (Wikivoyage.org).
    Ci salutiamo che è ancora chiaro, e con la soddisfazione di esserci riempiti gli occhi di cose belle, e il tempo di piacevole compagnia.

    amiche